Se Laura Pausini si rifiuta di cantare Bella Ciao, dov’è il ruolo dell’arte nella politica?

La cantante si è rifiutata di intonare Bella Ciao perché "troppo politica". Possiamo ancora permettercelo?

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Laura Pausini
Laura Pausini
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In questo clima elettorale da far accapponare la pelle, anche il mondo della musica fa la sua parte. Rendendo chiaro le proprie posizioni nella speranza di influire positivamente sulle scelte del proprio pubblico. Ma Laura Pausini non ne vuole sapere: la cantante – che sarà coach nello show ‘La Voz’ insieme a Luis Fonsi, Antonio Orozco e Pablo López– ospite nei giorni scorsi al programma spagnolo El Horminguero, si è rifiutata di unirsi ad un coro improvvisato in studio – anche piuttosto sereno e all’acqua di rose – che intonava Bella Ciao: nel bel mezzo di un gioco musicale – dove ogni concorrente doveva cantare una canzone con la parola “cuore”– Pausini avrebbe scelto Cuore Matto di Little Tony, ma il resto dei presenti l’ha confusa per Bella Ciao (da poco ancora più nota in Spagna dopo essere stata usata anche nella serie La Casa di Carta) che la cantante ci ha tenuto a specificare: “E’ una canzone molto politica e io non voglio cantare canzoni politiche”.

Il risultato è stato una bufera a catena sui social, tra le accuse di simpatizzare con il fascismo ad un endorsement dal leader della Lega. Pausini non ha esitato a fornire ulteriori spiegazioni (in spagnolo): “Non canto canzoni politiche né di desta né di sinistra. Quello che penso della vita lo canto da 30 anni. Che il fascismo sia una vergogna assoluta mi sembra ovvio per tutti. Non voglio che nessuno mi utilizzi per fare propaganda politica.” Concludendo: “Non inventatevi quello che non sono“.

Senza affossare il singolo, che sappiamo è parte di un problema sistemico e ben radicato nella nostra società, sorge spontaneo chiedersi: in questo periodo storico possiamo davvero permettercelo? Pausini non è né la prima né l’ultima a voler depurare la propria arte da ogni tipo di schieramento, come se il risultato fosse più libero, incontaminato, e naturalmente inattaccabile. La musica, come il cinema, la letteratura, e ogni altro mezzo artistico, non deve automaticamente essere “politica”, ma nel 2022 è davvero possibile astenersi dalla conversazione? E se sì, cos’ha davvero da offrirci? In una recente intervista con Gay.it, il collettivo transfemminsta Pussy Riot ha spiegato che l’arte senza politica non esiste, proprio perché l’arte riflette quello che stiamo vivendo e ci riconnette al presente. Non occorre che chiunque vada in piazza a lanciare le molotov, e tantomeno bisogna pretenderlo da Pausini nello specifico, ma quando una delle artiste più famose del nostro paese si rifiuta di cantare un inno che evoca alla libertà, alla lotta contro le dittature e l’opposizione ad ogni tipo di estremismo, viene da domandarsi quale sia la sua paura principale: apparire antifascista e alienare il proprio pubblico?

Che il fascismo sia una vergogna assoluta mi sembra ovvio per tutti” scrive Pausini, ma solo stanotte a Torino – presso uno dei quartieri più giovani freschi della città – è stata sfregiata la la targa in memoria dei Partigiani a Largo Montebello, e ogni giorno – dalle strade alla classe politica – ci ritroviamo dietro gli strascichi di un passato che continua a fare capolino. Non dobbiamo essere tuttə attivistə, non dobbiamo urlare sopra un palco e non dobbiamo neanche pretendere che il nostro cantante preferito snoccioli un trattato sociopolitico. Ma lavarcene completamente le mani, non prendere una posizione chiara e astenerci dalla discussione come se noi fossimo immuni alla questione, ancor più quando abbiamo un seguito gigante e una visibilità che fa il giro del mondo, ancor più quando siamo dellə artistə e dovremmo avere ben chiaro il valore del nostro mezzo nel comunicare e smuovere il cuore di chi ci ascolta, rifiutarsi di apparire “troppo politici” non ci esclude dal dibattito. Volenti o nolenti, la conversazione chiama in causa chiunque, con il rischio di risultare anacronistici e fuori tempo massimo.

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