Tra performance e safe space, cos’è la ballroom culture?

Abbiamo intervistato La B. Fujiko, madre della House Of Ninja in Italia, per scoprire la ballroom scene senza stereotipi.

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@labfujiko
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Oggi parlare di ballroom culture è quasi la norma: dalla serie POSE su Netflix fino agli omaggi di Beyoncé nel suo Renaissance, quella sottocultura circoscritta alle comunità nere, latine, e queer d’oltreoceano degli anni ’70, nel 2023 incontra l’entusiasmo del grande pubblico, quasi fosse nata dall’oggi al domani.

Oggi c’è parecchio hype anche da noi, ma fino a poco tempo fa in Italia non c’erano ancora degli organi mediatici che ne parlassero così tanto” mi spiega La B. Fujiko (@labuijiko), performer, madre della House of Ninja e pioniera della ballroom scene italiana, oltre che fondatrice di Bballroom (@bballroomscene)

Dalle origini agli stereotipi da sfatare, la mother di House of Ninja ci racconta un mondo fatto di regole complesse e stratificate, ma soprattutto uno strumento d’affermazione e autodeterminazione potentissimo, oggi come nel 1980. Uno spazio dove ogni persona marginalizzata può mettersi in gioco e mostrarsi senza vergogna, rivendicando quella faccia da c*lo che lo status quo ci invita a contenere.

E no, non c’è solo il voguing.

 

 

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C’è una storia immensa dietro, ma per chi non ne sa nulla, di cosa parliamo quando parliamo di ballroom culture?

La ballroom culture nasce a New York tra gli anni 70-80 tra le comunità LGBTQIA+ nere e latine, per creare un safe space rispetto al clima politico dell’epoca. Ma non nasce dal nulla: c’è uno storico prima di drag balls che poi diventano black drag balls che gradualmente si sono evolute nella scena ballroom odierna che conosciamo. 

In questo sono fondamentali la nascita delle houses, ovvero delle famiglie per scelta, col fine di fornire aiuto o amore quotidiano a tutte quelle persone, anche molto giovani, che venivano allontanate dalla famiglia d’origine o non trovavano posto in società.

Durante le ball le houses si incontrano e competono attraverso tantissime categorie. Sì, in alcune si danza anche voguing, ma è solo una parte dell’intera competizione.  

Chi vince riceve un trofeo che rimane interno alla scena, celebrando le persone in una situazione dove possono esprimersi in ogni loro aspetto e costruire una piccola comunità che incanala, in modo positivo e creativo, situazioni poco digeribili nella vita di tutti i giorni. 

Quali sono gli errori più comuni che fanno le persone che partecipano alle ball?

Ogni categoria ha dei parametri, o anche chiamati elements, che la giura si aspetta di vedere e rispettare. 

Sicuramente per chi partecipa per la prima volta, invitiamo sempre a guardare prima senza buttarsi dentro a caso. Da partecipanti l’importante è conoscere le regole di ogni categoria, capire come funziona, assistere a qualche evento, e parlare con alcune delle nostre persone.

Moltə non partecipano perché non sanno ballare, ma è irrilevante proprio perché ci sono tantissime categorie diverse, e magari chi arriva per la prima volta non le conosce.

Come spettatori consigliamo di arrivare con una buona dose di pazienza e comprensione anche delle cose che forse non verranno capite subito. Ma se sei una persona rispettosa non c’è molto margine d’errore. 

Abbiamo recentemente criticato il fatto che alcune persone sono poco partecipative, e rimangono lì sedute a guardare come se fossero al teatro. Ma le ball sono situazioni molto attive, dove siamo abituati ad essere presenti in ogni momento, rispettare quello che accade ma anche farne parte, comunicando il nostro apprezzamento per chi si esibisce.

 

 

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Qual è il più grande insegnamento che hai imparato riguardo te stessa e le persone attraverso la cultura ball?

Mi sono approcciata alla scena quando avevo 20 anni, con un background dove non se ne ne parlava così tanto tramite internet e social.

Mi ha avvicinata a dei mondi e delle tematiche a cui non ero ancora approdata, e permesso di creare connessioni molto forti anche con persone di età diverse o esperienze di vita differenti dalla mia.

È un contesto dove si vivono assieme i cambiamenti e impari l’attenzione e la cura verso l’altro e te stessə: anche nell’uso delle parole e i pronomi o in piccole cose all’apparenza non importanti ma che invece lo sono.

Sì, c’è la competizione e i trofei, ma una volta vinto non ti cambia la vita: la competizione è un’occasione per riunirsi ,stare insieme, passare una bella serata dove qualsiasi cosa accadrà sarai accettatə e accoltə con amore.

È il bello di far parte di una comunità.

Perché secondo te è ancora oggi uno strumento di autodeterminazione così forte?

Perché ancora oggi non hai la libertà di uscire vestitə come vuoi o limonare chi ti pare.  

Nei miei anni mi sono interfacciata con tante persone giovani che non sanno con chi parlare e si rivolgevano a me perché non avevano riferimenti.

Per tuttə noi, qualunque sia l’età o vissuto personale, la ballroom offre una dimensione alternativa ad una società che ci impedisce di fare o esprimere chi siamo.

Non viviamo nella New York degli anni 70, ma certe problematiche purtroppo ancora esistono. Sì spera che un domani non serviranno più, ma per oggi i safe space sono ancora necessari. 

Cosa diresti ad una persona che vuole partecipare per la prima volta alle ball ma magari si sente insicurə o spaventatə a provare?

Sicuramente di informarsi, di venire a qualche nostra serata, entrare a contatto con le nostre persone e capire come funziona. 

E poi di buttarsi e farlo, perché non c’è nulla da perdere: ti fai a tua esperienza ed è comunque qualcosa che ti resta anche nella vita di tutti i giorni. Ti dà quella fierezza, quella faccia da culo che ti porti anche a casa, e ti fa dire anche sti c*zzi.

Sempre con cognizione di causa e nel rispetto del contesto, fai qualcosa che ti spaventa un po’ ma alla fine può darti solo un ritorno positivo nella vita di tutti i giorni.

 

 

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