“Chi segna vince”, la storia della prima donna transgender a giocare in una nazionale di calcio

Jaiyah Saelua, calciatrice e attivista, difende la criticata pellicola firmata dal regista Taika Waititi e parla della sua esperienza da atleta professionista "fa’afafine".

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Chi segna vince” è la regola basilare del calcio, nonché il titolo di una delle pellicole più controverse debuttate lo scorso settembre al Festival Internazionale del Film di Toronto.

La commedia, firmata dal regista Taika Waititi, racconta in chiave comica le vicissitudini della disastrata nazionale di calcio samoana nel tentare di qualificarsi alla Coppa del Mondo del 2014 in Brasile, ed ha spaccato in due la critica per una motivazione ben precisa.

Tra l* protagonist*, troviamo infatti anche Jaiyah Saelua, la prima donna transgender a giocare una gara di qualificazione maschile per i mondiali di calcio.

La principale critica mossa dai movimenti LGBTQIA+ nei confronti di “Chi segna vince” è quella di non aver approfondito in maniera rispettosa la sua storia ed anzi, di averla ridicolizzata utilizzando le battute transfobiche dell’allenatore Thomas Rongen – interpretato da Michael Fassbender – come comic relief, perpetrando stereotipi dannosi sull* atlet* trans.

C’è però anche chi difende l’opera, tra cui Jaiyah stessa:

Sono fiera che il pubblico mondiale stia conoscendo la nostra cultura attraverso questo film – spiega l’atleta in un’intervista a Repubblica – Facciamo un tuffo davvero bello e delicato nell’identità fa’afafine che è specifica della cultura samoana, ma anche molto diffusa nel Pacifico”.

Nelle Samoa Americane, fa’afafine si traduce letteralmente in “come una donna” – contrapposto a fa’afatama , “come un uomo” – ed è il termine con cui la cultura samoana definisce il terzo genere.

“Chi segna vince” racconta anche, ma non solo, il percorso di quest’atleta straordinaria nell’abbattere le barriere che rendono il calcio uno sport machista e a prevalenza maschile, di cui lei è però innamorata fin da bambina:

A 14 anni sono stata chiamata in nazionale e lì è nata la vera passione, ho iniziato a concentrarmi sul mio sviluppo come atleta, volevo dare il meglio di me, perché rappresentavo il mio paese. Più che la vittoria, per me l’emozione è sentire l’inno nazionale mentre sei in fila con la squadra avversaria, la mano sul cuore. Nel 2011 per la prima volta sono stata titolare, ho continuato a migliorare e nel 2019 ero il capitano della nazionale maschile”.

Senza volerlo, questa passione l’ha trasformata in un simbolo della lotta trans per la partecipazione nello sport d’elite, un ruolo che Jaiyah ha accettato di buon grado, con tutte le responsabilità ad esso correlate:

Non ero un’attivista. Ma ho capito che serviva sostegno alle persone queer nello sport. La mia storia aveva un impatto nel mondo, ispirava i ragazzi. Ho pensato: ‘Se non io, allora chi?’. Sto ancora imparando. Le narrazioni cambiano in fretta, le priorità per il movimento Lgbt sono in continua evoluzione… questo è il modo in cui intendo il mio ruolo. Non è un obiettivo che ho inseguito, ma qualcosa che mi è caduto in grembo e con cui corro insieme”.

 

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