Sì a risarcimento per il partner. Ma “gay non è famiglia”

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Il Tribunale di Milano ha riconosciuto il diritto del compagno di un uomo, vittima in un incidente stradale ad essere risarcito. Ma la sentenza rischia di segnare un...

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Con una sentenza depositata lo scorso 12 settembre il Tribunale di Milano ha riconosciuto per la prima volta nella storia italiana il risarcimento del danno al convivente gay della vittima di un incidente.

I fatti risalgono all’aprile del 2008 quando un uomo, tenore e maestro di canto, muore a seguito di un incidente stradale a Milano. Lascia la madre ottantenne e il compagno con il quale conviveva da 18 anni. Tra i due, oltre ad un profondo legame sentimentale, c’era anche un rapporto professionale perché la vittima dell’incidente, molto conosciuto nell’ambiente della musica classica e dell’opera milanese, stava lanciando il suo compagno, che nella vita fa il maestro di clarinetto, come tenore.

"Vedevo quest’uomo che faceva da tramite tra me e la madre della vittima – racconta a Gay.it l’avvocato Federico Brambilla che ha seguito il caso – molto provato dalla perdita che lo aveva colpito e mi sono detto che il fatto che tra i due ci fosse una relazione gay non poteva essere ostacolo al riconoscimento di un risarcimento, proprio come avviene con i coniugi superstiti di coppie eterosessuali".

E così è iniziata una lunga e faticosa battaglia legale per fare sì che l’assicurazione del responsabile dell’incidente riconoscesse al partner superstite il diritto al risarcimento.

"L’eccezione che mi sono sentito contrapporre in tribunale – continua l’avvocato Brambilla – era sostanzialmente questa: non possiamo riconoscere a quest’uomo il risarcimento perché nel nostro ordinamento nessuna legge riconosce alcun diritto al partner di una coppia gay. Invece il giudice ci ha dato ragione".

La sentenza, però, precisa che non intende "equiparare in alcun modo la convivenza omosessuale alla famiglia, né legale né di fatto".

C’è un aspetto delle motivazioni della sentenza, però, a proposito della quale Rete Lenford – Avvocatura lgbt parla di "errore". "(Il giudice, ndr) si affretta a precisare – scrive il presidente di Rete Lenford l’avvocato Antonio Rotelli – che questa decisione non significa "equiparare in alcun modo la convivenza omosessuale alla famiglia, né legale né di fatto" e che nessun rilievo hanno per l’Italia le recenti decisioni della Corte europea dei diritti umani, che ha più volte equiparato le coppie conviventi dello stesso sesso a quelle di sesso diverso" Una posizione "in netto contrasto con la sentenza n. 138/2010 della Corte costituzionale che ha definitivamente chiarito che una coppia formata da persone dello stesso sesso merita lo stesso riconoscimento giuridico di una coppia formata da persone di sesso diverso in base all’art. 2 Cost". Dello stesso parere Paolo Patané, presidente di Arcigay che parla di "mancanza di coraggio" da parte del tribunale di Milano.

"So che questa parte della sentenza ha suscitato qualche reazione, ma io la interpreto diversamente – ci spiega ancora l’avvocato del partner della vittima -. Il giudice non intendeva negare l’uguaglianza tra le coppie gay e quelle etero. Ha semplicemente ribadito che non è compito suo equiparare le coppie omosessuali alle coppie ufficialmente sposate, perché è compito del Parlamento emanare una legge che lo faccia. Piuttosto il giudice ha stabilito un principio, ovvero che chi subisce un danno, in questo caso il partner superstite, ha diritto ad un risarcimento, a prescindere dal fatto che tra i due ci fosse una relazione gay o eterosessuale".

Perché, allora, se il giudice non intendeva svolgere un ruolo che compete al parlamento,  si è sentito in dovere di sottolinare la non equiparazione delle coppie gay alle famiglie eterosessuali né ufficiali né di fatto, quando questo passaggio è stato già fatto dalla Corte Costituzionale? Il punto è, a sentire gli addetti ai lavori, che questo rischia di segnare un passo indietro rispetto al riconoscimento sociale delle coppie e delle famiglie lgbt.

A stabilire la somma che l’assicurazione dovrà versare al partner della vittima dell’incidente sarà il tribunale civile, se la sentenza di primo grado dovesse essere confermata in Appello. E anche in questo caso, se dovesse essere confermata anche la motivazione, compreso il passaggio sull’equiparazione delle coppie gay a quelle etero, sorgerebbe un problema di uguaglianza: se i due, in quanto gay, non erano una famiglia, al partner superstite spetterebbe un risarcimento minore di quello che sarebbe stato si fosse trattato di una coppia eterosessuale? Insomma, la sentenza di Milano rischia di trasformarsi, da molto punti di vista, una sorta di vittoria di Pirro.

di Caterina Coppola

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