Asia e terapie di conversione: violenze verbali, psicologiche e sessuali su bambinǝ e adolescenti

Pratiche che mirano a "curare" l'omosessualità, l'identità di genere non conforme e l'espressione di genere attraverso quella che è, di fatto, tortura.

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terapia conversione asia
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Nessuno può arrogarsi il diritto di sapere cosa passava per la testa di Anjana Hareesh, studentessa indiana di 21 anni, quando ha scelto deliberatamente di porre fine alla sua vita, isolata dai propri affetti e da quel mondo esterno che a lei aveva riservato solo giudizi e violenza.

Tuttavia, chi rimane ha il diritto e il dovere di formulare ipotesi, quando il vissuto di Anjana è quello di migliaia di altr* ragazz* in India, Bangladesh, Sri Lanka e Indonesia, che ogni giorno devono lottare per il proprio semplice diritto ad esistere.

Anjana apparteneva alla comunità LGBTQIA+, una famiglia che avrebbe dovuto fare di più per proteggerla. Perché l’altra famiglia, quella biologica, l’ha invece sottoposta a disumane pratiche per “guarirla” dalla sua identità, attraverso le famigerate terapie di conversione – anche dette terapie riparative. 

Pratiche infondate e pericolose, che mirano a “curare” l’omosessualità, l’identità di genere non conforme e l’espressione di genere attraverso quella che è, di fatto, tortura. Con una base falsa dal punto di vista medico, queste terapie cercano di modificare la natura intrinseca delle persone LGBTQIA+, affermando erroneamente che siano affette da una sorta di malattia.

Le terapie di conversione, oltre a essere evidentemente inutili, provocano traumi fisici e psicologici permanenti. Tra tutte le vittime di queste pratiche, sono bambinǝ ed adolescenti ad essere particolarmente vulnerabili, poiché spesso sono costretti dai genitori o dalla società a sottoporsi a tali terapie nella speranza di “normalizzarlǝ”, in un ciclo di abusi che per la vittima diventa normale e giustificato.

L’inquietante prassi delle terapie di conversione

Le terapie di conversione si avvalgono di un’ampia gamma di tattiche meschine e crudeli nel tentativo di “correggere” le persone LGBTQIA+. Si tratta di orrori che potrebbero urtare la sensibilità di alcuni, quindi suggeriamo di procedere con cautela.

Spesso, le terapie di conversione partono in maniera soft, con la tattica del ricatto emotivo, che viene spesso utilizzata per manipolare la vittima, mettendo in discussione il suo senso di appartenenza e facendo leva sui legami familiari o sulle dinamiche sociali per costringerle a conformarsi agli ideali eteronormativi.

Questa forma di coercizione psicologica è estremamente dannosa, poiché induce al senso di colpa e provoca un conflitto interiore devastante.

Si passa poi all’umiliazione pubblica: la vittima è costretta a sottostare a situazioni in cui la sua identità viene ridicolizzata davanti ad altre persone, in un tentativo di distruggere la sua autostima e fiducia nelle persone, tagliando completamente i ponti con il mondo esterno.

Si passa quindi alle punizioni fisiche e le penitenze: le vittime vengono sottoposte a violenze fisiche o costrette a svolgere lavori forzati come forma di “punizione” per la loro identità o orientamento sessuale.

In casi estremi, si procede con internamenti forzati in cliniche o campi, il cui abusi psicologici e fisici sono all’ordine del giorno. Questi luoghi diventano prigioni in cui le vittime vengono isolate dalla società e sottoposte a pratiche abominevoli volte a “curarle”. L’internamento forzato è una grave violazione dei diritti umani e rappresenta un vero e proprio incubo per chi ne è coinvolto.

Le terapie di conversione in clinica spesso coinvolgono l’utilizzo di metodi discutibili di psicoterapia o counseling, che sono eticamente inaccettabili e privi di fondamento scientifico. Invece di offrire un supporto compassionevole e accogliente, i cosiddetti “professionisti” manipolano e cercano di le vittime che la loro identità e orientamento sessuale siano sbagliati o anormali.

L’ipnosi, considerata da alcuni terapeuti riparativi una tecnica efficace, viene utilizzata per cercare di “ricondizionare” l’orientamento sessuale o l’identità di genere delle persone. Tuttavia, non esistono prove scientifiche che supportino l’efficacia di questa pratica e la sua implementazione rappresenta un gravissimo abuso con conseguenze psicologiche devastanti.

Altre tattiche utilizzate includono il ricondizionamento della masturbazione per associare sensazioni negative all’omosessualità, l’assunzione di ormoni senza consenso, l’assunzione forzata di farmaci che provocano nausea, l’uso di farmaci psicotropi senza prescrizione medica, e persino l’elettroshock come forma di “correzione”.

Tantissimi genitori, per ignoranza e preoccupazione, mandano l* propri* figli* in questi centri per le terapie di conversione così che possano tornare a condurre una vita “normale” – spiega Dimithri avvocata per i diritti umani e sopravvissuta – qui i dottori prescrivono un cocktail di antidepressivi e sonniferi, promettendo un “ritorno alla normalità” che non avverrà mai”.

Alcune di queste organizzazioni impiegano infine l’abominevole pratica dello “stupro correttivo”, in cui la vittima viene violentata da una persona del sesso opposto per “guarirla” dalla propria omosessualità.

L’obiettivo – spiega Tashi, vittima delle terapie di conversione – è quello di risparmiare queste torture alle nuove generazioni, salvare più persone possibile. Tutti devono sapere che questa roba, oltre ad essere dannosa, è anche una truffa. Non è sufficiente far passare una legge, ma questa va applicata ovunque, senza la possiblità di intervento di cavilli burocratici. A queste persone dev’essere revocata immediatamente la licenza!

Le conseguenze delle terapie di conversione sulle vittime

Le conseguenze delle terapie riparative sono profonde e durature, e lasciano un segno indelebile sulla vita delle persone coinvolte. Le testimonianze delle persone sopravvissute a queste pratiche dolorose e disumane offrono uno sguardo desolante sulle conseguenze a lungo termine.

Le persone che hanno subito terapie riparative spesso lottano con pensieri suicidi, autolesionismo e – spesso – finiscono con il togliersi la vita. La disumanizzazione e l’alienazione inflitte loro attraverso queste pratiche spesso generano un profondo senso di disperazione da cui non si intravede alcuna via d’uscita.

Avevo 25 anni e stavo per laurearmi – racconta Tarin – ho fatto coming out con i miei genitori, come donna trans. Erano scioccati. Continuavano a negare la mia identità, dicendo che ero biologicamente un uomo. Per sei mesi mi hanno rinchiuso in una stanza, e mi hanno torturata. Una sottospecie di guru mi faceva visita ogni tanto, e mi spruzzava dell’acqua santa addosso, dicendomi che sono un uomo, non una donna. E io chiedevo ai miei genitori come potessero essere così crudeli con la propria bambina. Addirittura il mio medico mi ha prescritto delle fantomatiche terapie, che non facevano che peggiorare la mia condizione. Venivo picchiata tutti i giorni, incatenata al letto. Ho tentato il suicidio diverse volte”.

La depressione e l’ansia sono solo alcune delle conseguenze più comuni delle terapie di conversione. La negazione e la coercizione a cui sono sottoposte le persone LGBTQIA+ minano la loro autostima e la fiducia nelle proprie capacità di autorealizzazione, prima causa di profondi stati depressivi.

I disturbi alimentari, come l’anoressia e la bulimia, possono svilupparsi come risultato dello stress e della pressione psicologica subiti dalle persone coinvolte nelle terapie di conversione. La preoccupazione costante di non soddisfare gli standard impostin può portare a un rapporto distorto con il cibo e all’adozione di comportamenti alimentari insalubri.

Le persone che sono state costrette a subire tali trattamenti spesso si sentono emarginate dalla società e si ritrovano a lottare per costruire relazioni significative e connessioni con gli altri: da qui, l’isolamento sociale, che non fa che incrementare le sintomatologie complesse citate in precedenza.

Alcuni lamentano profondi stati di disordine post-traumatico da stress (PTSD) è un’ulteriore conseguenza grave delle terapie riparative. Le esperienze traumatiche e gli abusi subiti durante queste pratiche possono lasciare cicatrici profonde nella psiche delle persone coinvolte, creando un senso di allerta costante, flashback e incubi ricorrenti.

Il disprezzo di sé è un’altra conseguenza comune. Le persone coinvolte spesso sviluppano un profondo senso di odio verso sé stesse, incolpandosi per la loro identità o orientamento sessuale e interiorizzando il pregiudizio e la discriminazione che hanno subito. Chi sopravvive diventa talvolta carnefice.

L’autolesionismo, come l’automutilazione o l’autolesionismo emotivo, può manifestarsi come una modalità di affrontamento per le persone coinvolte in queste terapie. Le esperienze traumatiche e l’intensa pressione psicologica possono portare a un senso di disperazione e disconnessione dal proprio corpo e dalle proprie emozioni.

Le terapie di conversione possono anche causare disfunzioni sessuali e problemi di intimità nelle persone coinvolte. La coercizione e la negazione dell’autenticità sessuale possono interferire con la salute sessuale e la capacità di creare relazioni intime sane e appaganti.

La lotta globale contro le terapie di conversione

In risposta a questa crisi, diverse associazioni attiviste tentano di agire per garantire tutele specifiche per le persone LGBTQIA+ in diversi paesi asiatici. Una campagna di rilievo, lanciata in collaborazione tra All Out e ILGA Asia, si batte per il divieto legale delle terapie di conversione in India, Bangladesh, Sri Lanka e Indonesia.

Partiamo dal presupposto che questo tipo di terapie non funziona in alcun caso. Non dobbiamo cambiare perché Dio ci ha creato così e ci ama così. Se sei gay, sei nato così, non devi apportare alcuna modifica, anzi, devi esserne fier*. E per i genitori e le guide spirituali che ancora oggi credono che le terapie di conversione servano a qualcosa, piantatela. Non funziona, ci fa solo del male” spiega Arisdo Gonzalez, un attivista credente e sopravvissuto.

Vittorie nella lotta contro le terapie di conversione sono già state raggiunte in diversi paesi. In Colombia, grazie al sostegno di oltre 70.000 persone in tutto il mondo, è stata presentata una proposta di legge al Congresso per fermare ogni tentativo di “cambiare” l’orientamento sessuale, l’espressione di genere e l’identità di genere.

In Francia, nel 2021 è stata approvata una legge che vieta le terapie di conversione, grazie all’impegno della Fédération LGBT francese e dei membri di All Out. Anche in Germania è stato approvato un divieto parziale nel 2020, dopo una petizione lanciata da All Out e gruppi tedeschi per i diritti LGBT+. Diversi altri paesi europei hanno seguito le orme di Francia e Germania, come il Belgio, l’Islanda, Cipro e diversi altri.

L’Italia, sconcertante ma sicuramente non sorprendente, non dispone ancora di una legge contro le terapie di conversione, nonostante l’impegno degli attivisti. Associazioni come Courage sono ancora libere di operare sul territorio nazionale indisturbate, senza che nessuno vieti loro di diffondere odio e disinformazione nei confronti della comunità LGBTQIA+. 

La battaglia non è quindi ancora finita, anzi. Molti paesi in tutto il mondo devono ancora adottare misure per porre fine a queste pratiche disumane e proteggere le potenziali vittime da questi abusi.

Abbiamo parlato con Yuri Guaiana, Senior Campaign Manager di AllOut Italia, per chiedere una riflessione in questo senso.

Abbiamo letto della vostra petizione sulla questione delle terapie di conversione in Asia, nei paesi come l’India, il Bangladesh, eccetera. Vorremmo chiedervi se avete degli studi recenti da integrare per fornire una dimensione più precisa del problema.

Per quanto riguarda i dati, non abbiamo grafici perché lavoriamo principalmente sulle storie individuali. Purtroppo è difficile ottenere dati precisi a causa della natura segreta di queste terapie.

La maggior parte di esse avviene in contesti illegali o al limite della legalità, rendendo difficile la raccolta di statistiche ufficiali.

Anche in Italia, ad esempio, è molto difficile ottenere dati specifici, ma stiamo lavorando su più fronti per far sì che queste pratiche barbare e infondate cessino una volta per tutte di esistere.

Quindi il vostro è un approccio globale e sistemico?

Abbiamo dato rilevanza alle petizioni in Asia perché è la prima volta che le voci dei sopravvissuti vengono ascoltate in modo così chiaro in quei paesi.

Questo ha un’enorme importanza a livello globale perché finalmente anche i paesi asiatici stanno affrontando il problema delle terapie di conversione.

Anche se non possiamo generalizzare, è significativo che quattro importanti paesi asiatici rappresentino quasi la metà della popolazione mondiale.

Speriamo di poter aggiungere altri paesi, come la Cina, in futuro. Tuttavia, la nostra campagna si estende a livello globale, compresi i continenti come l’America Latina e l’Europa, dove abbiamo ottenuto alcune vittorie.

Perché anche dalle nostre parti la situazione non è delle più rosee, giusto?

Purtroppo in Italia le terapie di conversione non sono vietate. Cinque o sei anni fa c’è stata una proposta di legge a tal proposito, ma non è mai stata discussa seriamente.

Non siamo nemmeno riusciti a far passare una legge contro i discorsi d’odio e l’incitamento all’odio nei confronti delle persone LGBT.

Questa situazione è molto grave, poiché sono le persone più fragili, spesso giovani provenienti da famiglie ostili alla loro identità, a subire le terapie di conversione. È un’urgenza che l’Italia ha la responsabilità di affrontare, indipendentemente dalle ideologie politiche.

Avete cercato anche l’assistenza dell’Unione Europea su questo problema?

Sì, abbiamo cercato di coinvolgere anche l’Unione Europea. La Commissione europea ha pubblicato una strategia per l’uguaglianza delle persone LGBT nel 2020, impegnandosi a incoraggiare gli Stati membri a condividere le buone pratiche per abolire le terapie di conversione.

Anche se la Commissione europea non ha autorità diretta sul diritto penale, può fare pressione sugli Stati e facilitare lo scambio di pratiche positive. Alcuni importanti paesi europei come la Francia e la Germania hanno già vietato queste terapie.

Purtroppo, l’Italia è fanalino di coda in questo processo, ma continuiamo a fare pressione perché questo tema vada oltre le ideologie politiche e protegga le persone più vulnerabili.

 

cover: Foto di Hisu lee su Unsplash

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