QUEER JIHAD, LA GUERRA DELL’ACCETTAZIONE

Un’analisi attenta della situazione degli omosessuali musulmani vista dall’interno: parla il fondatore della ‘Queer Jihad’, Sulayman X, giornalista gay.

Ad una settimana dall’attacco terroristico che ha colpito New York, mentre sulla scacchiera mondiale si dispongono gli eserciti e i servizi segreti si scambiano informazioni utili ai militari, abbiamo l’occasione di conoscere un’altra Jihad. Non quella della guerra santa ma quella omosessuale. In una religione in cui anche il sesso etero è regolato da rigidissime norme, un gruppo di fedeli lotta per l’integrazione. Accettare se stessi per primi, nell’essere esattamente come Allah li ha creati, e poi, la battaglia per la tolleranza tra musulmani in generale.

Secondo i gay dell’Islam, ‘jihad‘ non è solo ‘guerra santa’: vuol dire anche educare il musulmano attraverso una battaglia con se stesso, i propri istinti più bassi, per fare del bene, per essere il bene, per mettere in pratica i valori che affermano di possedere. ‘Queer Jihad‘ non è un’associazione formale: è un’idea. Non hanno moschee, non sono un movimento, non chiedono donazioni e non ne accettano. Sono interessati alle vite spirituali di gay e lesbiche musulmani e ad incoraggiare la propria comunità GLBT a rimanere fedele all’Islam.

Il fondatore di Queer Jihad è Sulayman X (foto). Americano convertito all’Islam, ha fatto la sua Shahada, o professione di fede, in una moschea di Kansas City nel 1993. Dice Sulayman: "Sono cresciuto come cattolico, pieno di sensi di colpa per il ‘presunto peccato’ che mi porterei dietro dalla nascita. Essendo gay, avevo cominciato ad odiarmi, soprattutto a causa della dottrina cattolica che mi insegnava che io ero il male, mentalmente disordinato, immorale e altre cose del genere. Di certo nessuno mi aveva mai detto che ero ‘OK’, o perfino desiderabile, così com’ero. Provai per anni a cambiare, senza risultati. In preda alla disperazione, incapace di amarmi, scoprii l’Islam e conobbi tanti altri fedeli. Avevamo tutti lo stesso intento: seguire il Corano, dove è scritto che tutti gli uomini sono uguali agli occhi di Dio, che bisogna occuparsi degli orfani (quale io ero), delle vedove, contribuire alla società, essere persone buone. Scelsi il nome di Sulayman, in onore del mitico saggio re, ma mi dissero che avrei dovuto avere due nomi. Scelsi Sulayman Muhammad. Presto però, divenne Sulayman X in segno di protesta, quando scoprii che il profeta (Muhammad= Maometto, il profeta, NdA) disse che gli omosessuali dovevano essere gettati dalla cima dei palazzi più alti. Dopo una lunga meditazione, decisi però che non credevo che il Profeta avesse mai detto una cosa del genere.

Penso che non sarebbe degno attribuire ad un uomo di tale levatura morale simili affermazioni. Nel corso dei miei studi, non avevo mai letto nulla sull’omosessualità. Sapevo che il sesso era un dono di Allah, che non c’era peccato in esso e che un musulmano può avere fino a quattro mogli se è in grado di trattarle tutte bene. Il sesso è umano, tutto qui. Al tempo della mia conversione, ero troppo infatuato per chiedere dell’omosessualità. Credevo – ma ero in errore – che non fosse un problema. Così, divenni musulmano ma tenni il mio passato e la mia sessualità per me. Un giorno però, decisi di aprire un sito internet dedicato all’Islam e l’omosessualità, per aiutare me e altri, per avere dei riscontri da altri musulmani omosessuali. Il risultato è stato Queer Jihad. La risposta è stata sconcertante: non avevo idea che l’Islam fosse così omofobico, che Maometto avrebbe detto che ‘tutti gli omosessuali devono essere uccisi sul posto’ o ‘buttati dalla cima dei palazzi più alti’ o che ‘se trovi due uomini che fanno quello che faceva la gente di Lot, uccidi quello che lo sta facendo e uccidi quello che se lo sta facendo fare’ e così via. Ero scioccato dalla quantità di lettere piene di odio che arrivavano al sito e di tutte le minacce di morte. Ero distrutto: molte volte pensai di lasciare l’Islam e addirittura di tornare cattolico. Smisi di praticare. Nel frattempo, però, consigliavo i gay musulmani di non lasciarsi sopraffare dall’omofobia di pochi, di non permettere loro di allontanarli dall’Islam. Capii allora che non accettavo il loro giudizio e che volevo essere musulmano sopra ogni cosa. Ogni giorno mi dicono che non posso essere gay e musulmano e a volte mi sento confuso: come posso essere altro se non gay? Non c’è ‘cura’, ci sono milioni di persone come me. E dentro di me sono musulmano. Voglio essere entrambe le cose. Il Corano condanna l’omosessualità? Non lo so. Sembra. La storia di Sodoma e Gomorra però può essere interpretata in molti modi. Allah condanna gli omosessuali? Se fosse così, perché li avrebbe creati? La logica mi sfugge."

Comprensibile che Sulayman voglia rientrare nei canoni di una religione che lo fa star bene, ma quanto è etico o reale tutto ciò? Lo stesso problema si pone per i gay cattolici che vogliono a tutti i costi essere praticanti. Alla fine si crea una dualità che li costringe a modificare i dogmi religiosi a loro uso e consumo per poterci rientrare. Nel caso di Sulayman, questo si estrinseca nel dubitare della parola del Corano che tanto ama e rispetta, mentre i cattolici mettono in dubbio la parola della Bibbia e le regole basilari su cui si fonda il cattolicesimo. Sulayman può diffondere la sua idea di Islam, ma vallo a spiegare a chi applica le severe leggi islamiche: se un ragazzo viene trovato con i pantaloni abbassati di fronte ad un altro ragazzo, sarà condannato a 20 anni di prigione e a 5 colpi di canna sul fondoschiena. Se l’altro ragazzo è musulmano subirà la stessa sorte, ma se è di un’altra religione, potrà andare via libero perché la legge islamica si applica solo ai seguaci. Per provare la colpevolezza però, bisogna portare almeno 4 testimoni oculari dell’atto, e questo, a meno che non si tratti di un’orgia o di un incontro voyeristico, è abbastanza difficile.

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In Afghanistan si attua ancora l’antica sentenza di morte: dopo un processo fittizio, si fa crollare un muro sull’accusato di sodomia. Il fondatore della Al-Fatiha Foundation per GLBT, Alam, dice che l’atteggiamento islamico verso l’omosessualità è barbarico: è considerata una malattia dell’occidente che si infiltra nelle menti e nella società musulmana. Una deviazione, una corruzione della sessualità dell’uomo e un crimine contro il sesso opposto. La pratica di questo atto perverso è strettamente proibita. Per questo il 90-99% dei gay musulmani lascia la religione. Per gli etero non è più facile: malgrado il Corano descriva il sesso come "un dono di Allah senza peccato", se un uomo e una donna fanno del sesso prima del matrimonio devono venir frustati 100 volte entrambi senza pietà di fronte a testimoni. Per non parlare del fatto che gli uomini non possono radersi, perché senza la barba si somiglia alle donne e Allah maledice gli uomini che imitano le donne e viceversa (chi ha mai sentito parlare di trans islamici?)

Sono proprio queste rigidissime restrizioni in materia sessuale che costringono spesso uomini e donne a rivolgersi al loro stesso genere. Ma come se questo non bastasse, la confusione aumenta quando si parla di ruoli sessuali: nella cultura araba – dice Alam – l’uomo ‘attivo’ non è considerato gay. È per questo che molti stranieri tornano dai paesi arabi con storie di selvagge avventure omosessuali e estasiati da tutti questi ragazzi che vogliono possederli. Ma la situazione è 100 volte peggiore per le lesbiche: in un luogo dove alle donne non è nemmeno consentito di far udire il rumore dei propri passi, di certo non è permesso provare piacere sessuale, oltretutto senza un uomo…

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