Salerno, ecco l’Ambulatorio di Medicina di Genere per persone transgender e non binarie: intervista

La dottoressa Filippelli - coordinatrice del progetto - ci spiega il ruolo fondamentale del Sistema Sanitario nel supportare la comunità T a 360°.

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A Salerno cure accessibili e percorsi personalizzati: nel nuovo ambulatorio di Medicina di Genere presso l’Ospedale San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona, l’obiettivo è quello di creare un ambiente accogliente, inclusivo e non giudicante per la promozione della salute delle persone transgender, non binarie e non solo.

È chiaro che non si possa applicare la stessa terapia a un giovane di 20 anni e un anziano di 90 – spiega la dottoressa Fiorella Amelia Filippelli, ordinario di Farmacologia presso il Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Università di Salerno, responsabile dell’Uoc di Farmacologia Clinica presso l’AOU San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona di Salerno e oggi coordinatrice di questo nuovo progettoMa se una vera medicina di precisione non può prescindere dai soggetti ai quali viene somministrata, è giusto parlare anche di medicina di genere”.

Comprendere le differenze a livello biologico è cruciale per garantire una prevenzione efficace, una diagnosi accurata e la scelta del trattamento più adatto per ogni individuo.

Diverse ricerche hanno evidenziato come – sempre biologicamente parlando – esista una disparità tra uomini e donne riguardo la predisposizione alle malattie e la gestione della salute.

Per questo motivo, è ancora più importante disporre di un approccio dedicato, con protocolli specifici, volti a gestire da un lato le esigenze sanitarie di ciascun individuo, e dall’altro, la fondamentale componente psicologica del percorso di transizione.

Abbiamo chiesto alla dottoressa Filippelli di parlarci di com’è nato questo progetto, e quali sono i piani per il futuro.

Dottoressa, ci può spiegare più approfonditamente di cosa si occuperà il vostro Ambulatorio di Medicina di Genere?

A partire dal 1 ottobre 2020, l’Agenzia del farmaco ha introdotto una normativa secondo la quale le terapie ormonali per le persone trans possono essere rimborsate dal sistema sanitario nazionale. Questo è possibile a condizione che le prescrizioni siano effettuate da un gruppo di specialisti di diversi ambiti.

Nonostante in Italia esistano altre strutture simili alla nostra, queste mancano spesso della necessaria completezza organizzativa. Infatti, la figura dell’endocrinologo è solitamente quella che si occupa di prescrivere i farmaci, ma ciò comporta che le spese restino a carico degli individui, non essendo coperte dallo Stato.

Come Ambulatorio di Medicina di Genere, ci impegniamo ad assistere sia le persone transgender che desiderano intraprendere un percorso di transizione, sia coloro che l’hanno già terminato.

Offriamo un supporto completo che va oltre alla fondamentale terapia farmacologica, per spaziare al supporto psicologico alla prevenzione specifica.

Il nostro obiettivo è quello di creare un ambiente protetto e inclusivo, dove i rischi associati ai trattamenti siano gestiti proattivamente attraverso controlli preventivi, come esami cardiovascolari e oncologici.

Infatti, ci impegniamo a fornire servizi aggiuntivi come programmi di vaccinazione specifici.

Per chi ha già effettuato la transizione, l’obiettivo è quello di garantire loro l’accesso a controlli specialistici adeguati alla loro situazione attuale tramite un canale preferenziale che risponda anche alle esigenze psicologiche e di visibilità di questa comunità. Non è giusto che una donna trans debba “nascondersi” per ottenere una visita urologica.

Nel mettere in piedi l’ambulatorio, quali sfide avete incontrato?

Le difficoltà maggiori sono state di carattere burocratico. Ad esempio, stiamo cercando di capire come permettere l’accesso ai nostri servizi a persone transgender che non sono direttamente inviate dalla ASL con cui abbiamo una convenzione.

Un altro ostacolo è rappresentato dalla mancanza di una nomenclatura adeguata nei tariffari per le visite specialistiche richieste dalla comunità transgender. Questo crea complicazioni non solo per lə pazienti ma anche per noi nel fornire assistenza.

Mi auguro che si assista a un aumento degli ambulatori su scala nazionale. Abbiamo un dibattito costante sul servizio sanitario e sul welfare, tuttavia, l’esclusione di certe categorie va contro i principi di inclusività.

È fondamentale non solo riconoscere le differenze, ma è ancor più importante trasformare queste differenze in punti di forza anziché in ostacoli.

C’è una grande necessità di supporto e collaborazione – anche con le associazioni LGBTQIA+ – per superare queste barriere e garantire che tutti abbiano pari opportunità di accesso alle cure.

Quali sono i piani per il futuro?

Il nostro ambulatorio si propone come un punto di riferimento per la comunità transgender, offrendo un supporto che va oltre l’assistenza medica.

Ci impegneremo in prima linea nell’aggiornamento delle pratiche cliniche, partecipando a convegni sulle nuove edizioni delle SOC per la cura dei soggetti transgender.

Abbiamo anche l’intenzione di portare queste tematiche nelle università, creando spazi di discussione e formazione per i futuri professionisti del settore medico.

Inoltre, stiamo lavorando per implementare progetti educativi nelle scuole, come iniziative di formazione peer-to-peer, per aumentare la consapevolezza sul genere e l’inclusione.

Vogliamo offrire un percorso di cura equo e specializzato, che risponda in modo mirato alle esigenze di ogni individuo che si rivolge al nostro servizio.

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