Arte e queerness: intervista a Elisabetta Roncati

"Arte Queer" (Rizzoli) è il libro che non c’era e che oggi, finalmente, c’è: un viaggio alla scoperta di artistə sorprendenti. Abbiamo intervistato l’autrice, Elisabetta Roncati.

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Arte e queerness: intervista a Elisabetta Roncati - Sessp 10 - Gay.it
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Elisabetta Roncati si occupa da anni di consulenza e divulgazione artistica. La sua pagina Instagram, @artnomademilan, conta oltre centomila affezionatissimə follower.  Con il suo libro, edito da Rizzoli, Roncati compie un gesto inedito in Italia e redige, come si intende dal titolo, una trattazione d’arte queer, che vuole aprire uno spiraglio e accendere una luce sopra le storie e le identità di tantə artistə contemporaneə che, in un modo o nell’altro, abitano il mondo nella dissidenza e nell’obliquità. Artistə cinesə o chicanə, russə o americanə, italianə e tunisinə o marocchinə, inglesə o libanesə, migranti o rifugiatə. Artistə trans o non-binary, ally o omosessuali. Pittorə, performer e scultorə. Artistə dalle pennellate classicheggianti o dall’estetica futurista, sensibilità radicali e sguardi concilianti. Arte Queer è il libro che non c’era e che oggi, finalmente, c’è.

Abbiamo intervistato l’autrice. 

Da dove nasce il desiderio di dedicarti a un progetto di questo tipo?

Nasce da un’esperienza personale, anche molto dolorosa. Per otto anni sono stata vittima di violenza privata e ho trovato grande vicinanza nella comunità LGBTQIA+, solo lì. Da quel momento, ho vissuto al fianco della comunità, che mi ha teso una mano senza curiosità e pregiudizi, senza volere nulla in cambio. È iniziato un percorso di avvicinamento, di conoscenza della terminologia, di approfondimento. Da un punto di vista strettamente editoriale, è stata Rizzoli a contattarmi: io ho subito proposto loro questo progetto. Volevo scrivere di artistə queer ultra-contemporaneə e così è nato questo libro. Non appena ho avuto uno spazio, l’ho voluto dedicare alla comunità: è un debito di riconoscenza. 

Come hai selezionato lə artistə di cui scrivi?

La rosa era molto più ampia di così, ma moltə non hanno voluto essere inseritə in questo progetto. Soprattutto per un tema di sicurezza, moltə hanno avuto paura di essere associatə al tema della queerness per situazioni personali o politiche molto delicate. Da quando il libro è uscito, ho scoperto anche artistə nuovə. È stato piuttosto faticoso, perché questo è il primo libro di questo tipo in Italia. La mia bibliografia arriva principalmente dall’estero e questo è stato un problema nella misura in cui alcune specificità italiane non erano raccontate. Per compilare le schede, ho contattato le gallerie o le agenzie che rappresentano questə artistə: ho voluto rispettare le loro volontà, svelare solo quello che volevano svelare. 

Arte e queerness: intervista a Elisabetta Roncati - Sessp 7 - Gay.it
Tomorrow Man, Jody Paulsen

L’arte fa ancora paura?

Sì, fa ancora paura. Fanno paura certi soggetti, soprattutto. La censura è ancora una realtà in moltissimi paesi. Ho potuto constatarlo, perché ho voluto includere artistə di nazionalità diverse ed eterogenee. Khubra Khademi è un’artista afghana, che ha subìto una fatwa per aver realizzato una performance molto divisiva: ha prodotto, insieme al fratello, una sorta di armatura che enfatizzava il corpo femminile, sopra vi ha inciso alcuni versi del Corano e, indossandola, è scesa tra le strade principali di Kabul. Ha rischiato il linciaggio, è stata condannata a morte. Poi è riuscita a fuggire ed è arrivata in Francia grazie a un corridoio umanitario. 

La situazione non è troppo diversa in Russia. 

Emmie America, classe 1990, è stata un’artista molto affermata in Russia.  Una delle prime fotografe ad apparire su Vogue Russia, ha insegnato all’Accademia di San Pietroburgo. Nessuno l’ha mai contestata, fino al momento in cui  ha deciso di prendere una posizione netta in favore dei diritti LGBTQIA+. Ha organizzato così una performance queer e ha vestito i suoi performer con divise militari. È stata costretta a dimettersi e ad abbandonare il paese, è fuggita negli Stati Uniti, dove ha assunto questo pseudonimo. Mi ha stupita, invece, la storia di Khookha McQueer, un’artista trans tunisina, che non è stata osteggiata, anzi è diventata un personaggio pubblico e ha utilizzato la sua fama per fare divulgazione e informare intorno al tema dell’HIV. Si sta battendo per garantire al maggior numero di persone possibili l’accesso alle cure.

Arte e queerness: intervista a Elisabetta Roncati - Sessp 8 - Gay.it
Autoritratto, Khookha McQueer

In Italia, invece, come siamo messə?

Non siamo messi benissimo: mi sembra che Milano sia un’isola felice, ma tutt’intorno sopravvivono realtà più difficili. In provincia, ho visto adolescenti riprodurre modelli degli anni Ottanta, dinamiche da cinepanettone. A proposito di questi temi, poi, c’è pochissima consapevolezza. Alcunə colleghə francesi si sono messə a ridere leggendo il titolo di questo libro, perché lì quello della queerness è un tema già ampiamente superato e dibattuto, qui invece ci sono ancora molti freni. Vedo con il mio collettivo, Artists for Pride, che l’attenzione intorno a certi temi è ancora circoscritta al mese del Pride, per una questione di monetizzazione o di trend. Durante il resto dell’anno, tutto tace: ci sono persone o enti che mi hanno contattato per organizzare presentazioni in vista del prossimo giugno, anche se il libro è uscito a ottobre. Come se esistesse solo il mese del Pride, come se servisse solo per mettersi la mostrina sul petto. Io sono contenta sia stato pubblicato ora e non a giugno: l’attenzione dev’essere alta sempre. 

Quando ha inizio l’arte queer?

Nell’antichità greco-romana: ci sono reperti che raffigurano scene di omo-erotismo. L’avvento delle religioni monoteiste ha cambiato tutto, si è andatə in una direzione più eteronormativa, anche se alcune espressioni di queerness sono comunque esistite. Proprio a tal proposito, nelle pagine introduttive del libro ho fatto un excursus che include nomi noti e nomi meno noti: da Keith Haring a Félix González-Torres con i suoi accumuli di caramelle e i suoi orologi, che raccontano amori universali. Ovviamente cito anche Andy Warhol, su cui si specula sempre moltissimo, ma anche Lisetta Carmi, una fotografa che ha documentato la vita della comunità trans della sua epoca, autopubblicandosi. Claude Cahun, anche, altrə fotografə, antesignanə della narrazione non-binary, perché rifiuta qualsiasi classificazione di genere. Le storie sono tantissime, il lavoro da fare per portarle alla luce è certosino. 

Hai scelto di concentrati però su artistə iper-contemporaneə.

Mi sono fatta molte domande in questo senso. Mi sono chiesta se avesse senso ragionare a compartimenti stagni, fare distinzioni cronologiche, categorizzare.

Che risposta ti sei data?

Volevo che questo libro rappresentasse uno stato dell’arte: ecco perché la scelta di raccontare storie di artistə contemporaneə. Per quanto riguarda la categorizzazione, credo sia necessaria e inevitabile. In un mondo utopistico, sarebbe auspicabile ragionare senza categorizzazioni di sorta, ma non è ancora così, lo vediamo anche a livello legislativo. C’è disparità e dobbiamo fare rumore. La rappresentazione queer è manchevole, basti guardare le collezioni permanenti pubbliche. In Italia sono davvero poche: quella del Museo Madre di Napoli, quella del MAXXI a Roma, quella del Castello di Rivoli e poche altre. Si contano sulle dita di una mano e questo dato dovrebbe farci riflettere. Anche prima di questo governo, non si faceva attenzione. La categorizzazione serve, forse non è giusta, ma serve per la divulgazione. 

Arte e queerness: intervista a Elisabetta Roncati - Sessp 9 - Gay.it
Tonight No Pœtry Will Serve, Sara Leghissa

Quando parliamo di arte queer, parliamo inevitabilmente di corpi: come si concilia il desiderio di rappresentazione al rifiuto di ogni validazione esterna?

È difficile ed è soggettivo. I giudizi, anche quando non voluti, spesso arrivano. Bisogna avere forza, questo sì. Spero, però, che questa paura non castri le persone, non impedisca loro di esporre la propria arte. Molti artistə decidono di lasciare fuori dai propri lavori l’esperienza personale, altrə invece fanno di questa esperienza il motore della propria espressività.

Qual è la storia che ti ha commosso di più tra quelle che hai raccontato?

È difficile, ti farei però il nome di Ruben Montini, un artistə italianə che ho conosciuto attraverso una performance dal titolo evocativo: Carne da macello. Insieme a Ruben, al BOOMing, c’era anche Porpora Marcasciano. Nel corso della performance, Montini si è fatto forare il corpo da un professionista e poi si è fatto installare degli anelli di metallo con delle targhette. Ognuna di queste riportava alcune frasi di Marcasciano. Le reazioni del pubblico sono state contrastanti: gli addetti ai lavori lo hanno paragonato a Gina Pane, gli utenti occasionali, invece, sembravano increduli. A me ha colpito molto: in un’altra performance si era tatuatə sulla pelle tutti gli insulti che gli erano stati rivolti. All’Ettore Fico di Torino ha messo in scena una performance molto toccante, in compagnia di quello che ora è il suo ex compagno, anch’egli artista. In prima battuta, insieme, davanti al pubblico, si sono abbracciati fino allo svenimento. L’apoteosi del sentimento soffocante. Quando poi si sono lasciati, Montini ha ripetuto la performance in solitaria, abbracciando una sagoma d’argilla fino a farla sciogliere. Ha voluto ricostruire l’assenza. È un’esperienza che conosciamo tuttə, in un modo o nell’altro. 

Che ruolo dovrebbe l’arte nella società?

Dovrebbe farci riflettere, l’arte ha sempre fatto riflettere. Bisogna tornare a un discorso “artivistico”: deve far riflettere anche chi non è avvezzə ai temi estetici. Deve arrivare a tuttə, quella riflessione. Altrimenti, a cosa serve? A cosa serve parlarne solo tra noi? Io faccio un lavoro di divulgazione online, che mi spinge a semplificare moltissimo. So che è una semplificazione, ma io spero di seminare comunque qualcosa. Attraverso l’arte si può parlare di tutto: di diritti, di ambiente, di donne. Essendo una forma d’espressione non verbale, la sua potenza è molto immediata.  

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