Cassandro: chi era Saúl Armendáriz, il wrestler gay che fece coming out

Dal ring allo schermo, la storia vera del lottatore che rivoluzionò il mondo del wrestling messicano.

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foto: Annick Donkers
foto: Annick Donkers
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Lo scorso 22 Settembre è approdato su Prime Video Cassandro, con Gael García Bernal nei panni del lottatore gay che ha rivoluzionato la storia del wrestling.

È un film, ma Saúl Armendáriz esiste, e per quanto incredibile la sua è una storia vera.

Se oggi lo ricordano come il “Liberace della Lucha Libre”, negli anni ’70 è solo un bambino effemminato di El Paso, Texas, abituato sin da subito a fronteggiare padri ubriachi che alzano le mani, e bulli di quartiere che lo utilizzano come ‘giocattolino sessuale’.

A quindici anni lascia la scuola per attraversare il confine in Juárez e diventare un wrestler a tempo pieno. A diciassette debutta sul ring nei panni di lottatori mascherati, come Mister Romano o El Topo, perdendo spesso e stufandosi in fretta.

Perché Armendáriz vuole essere come gli Exóticos, lottatori che sin dagli anni ’40 salgono sul ring in drag tra costumi variopinti, paillettes, trucco pesante, e mosse da vere dive, fin troppo oltraggiose per il rozzo e omofobo mondo del wrestling.

Incoraggiato da Baby Sharon – tra i primi exóticos della storia a definirsi pubblicamente gay – torna sul ring come Rosa Salvaje, con addosso una camicetta di farfalle della madre, la coda da quinceañera della sorella, e un costume da bagno femminile. Dagli spalti urlano all’avversario di “Ammazzare la checca!“, e a distanza di anni dichiara al New York Times: “Pensavo che la mia omosessualità fosse un segreto, pensavo di star facendo coming out. Ma tutti già lo sapevano. Ero l’unico a non saperlo”.

 

FOTO: Katie Orlinsky (NYTIMES)
Katie Orlinsky (NYTIMES)

 Nel 1988 lascia da parte Rosa, per presentarsi col suo nome definitivo: Cassandro, eroe dal lungo mantello luccicante che prende il nome da Cassandra, guardiana di un bordello di Tijuana. Piccante, esagerato, scandaloso ma gentile con i marginalizzati, il suo alter-ego gli permette di portare fuori e dentro il palco un’energia tutta nuova.

Nel giro di un anno si unisce all’organizzazione messicana di wrestling Lucha Libre Internacional. In inglese tradotto “wrestling freestyle”, la Lucha Libre immerge il wrestling tra costumi stravaganti, teatralità, e acrobazie estreme. A differenza di quello tradizionale, il vincitore è deciso già all’inizio: tre volte su quattro la narrazione vuole che tutt gli exóticos perdono contro i ‘veri maschi’ che li costringono a togliere la maschera come segno di umiliazione davanti al pubblico.

Tutti tranne Cassandro, che sul palco ci sale senza maschera, con capelli biondi platino e viso coperto solo dal make up, riscrivendo le regole del gioco: gonfia di botte gli avversari, li scaraventa tra le prime file, e li saluta con un bacino sulla bocca. Se il pubblico adora odiarlo, quella diversità così orgogliosamente ostentata diventa per lui un punto di forza che destabilizza e sconvolge la platea.

Nel frattempo suo padre non ha mai visto un suo spettacolo, ma la madre Maria è sugli spalti dal 1989, pronta a ribadire davanti ogni commento omofobo che quel “Maricon!” (ndr. fr*cio in spagnolo) è proprio suo figlio. Come racconterà nel documentario The Man Without a Mask: “Mia madre mi ha dato amore incondizionato. Indipendentemente da come vivevo, si è rivista tanto nella mia storia”.

Tuttavia, gli haters non scherzano: a Guadalajara una signora lo pugnala a fine match. A Juárez un’altra gli rovescia un barattolo di peperoncini sulla schiena. E quando si ritrova a gareggiare contro Hijo del Santo – figlio del più grande wrestler della storia messicana e definito dal New York Times “il più conservatore dei messicani” – è così sotto pressione che tenta il suicidio.

Non solo sopravvive, ma nel 2011 De Santo si è congratulata pubblicamente con lui, definendolo un pioniere LGBTQIA+ nella storia della lucha libre.

Nel 1992 diventa il il primo exótico nella storia della Universal Wrestling Association a vincere un titolo mondiale nel campionato di lucha libre. Ma la tossicodipendenza diventa l’avversario più difficile di tutti, tanto da trascinarselo dietro per tutto il resto della sua carriera.

Si disintossica solo nel 2003, quando toglie il mantello e lascia il ring.

Eppure la sua storia la raccontano già sullo schermo (oltre al film Cassandro, è uscito nel 2018 anche il documentario Cassandro, The Exotico! di Marie Losier), ricordandoci, tra realtà e finzione, che i wrestler possono essere delle bambole e spezzarvi comunque in due. Di lasciare da parte la maschera, fuori e dentro il ring, e nemmeno per un secondo sentirci delle vittime.

Nelle sue parole: “Quando ero un bambino, pensavo di essere nessuno, pensavo di essere un reietto. Pensavo di non appartenere a questo mondo. Ma quando sono diventato un wrestler exótico, ho pensato: sono a casa“.

Foto in copertina: Annick Donkers (Them)

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