Scoprite la vostra femminilità e giocateci, intervista con Ambrosia

L'artista e showgirl ci parla del corpo come mezzo politico, essere soggetti oltre lo sguardo maschile, e la consapevolezza che diventa arma.

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ambrosia intervista
Foto di Luciano Chiarello, Febbraio 2020
6 min. di lettura

Niente mi placa come il profilo Instagram di Ambrosia (@vdambrosio)

Durante la nostra chiacchierata al telefono ci tengo a dirle che scorrere le sue foto mi rilassa e catapulta in un’altra dimensione, in bilico tra un’allucinazione di Fellini e un’iconografia dei primi anni ’60. C’è in Ambrosia quella sensualità che io vorrei maturare un giorno: consapevole, vulnerabile, e sempre soggetto della scena. È come una protagonista di Bertolucci che gioca con lo sguardo maschile, senza diventarne mai preda inerme. Classe 1993, Vincenzo D’Ambrosio nella sua carriera oscilla con disinvoltura dai palchi dei club a Bagno a Mezzanotte di Elodie, ma il motore rimane il suo corpo e una presenza magnetica a cui non puoi sfuggire. Che sia Instagram o il Bar Stella su Rai2 insieme a Stefano De Martino, l’arte è centrale: dopo il progetto fotografico Carta & Creta insieme a Luciano Chiarello e la collaborazione con Anna Franceschini ‘Scommettiamo che se fisso una donna la faccio arrossire‘ nel 2020, oggi presenta ‘Alfabeto Ambrosia’. Rassegna fotografica liberamente ispirata dal lavoro del 1970 di Tomaso Binga, esposto presso The Others Art Fair di Torino, dove il suo corpo diventa mezzo di linguaggio politico.

Insieme abbiamo parlato del suo percorso artistico, di male gaze, della consapevolezza come arma, e su cosa significa giocare con i nostri punti deboli.

alfabeto ambrosia
Alfabeto Ambrosia

Com’è nato Alfabeto Ambrosia?

Io volevo fare questo alfabeto da tanto tempo. Adoro Tomaso Binga e tra i suoi lavori l’alfabeto è tra quelli che mi ha colpito di più. Nel suo lavoro ho sempre percepito una connessione con la mia ambiguità: lei utilizzava un nome maschile per mettere in risalto una società dove la donna non è vista mentre io utilizzo un altro nome perché ho una disforia di genere. Dall’altra parte, per me era importante vedere come nel suo lavoro il corpo andasse a spogliarsi della sessualizzazione imposta dalla società, e diventasse un mezzo. Da persona transgender trovo interessante capire come le donne transgender si sessualizzano per assomigliare alle altre donne, anche attraverso percorsi chirurgici o estetici per femminilizzarsi secondo quella visione patriarcale. Mi sono chiesta: come può una figura come me interpretare un alfabeto? Come può il corpo di una persona transgender provare a spogliarsi di quella sessualizzazione?

Quella che manifesti è una sensualità molto consapevole. Si parla spesso di male gaze, e di come fatichiamo più o meno tutti allo sguardo stereotipato del maschio. Però anche questa oggettificazione, se siamo davvero presenti, non ci dispiace sempre. E tu sembri molto soggetto in questo. Qual è il tuo punto di vista? 

Io ho un punto di vista realistico. Mi rendo conto della società in cui vivo e abbraccio la realtà. Abbracciarla non significa per forza condividere le scelte della società, ma ho deciso di essere consapevole e far forza di quei tratti che magari possono essere considerati punti deboli. Penso che del punto di vista maschile ne soffriamo tutti, alle volte principalmente gli uomini. C’è questa necessità di dover rispettare dei canoni imposti proprio dall’uomo. Basta pensare anche nell’ambito gay i ragazzi con atteggiamenti femminili sono considerati meno rispetto quelli maschili. L’uomo è sempre un plus, un di più. Siamo vissute in una società dove tutto era improntato sulla figura maschile. C’è sempre stata questa figura che ha dominato il mondo e così le nostre conoscenze.

Io non lo condivido assolutamente ma sono consapevole di vivere questa realtà. Ancor prima di una persona transgender, ero un ragazzo gay che veniva discriminato perché la mia femminilità e lati delicati erano considerati negativi. Per questo penso sia importante prendere consapevolezza della propria femminilità. Esserne consapevoli e giocarci, sfruttandola a proprio vantaggio. Sapere cosa possiamo ricavare dalle proprie caratteristiche.
Credo sia impossibile decostruire il sistema patriarcale, piuttosto giochiamoci dentro e contro. 

Come chiunque, io ho i miei dubbi su di me e le mie incertezze, ma mi fa piacere che agli occhi esterni sembro avere una sensualità innata.
Per me è principalmente un punto di forza che per molti anni è stato criticato.

Tu hai anche lavorato in “Scommettiamo se fisso una donna la faccio arrossire“, com’è stato passare da quel progetto a questo? Sia sul piano personale che artistico?

In quel progetto lavorai con Anna Franceschini e fu uno dei miei primi lavori artistici. Durante la pandemia sfruttavamo il canale Zoom, e le persone avevano la possibilità di parlare privatamente con me. Era come portare l’opera a casa quando le persone non potevano andare al museo. Era un’opera piena di dinamismo, una conversazione privata tra me e il pubblico che nessuno poteva registrare o ascoltare da fuori. Io avevo un set realizzato nel mio studio, grazie ai miei carissimi amici Davide Favetta, Daniele Ragosta, Paoli De Luca, Filippo Caterino, e Adelaide Vasaturo che hanno creato sostanzialmente uno spazio creativo dentro casa mia. Un po’ come una Factory di Andy Warhol, dove ci incontriamo lì e ci piace creare. In questa camera io ad ogni seduta con le persone, mentre loro mi facevano domande o io domandavo a loro, facevo delle performance. Volevo che non si perdesse il mio lavoro da showgirl. Era come se ti portassi, passami il termine, in un bordello: dove tu hai una stanza privata e stai con la tua performer che ti fa domande e ti conosce.

È stato uno dei primi lavori che ho fatto pubblicamente nel mondo dell’arte, che già di per sé è molto ristretto. Da lì ho cercato di sperimentare nuovi modi di esprimermi nei miei lavori, utilizzando e trasmettendo quello che sento. Che sia un video musicale o una performance in un club,  il mezzo di comunicazione sono sempre io, quello che provo, e quello che cerco di trasmettere. Mi piace che il discorso principale sia: cosa prova quella persona? Cosa prova di sé?

Anche con l’Alfabeto è tutto collegato. Parla di una consapevolezza che sta cambiando.

Per te Instagram può essere un mezzo artistico?

Lo è assolutamente. Per quanto possiamo voler odiare la realtà, veniamo da un’epoca in cui Instagram e i social sono il nostro biglietto da visita. Maggior parte dei lavori che ho fatto sono sui social, proprio perché le persone vedono quello che faccio su Instagram e mi chiamano. Ricevere certi complimenti a me fa tanto piacere perché soffrendo di disforia, cancellerei tutto quello che pubblico, ma penso succede ad ogni persona – se è un problema solo mio, allora vado da un terapista bravo. Ma ci tengo a ricordare alle persone di curare il proprio profilo: non perché sono malata di blog e social, ma perché presentarsi in un modo armonioso e chiaro sui social oggi aiuta. È il nostro portfolio. Soprattutto Instagram, penso proprio per una questione estetica, è diventato una nuova faccia per gli artisti.

 

intervista ambrosia
Alfabeto Ambrosia

 

In alcune interviste dici che riferirsi a te col maschile o il femminile è irrilevante. Lo trovo molto interessante perché noi persone queer sentiamo spesso questo bisogno di collocarci. Usciamo dagli schemi ma poi abbiamo sempre questa urgenza di avere il pronome o la definizione precisa. Qual è il tuo punto di vista a riguardo?

Nelle mie interviste io sono molto ipocrita. So della difficoltà della società in cui vivo. So che questo mio fregarmene possa essere per molte persone qualcosa di affascinante. Mi rendo conto che non lo è per tutti. So che quando mi trovo ad un ristorante il cameriere mi fissa più del dovuto, domandandosi se sono un uomo o una donna.

Io ho una piena consapevolezza della mia androginia, so per certo che non ho un volto femminile o un volto maschile. È come se tu stessi camminando su una corda e non decidi mai di cadere né a destra né a sinistra. Sei sempre perennemente in bilico, perché non cadi da una parte o l’altra. Stai in equilibrio tra due poli, e non ti nascondo che a volte è stancante. Ho deciso di fare così perché lo devo a me e chi mi segue, perché so che non è facile. Sono ipocrita perché sicuramente quando sto in un ristorante vorrei far star tranquillo l’uomo che amo senza essere fissato dal cameriere. Penso sempre alle situazioni esterne e penso a quanto sarebbe facile se potessero darmi automaticamente del lei. E invece no, so che molte persone mi danno del lui o del lei, ma sbaglio a dire che non mi interessa. Piuttosto, ho imparato ad amarlo e non volerlo puntualizzare.

Ci tengo a dire che questo riguarda me, e le persone che come me decidono di voler accettare questa realtà. Quando mi chiamano Vincenzo anche se sono truccata e sui tacchi, ho imparato a non farne una colpa . Ho capito che la mia arma principale è la mia consapevolezza e il mio amarmi. Io so che sono Ambrosia e so che nasco come Vincenzo e non lo voglio nascondere. Non sta a me vedere se tu vedi ciò che è reale o vero, non è un mio problema. Perché tu non hai il potere di ferirmi, io non te lo do questo potere e scelgo di abbracciare entrambi i sessi.

Per questo dico che è ipocrita dire che non mi interessa. È impossibile fregarsene nello stato in cui viviamo.

È un discorso che si estende anche ai limiti della nostra lingua?

La lingua da noi è sessualizzata, non è come con gli inglesi. Non c’è Beautiful, ma bellissimo, bellissima, bellissimu. Io penso che non dovremmo permettere a noi di pensare che le parole possano trasformare il nostro modo di vivere. Se esiste un aggettivo maschile, consapevole che nella mia lingua esistono i generi, io ne faccio un punto di forza. Non vedo perché mutare il mio linguaggio con un asterisco o una U. Ma sia chiaro che questo riguarda me. Ci sono persone che hanno la necessità di utilizzare un asterisco o altre vocali, ed è giustissimo che le persone usino le parole e i significati che vogliono. Io ho scelto di non utilizzare asterischi o altre vocali. Ho deciso di giocarci su.  

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