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Quando in famiglia votano a destra

Ho iniziato a litigare per la politica in famiglia dopo aver sentito la frase: “Chi tace è complice”.

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Ho iniziato a litigare per la politica in famiglia dopo aver sentito la frase: “Chi tace è complice“.

Quelle quattro parole in croce sono rimbombate come una sentenza, un ammonimento mirato non solo a risvegliarmi dal torpore, ma inveire contro chiunque non stesse facendo lo stesso: i miei genitori sin da subito sono diventati il target favorito. Quelle frasi fatte che quando ero ragazzino assorbivo passivamente senza battere ciglio, sono diventate la goccia per far traboccare un vaso fatto di pregiudizi, retaggi, luoghi comuni e opinioni qualunquiste che non potevo più far circolare impunite. Nel giro di qualche anno, la mia ira ha portato qualche frutto: mia madre ha iniziato a porsi tre quattro cinque domande in più, si è dimostrata curiosa alleata, sicuramente confusa ma attenta all’ascolto, in grado di riconoscere al volo la puzza di merda nei leader di centrodestra. Mio padre ripete ancora a pappagallo quello che ha sentito al bar, incapace di allineare un pensiero critico, dondolandosi nei suoi privilegi invisibili a suon di “non voto perché il più pulito c’ha la rogna“. Male ma non malissimo perché certa gente non la vota più neanche lui.

Intorno a loro, c’è tutto un nucleo di nonni, zii, parenti che sfuggono al mio potere, da cui mantengo le dovute distanze fin quando non me li ritrovo allo stesso tavolo: un minuto prima sei al Pride e quello dopo stai passando il sale allo zio che vota Forza Italia. . Le opzioni sono due: scegliere liberamente di fare il salto all’ostacoli con gli argomenti a rischio bufera, controllare l’orologio, salutare tutti, e sparire dalla loro geolocalizzazione per altri sei mesi. Oppure non temere la tempesta, non temersi nessun cecio in bocca, rispondere ad ogni uscita infelice con commenti al vetriolo, accendere gli animi, sottolineare, sbraitare, spiattellare le tue posizioni su tutta la tavola, rovinare la festa a chiunque ma almeno non sentirti complice. Spesso le due opzioni possono coesistere, con più remore del previsto.

Nel bel mezzo di questa ridicola e terrificante campagna elettorale mi ritrovo a chiedermi cos’è in mio potere: come utilizzare le mie parole? Portare nel nucleo famigliare tutta la mia rabbia? Imbottigliarla per la quiete di chiunque? Cosa significa condividere il tavolo, la cena, e l’aria con qualcuno che ha posizioni diametralmente opposte alle mie, che con totale non chalance potrebbe contribuire alla mia cancellazione dal mondo?

Isabella Borrelli, attivista transfemminista mi racconta che ad un certo punto la sua famiglia ha cominciato a cambiare posizione nei suoi confronti, ancor più dopo il suo coming out. Ma capisco bene Isabella, quando mi dice che nemmeno coming out è sempre sufficiente per stimolare una riflessione che vada oltre le mura di casa: “Spesso aggiungono: sì, però tu sei diversa, questo non vale per te. E mi chiedo, com’è possibile? Questo vale per me, per le persone che amo, per i miei amici, per le persone che vivo tutti i giorni” racconta Isabella, sottolineando: “Io non sono l’eccezione, e non voglio essere l’eccezione perché l’eccezione non esiste“. Perché come dice anche Sara Brown – performer, attore, danzatore e regista femme non binaria – certe idee, superano la retorica della destra e della sinistra, e finiscono per fossilizzarsi, anche quando la realtà è davanti a loro: “Ce l’hanno interiorizzate. Prima che facessi coming out non avessero la minima idea di chi non è eterosessuale. Ci sono pensieri così radicate dentro di te, che anche quando ce l’hai davanti agli occhi, come una legge DDL Zan che andrebbe a proteggere tua figlia, non riesci comunque a vedere al di là della tua convinzione“.

Sara mi racconta che quando era ragazzina il padre entrava in camera sua mentre ascoltava canzoni super partigiane come Fischia il Vento di Modena City Ramblers e la guardava con la faccia piena di delusione e amarezza. Ma crescendo più ha preso sicurezza delle sue posizioni, più è riuscita a gestire il proprio impeto, imparando a difendere le proprie idee senza andare in escandescenza: “Ho visto che anche loro hanno avuto modo di apprendere e ammorbidire le loro posizioni di destra convinta. Hanno allenato le loro vedute, ampliandole, e capendo che non tutto è solo bianco e nero“.

La nostra famiglia non è il riflesso delle nostre idee politiche, ma ci tiene interconnessi in un modo o nell’altro, rischia di invalidare i nostri valori in nome dell’amore incondizionato. Citando Alok Vaid- Menon: “Faranno del loro meglio per farti a pezzi, e lo chiameranno amore”. Parlare diventa il momento per riaffermarci, per portare uno scempio che possa finalmente cambiare il corso delle loro storie, riprendendo il controllo di chi siamo. Parlare è l’occasione inclinare i rapporti, far cadere i parenti dalla sedia e mandare in traverso il pranzo, rendendoci a volte, più solə di prima.

Le realtà famigliari sono delle più disparate e rivelano scenari che si sottraggono alle risposte polarizzanti senza fornire una facile risposta: “Ho avuto uno zio dichiaratamente fascista, ora passato a miglior vita, con il quale ci siamo sempre rispettati e abbiamo sempre avuto conversazioni civili.” mi racconta Giuliano Federico, direttore della nostra rivista “Più difficile il rapporto con un altro zio che si diceva socialista, ma praticava uno stile di vita patriarcale, orrendamente maschilista e privo di qualsiasi sensibilità reale verso donne e diversità. È la persona che considero più problematica nella storia della mia famiglia. Perché velatamente fascista, con atteggiamento politico finto-liberale. Non sono mai andato allo scontro. Me ne sono sempre un po’ vergognato.”

In questo clima politico, tra il catastrofico e l’avvilente, le persone marginalizzate si ritrovano al centro del dibattito da stadio, e ancora una volta sembra che la responsabilità è solo nostra, rendendo ogni banale atto quotidiano una lotta contro i mulini a vento che non trova mai pace. Chi tace è complice, ma quello che parecchio attivismo a buon mercato non dice è che restare in silenzio, a volte, non è un atto di pigrizia quanto di autopreservazione: Jessica Margiotta, attivista transfemminista del Collettivo LGBTQIA+ Marsha di Aprilia, mi racconta che suo padre è l’unico in famiglia con idee di sinistra (“ma senza la verve combattiva che ho io” dice) e per il resto ad ogni pranzo di Pasqua e Natale si ritrova ad essere la pecora nera della situazione: “Vado in psicoterapia anche per questo, perché mi sento sola in famiglia, non vengo mai protetta e supportata in quello che credo.” racconta Margiotta che solo recentemente sta imparando ad alleggerire la presa “Ho iniziato a lasciar più andare, ormai so che è una battaglia persa. Sono in un sentimento di rassegnazione, dove risolgo la mia frustrazione per conto mio. Non faccio più le battaglie da sola. Ho capito che la mia salute mentale viene prima”.

 

 

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