Tales of the City, gli attori leggono la bellissima lettera coming out dell’autore a sua madre – video

La leggendaria "Letter to Mama" di Armistead Maupin riletta dal cast di Tales of The City.

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A pochi giorni dalle celebrazioni dei 50 anni dei Moti di Stonewall, il cast di Tales of The City, serie Netflix sbarcata on line a inizio giugno, ha voluto omaggiare l’autore dei romanzi da cui lo show è tratto, Armistead Maupin, con la sua celebre ‘Lettera alla Mamma’.

40 anni fa Maupin scrisse questa lettera alla propria madre, per fare coming out, poi finita nel romanzo ‘More tales of the City‘, del 1980. In questo caso la lettera era del personaggio Michael Tolliver. Gli attori di Tales of the City hanno così voluto celebrare Armistead, oggi 75enne nonché sposo del fotografo Christopher Turner dal 2007. A seguire, per chi non l’avesse mai letta, la lettera in tutta la sua splendida interezza.

Cara mamma,
scusa se ci ho messo così tanto a decidermi, ma ogni volta che cerco di scrivere a te e papà mi rendo conto che non sto dicendo le cose che ho nel cuore. E questo potrebbe anche andare, se vi volessi meno bene, ma siete pur sempre i miei genitori e io sono pur sempre vostro figlio.
Ho degli amici che pensano che faccia male a scrivervi questa lettera. Spero che si sbaglino. Spero che i loro dubbi nascano dall’esempio di genitori che hanno dato loro meno amore e fiducia di quanti ne abbiate dato voi a me. Spero soprattutto che prenderete questa lettera come un gesto d’amore da parte mia, come un segno del fatto che ho ancora e sempre bisogno di rendervi partecipi della mia vita.
Credo che non vi avrei scritto se non mi aveste raccontato che vi state occupando della campagna Salviamo i Nostri Figli. È stato più che altro quello a farmi capire che era mio dovere dirvi la verità, è cioè che vostro figlio è omosessuale, e che non ha mai avuto bisogno di essere salvato da niente, se non dall’arroganza crudele e ignorante di gente come Anita Bryant.
Ti chiedo scusa, mamma, non per quello che sono ma per come ti devi sentire in questo momento. E’ una sensazione che conosco, perché l’ho provata per quasi tutta la vita. Repulsione, vergogna, incredulità, senso di esclusione per paura di una cosa che – come ho sempre saputo fin da piccolo – mi era connaturata quanto il colore dei miei occhi.
Io non sono stato “traviato” mamma. Non c’è stato nessun omosessuale navigato che mi abbia fatto da mentore. Ma la sai una cosa? Vorrei tanto che ci fosse stato. Magari una persona più grande di me e più saggia della gente di Orlando mi avesse preso da parte e mi avesse detto: “Stai tranquillo, ragazzo. Da grande potrai fare il medico o l’insegnante come tutti gli altri. Non sei pazzo, nè malato, nè cattivo. Potrai avere successo, essere felice e trovare la pace con degli amici – amici di tutti i tipi – a cui non interesserà affatto sapere con cui vai a letto. Ma sopratutto puoi amare ed essere amato senza doverti odiare per questo.”
Ma nessuno me l’ha mai detto, mamma. L’ho dovuto scoprire da solo, con l’aiuto della città che è diventata la mia casa.
So che ti potrà sembrare incredibile, ma San Francisco è piena di uomini e donne, sia eterosessuali sia omosessuali, che non tengono conto della sessualità quando misurano il valore di un loro simile. Non sono nè estremisti nè tipi fuori di testa, mamma. Sono commessi e impiegati di banca e vecchiette e gente che ti sorride e ti saluta quando la incontri sull’autobus. Non ti guardano dall’altro in basso e non ti compiangono. E il loro messaggio è semplice: “Sì, sei una persona. Sì, mi piaci. Sì, non c’è niente di male se anch’io ti piaccio”.
Immagino che cosa starai pensando. Ti starai chiedendo dove avete sbagliato tu e papà. Che cosa avete fatto perché succedesse una cosa simile. Chi di voi due mi ha fatto diventare così. Non so darti una risposta, mamma. E in fondo penso che non mi interessi saperlo. L’unica cosa che so è questa: se tu e papà siete responsabili di come sono, vi ringrazio con tutto il cuore, perché è la luce e la gioia della mia vita.
So che non posso spiegarvi che cosa significa essere gay, ma posso dirvi che cosa non è.
Non è nascondersi dietro le parole, mamma. Parole come famiglia e decenza e cristianesimo.
Non è aver paura del proprio corpo e dei piaceri per i quali il Padreterno ce lo ha dato.
Non è giudicare il proprio prossimo, a meno che non sia rozzo e scortese.
Il fatto di essere gay mi ha insegnato la tolleranza, la compassione e l’umiltà. Mi ha mostrato le possibilità infinite della vita. Mi ha fatto conoscere persone la cui passione, gentilezza e sensibilità sono state per me una fonte inesauribile di forza. Mi ha fatto entrare nella famiglia umana, mamma, e mi ci trovo bene. Mi piace.
Non posso dirti molto altro, se non che sono lo stesso Michael che hai sempre conosciuto. Solo che adesso tu mi conosci meglio. Non ho mai fatto nulla per farti soffrire deliberatamente, né mai lo farò.
Ti prego di non sentirti in dovere di rispondere subito a questa lettera. A me basta sapere che non devo più mentire alle persone che mi hanno insegnato il valore della verità.
Saluti affettuosi da Mary Ann. Tutto bene al 28 di Barbary Lane.
Il tuo affezionatissimo figlio
Michael.

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