“Andy Warhol’s Stardust”: a Milano le stampe della Factory

Dalla serie "Flowers" ai celeberrimi "Myths", alcune produzioni seriali del maestro della pop art in mostra al Museo del Novecento di Piazza Duomo fino all’8 settembre. A cura di Laura Calvi.

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“Se volete sapere tutto di Andy Warhol basta guardare la superficie dei miei quadri e dei miei film, di me. Eccomi: non c’è niente dietro”. Questa frase lapidaria e ‘definitiva’ dell’immortale maestro della pop art introduce una piccola ma luminosa mostra al Museo del Novecento in piazza del Duomo a Milano, “Andy Warhol’s Stardust”, dedicata alle stampe, quasi sempre seriali, realizzate nel suo laboratorio creativo, la celebre Factory.
La polvere di stelle evocata nel titolo della mostra ha un doppio significato: si riferisce ai riflessi lampeggianti della polvere di diamante utilizzata in molte stampe ma anche alla capacità di Warhol nel creare icone scintillanti destinate a fama duratura.
Ad accogliere il visitatore è uno dei magnifici ritratti in bianco e nero di Andy Warhol realizzati da Robert Mapplethorpe nel 1986, assolutamente iconico e sottilmente allarmante nell’immergere la testa dell’artista vagamente scheletrica in uno sfondo totalmente nero che valorizza ancora di più la capigliatura candidamente bianca diventata in fretta un tratto distintivo passato alla storia.

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Il corpus espositivo comprende le celebri serie degli anni Sessanta “Campbell’s Soup” in cui viene replicata la celebre lattina di zuppa e che rappresenta simbolicamente la produzione seriale che caratterizzò soprattutto quel decennio della pop art warholiana. Questo principio spersonalizza per antonomasia il processo di creazione artistica e limita al minimo l’intervento esterno, sia per l’utilizzo di macchinari che per il contributo di tecnici e assistenti. Nasce così una nuova idea di artista, strettamente legata a una massificazione pubblicitaria dell’arte in pieno boom economico-industriale, in controtendenza rispetto all’espressionismo astratto americano. Emblematica la risposta di Warhol al critico d’arte David Bourdon che in un’intervista del 1962 gli chiede: “Che scopo ha dipingere per te?”: “Il motivo per cui dipingo così è che voglio essere una macchina, e sento che qualunque cosa faccia, il riuscire a farlo come una macchina è proprio ciò che voglio fare”.

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Tra le opere meno note, troviamo la serie “Birmingham Race Riot” tratta da una fotografia di Charles Moore pubblicata su “Life” relativa allo scontro del 3 maggio 1963 a Birmingham, in Alabama, tra la polizia e i dimostranti a favore dei diritti civili degli afroamericani.
I colori sfavillanti della serie “Flowers” catturano il visitatore anche grazie alla luce naturale che filtra da ampie vetrate. Warhol ne realizzò ben 1002 nel 1964 e molti di essi furono esposti in importanti gallerie dell’epoca, quali quella di Leo Castelli a New York e la Sonnabend a Parigi. Sarebbero arrivati anche a Milano nel 1966, nella galleria di Gian Enzo Sperone.
Sono invece una consapevole citazione di Monet, in particolare di “Impressione al tramonto”, i caldi tramonti di “Sunset”, con grandi campiture di colore che mutano a seconda della luce. Nelle serie della frutta del 1979, “Grapes e Spaces Fruits” è invece il genere della natura morta a richiamare le ricerche moderniste di fine Ottocento attraverso l’astrazione delle forme degli oggetti fino a ridefinirne la plasticità e la solidità geometrica con l’utilizzo di tinte forti e stesure piatte.

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Negli anni ’70 Warhol realizza una quantità enorme di ritratti su commissione (tra il ’71 e il ’72 crea oltre duemila quadri del presidente cinese Mao) tra i quali è possibile ammirare la serie “Ten portraits of Jews of the Twentieth Century” che accosta dieci celebri ebrei, da Kafka ad Einstein, dai fratelli Marx a Golda Meir, i cui volti sono attraversati da accesi cromatismi geometrici.
Per la produzione di questi ritratti Warhol mette a punto una procedura standard: realizza circa sessanta scatti del soggetto con una Polaroid Big Shot e ne seleziona quattro, di solito concordati insieme al soggetto. Tra questi solo uno va in stampa e dopo una serie di rielaborazioni grafiche viene ingrandito per essere serigrafato.
Ecco quindi i celeberrimi “Myths”, opere pop leggendarie che spaziano dall’ineffabile Marilyn a Mickey Mouse, da Zio Sam a Greta Garbo, per un’arte più democratica che mai: come spiega la curatrice Laura Calvi, si tratta di “una visione orizzontale che non percepisce differenze di trattamento tra, ad esempio, i pensatori e protagonisti della cultura del XX secolo ebrei – Freud, Einstein, Gertrude Stein – e le drag queen della New York più mondana, Babbo Natale e Superman. L’approccio di Warhol uniforma e ridistribuisce i pesi, il fermarsi alla superficie rende tutti sufficientemente attraenti ma, soprattutto, importanti allo stesso modo”.
Le stampe provengono dalla collezione della Bank of America Merrill Lynch che torna a collaborare col Museo del Novecento nell’ambito del programma “Art in Our Communities” dopo la mostra fotografica “Conversations” dell’anno scorso. La mostra “Andy Warhol’s Stardust’”è visitabile fino all’8 settembre.
Vi consigliamo infine di non perdervi le opere cubiste e futuriste della mostra permanente, splendide ma un po’ sacrificate in spazi angusti: Picasso, Braque, Boccioni, De Chirico e molti altri.

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