Depressione, chemsex, disprezzo di sé: la salute mentale delle persone Lgbt è totalmente ignorata

Nessuno si occupa della comunità fragile che si trova da sola ad affrontare disturbi, dipendenze e minority stress

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C’è una sfida che riguarda la comunità LGBT, soprattutto G, che non vediamo perché abbiamo deciso di voltare lo sguardo dall’altra parte. La sfida della salute mentale. La fragilità della psiche non è, fuorigioco dal dubbio, una caratteristica della comunità Lgbt perché è democratica: colpisce tutti.

Ma quanto pesa sulla comunità? Non si trovano studi italiani sulla salute mentale della comunità Lgbt che – sempre bene ricordarlo – vive in questo paese nel limbo dei diritti. Non ci sono dati certi, ma a livello empirico, basandoci su studi del settore di altri paesi,  emerge una fragilità che non possiamo ignorare. Sfogliando lo studio del 2017 pubblicato sull’American Journal of Men’s Health,  scopriamo come il rischio di depressione, disturbo d’ansia o disturbo post traumatico da stress sia 3 volte più alto per la popolazione Lgbt che conta, tra l’altro, un rischio molto più elevato di tentare il suicidio. In particolare gli uomini gay che considerano spesso l’ipotesi del suicidio, e lo fanno con un’intenzione notevolmente più alta di morire rispetto alle loro controparti eterosessuali.

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Una sofferenza che spesso porta all’abuso di sostanze. Questo – mettiamo da parte moralismi, pregiudizi o orgoglio- è il grande elefante rosa intorno alla stanza, tutti ci ballano intorno ma nessuno lo nomina: chemsex. Una deriva che da almeno un decennio si è insediata negli spazi della socialità arcobaleno, spesso rovinando innumerevoli vite. La salute mentale è alla radice dei problemi di dipendenza.

Non è chiaro, rivela lo studio, del perché gli uomini gay lottino con una cattiva salute mentale. Alcuni psicologi hanno sostenuto che, poiché gli uomini gay sono inclini ad avere esperienze avverse nella loro infanzia, la loro salute mentale tende ad essere ostacolata sin dall’inizio della loro vita. I problemi alla fine si aggravano in età adulta. Ci sono le “microaggressioni”, ciascuno nella propria vita ha fatto personale esperienza. Ma c’è anche l’impatto dello “stress delle minoranze”, come spiega Vittorio Lingiardi psichiatra, psicoanalista e accademico, professore ordinario di Psicologia dinamica presso la Facoltà di Medicina e Psicologia dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”:

“L’area del minority stress è una condizione di stress cronico che troppo spesso abita le vite di chi appartiene a gruppi discriminati. Tre sono le sue componenti: la prima, la più ‘oggettiva’, deriva da esperienze realmente vissute di discriminazione e violenza; la seconda è quella dello stigma percepito: l’ambiente circostante (per esempio la città, ma anche la famiglia o la scuola) come potenzialmente ostile o insicuro; la terza componente è la più personale, la più sottile: riguarda l’interiorizzazione dello stigma e l’autodisprezzo che ne consegue, il disamore, più o meno consapevole, verso di sé”.

Non l’amore di sé. ma il disprezzo

Poi c’è lo specchio. Non ci si riconosce nello sguardo degli altri. Lo specchio dentro cui ci si riflette non è “quello di casa” che rimanda la propria immagine per quello che è. Lo specchio è il coro. E il coro è una comunità che spesso esercita una pressione spietata sugli uomini per essere esteticamente perfetti, predisponendoli a disturbi alimentari e dismorfismo corporeo. Uno studio del 2016 pubblicato negli Archives of Sexual Behavior suggerisce che l’insoddisfazione del corpo è sensibilmente più alta tra gli uomini gay e legata a tassi più elevati di depressione. Nella popolazione omosessuale maschile tossicodipendenza, depressione, suicidio e dipendenza da sesso sono ai livelli più alti di sempre. I motivi sono vari. “Gli stereotipi”, racconta a Psychiatric Advisor, Michael Everett (Body Image in Gay Men: When and How to Intervene – Psychiatry Advisor), “sono particolarmente dannosi all’interno della comunità gay, cioè in una subcultura altamente sessualizzata che premia la massa muscolare e la mascolinità. Si può notare già dai profili delle app per incontri più popolari tra i gay, in cui molti specificano ‘no asiatici né effeminati’, creando una precisa gerarchia della desiderabilità fisica: i tratti ricercati sono etnia bianca, magrezza, alta statura, muscoli e mascolinità”.

“Questa gerarchia”, conclude Everett, “fa eco ai problemi di omofobia, razzismo e misoginia tipici della nostra società, e spinge molti omosessuali a non sentirsi bene con il loro corpo”.

Ci sono dei dati ripresi da Internazionale e pubblicati da Psychology of Men & Masculinity:

  • il 45% degli uomini gay è scontento della propria massa muscolare, contro il 30% dei maschi etero
  • il 58% dei gay si è detto d’accordo con l’affermazione “Sento una forte pressione ad avere un corpo più attraente, esercitata da riviste e tv”, contro il 29% degli etero

Dottore, guarda come parli 

Infine, la politica italiana si occupa molto di sanità, ma non di salute mentale. Non porta consenso, non va di moda. C’è piuttosto tanta solitudine, dei pazienti, dei medici e degli operatori. Soltanto nelle ultime ore il governo ha dato supporto al bonus per l’assistenza psicologica, dopo la bocciatura nella legge di bilancio a dicembre, la proposta è adesso destinata a essere inserita all’interno del decreto Milleproroghe.

Eppure, a costo di sfiorare l’accusa di voler mettere un’etichetta anche sulla questione della salute mentale, bisogna dire che gli operatori sanitari eterosessuali difficilmente riescono a parlare con un paziente Lgbt.

Non è pregiudizio, ma il risultato di una ricerca che mostra come spesso si esprimano costantemente pregiudizi contro i pazienti Lgbt, in particolare verso gli uomini gay. Non hanno conoscenza delle pressioni e delle esperienze prevalenti che incidono sulla salute mentale di una persona omosessuale. Non sempre un terapeuta etero riesce a vedere oltre, capire ad esempio che il paziente gay potrebbe soffrire di problemi di abuso di sostanze o dismorfia corporea perché le droghe e l’ossessione per un corpo perfetto sono considerati ormai un trend all’interno della comunità. Spesso le aspettative di un trattamento peggiore o di giudizi inappropriati sui propri comportamenti o relazioni scoraggia a parlare apertamente dei problemi di salute. Alcuni omettono, altri mentono sui sintomi e sui comportamenti a rischio intrapresi.

Tornando sui comportamenti a rischio. In Italia solo due città si occupano apertamente della questione chemsex. Milano e Roma.  A Milano è presente un primo servizio di terapia di gruppo per gli utilizzatori di chemsex. Una rehab su misura, un primo passo per affrontare il problema. È organizzata dalla storica Asa Onlus (Associazione solidarietà Aids). A Roma presso Villa Maraini si trova il primo hub italiano per la cura del chemsex.

Troppo poco per una comunità che viene lasciata, ancora una volta, ai margini. Ma il problema non è del sistema sanitario o semplicemente della politica. C’è tutto attorno a noi la paura di nominare qualcosa. Non si dice, così si fa finta che non esista. Una fase. Un caso isolato. Invece.

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