Terapia riparativa: un libro spiega perché sono dannose

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Analizzate prettamente dal punto di vista scientifico, le terapie riparative sono sviscerate nel libro "Curare i gay? Oltre l'ideologia riparativa dell'omosessualità". Ecco perché sono inefficaci

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È dai primi anni ‘90 che l’Organizzazione Mondiale della SaNITà (OMS) non considera più l’omosessualità come una malattia o un disturbo mentale (neanche quella che un tempo veniva definita ego-distonica), ritenendola semplicemente una “variante naturale del comportamento sessuale umano”. Nonostante ciò ancora oggi c’è chi sostiene che le persone che non sono eterosessuali vadano in qualche modo riparate in questo aspetto della loro personalità. “Curare i gay? Oltre l’ideologia riparativa dell’omosessualità” è il titolo di un nuovo libro appena pubblicato da R. Cortina Editore nel quale tre psicologi e psicoterapeuti (Paolo Rigliano, Jimmy Ciliberto e Federico Ferrari) affrontano il problema delle terapie riparative da un punto di vista rigorosamente scientifico, analizzandole nei loro aspetti clinici, psicoterapeutici e culturali e dimostrandone l’inefficacia e la dannosità. Ne abbiamo parlato con Paolo Rigliano, che già in passato aveva affrontato le tematiche legate all’omosessualità in “Amori senza scandalo”.

Che cosa vi ha spinto a scrivere questo libro? Abbiamo deciso di scrivere questo libro dopo aver constatato il riemergere, più o meno esplicito, dell’idea che l’orientamento omosessuale possa e debba essere cambiato in eterosessuale, nonostante le più importanti istituzioni scientifiche internazionali ribadiscano ormai da anni che l’omosessualità non è una patologia, proponendo inoltre a tutti i professionisti della salute mentale una modalità di intervento che valorizzi questa forma del desiderio. Nel nostro libro non c’è solo un’analisi scientifica di tutti i lavori che sono stati presentati come fondamento della possibilità di cambiare l’orientamento omosessuale (dimostrandone l’inconsistenza), ma anche una visione nuova della condizione omosessuale, ugualmente positiva e desiderabile di quella eterosessuale. Proponiamo un modello di psicoterapia che accolga la specificità di tutte le persone omosessuali, incluse quelle credenti, che rappresentano il principale target delle cosiddette terapie riparative e che sono spesso "dimenticate" nei principali modelli psicoterapeutici affermativi.

Come avete gestito la vostra collaborazione nella stesura del testo? Inizialmente ci sono state fasi in cui ognuno ha ricercato e approfondito una questione o un autore. Ma tutto il materiale, integralmente, è stato analizzato, pensato e discusso con assoluta costanza e regolarità da tutti e tre insieme. Non abbiamo risparmiato fatiche e confronti pur di rendere il libro leggibile e rigoroso da tutti i punti di vista, cercando si offrire così a tutti i gay e le lesbiche e alle loro famiglie (oltre che ai professionisti della salute mentale) uno strumento che riteniamo sia indispensabile. Lasciateci dire: doveroso, perché tutti i destinatari del libro devono sentirsi partecipi della responsabilità non solo di contrastare il fondamentalismo che minaccia le nostre vite, ma responsabili di costruire una visione realmente liberatrice e innovativa, che riteniamo essere l’autentica via di emancipazione da ogni violenza e pregiudizio.

Chi o cosa si cela dietro “l’ideologia riparativa dell’omosessualità” alla quale si fa riferimento nel sottotitolo del libro? 

L’ideologia riparativa dell’omosessualità è quella propria del fondamentalismo religioso, nello specifico cristiano evangelico, che rivendica l’esistenza di un progetto divino in cui esiste un unico modo di essere maschio e femmina, inevitabilmente eterosessuale. Tale dogma relega le persone omosessuali allo status di eterosessuali con problemi di omosessualità, che possono quindi chiedere di essere salvati o invece continuare ad essere peccatori. Dietro tale ideologia, però, ci sono anche tutti coloro che pur non facendo propria l’idea che l’omosessualità sia una patologia, offrono alle persone omosessuali che non accettano il proprio orientamento, la possibilità di cambiare, offrendo loro in realtà un travestimento sotto il quale celare la loro vera essenza, quindi ingannandole.

Lo psichiatra Francesco Bruno (frequentatore di salotti televisivi) alcune settimane fa ha dichiarato: “Io sono contrario a quanto sostiene l’Organizzazione Mondiale della sanità. L’omosessuale, al quale va dato ogni rispetto, è clinicamente un malato, ovvero soffre di un disturbo patologico che lo altera. Inutile che questi signori vogliano convincerci che i normali siano loro.” Cosa si sente di dire al suo collega Bruno? 

Credo che ogni professionista abbia il dovere di avanzare analisi scientificamente rigorose, ben argomentate e fondate su dati attendibili: etichettare i diversi come malati in base a pregiudizi ideologici rivela solo la propria volontà di deumanizzarli. I dogmi affermati dal dott. Bruno sono stati dominanti per molto tempo, e poi sono stati rigettati da tutte le ricerche scientifiche per inconsistenza e falsità, essendo finalizzati solo a opprimere. Tali dogmi sono smentiti persino dalle ricerche degli stessi terapeuti riparativi che quanto più si sforzano di dimostrare il successo della conversione all’eterosessualità, tanto più ne dimostrano l’inconsistenza. “Questi signori” che Bruno addita con disprezzo sono praticamente la totalità degli aderenti a tutte le organizzazioni scientifiche del mondo, che hanno avuto il coraggio di rigettare come antiscientifiche le teorie e le terapie riparative perché contrarie alla verità e a ogni principio etico e clinico. Perché contrarie a ogni umanità.

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