Governo Netanyahu e Hamas sono entrambi estremisti: cessate il fuoco sulla Striscia di Gaza

La risposta spropositata di Israele nella Striscia di Gaza rafforza Hamas, mentre sarebbe necessario un cessate il fuoco per gli aiuti umanitari

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striscia di gaza
Striscia di Gaza, Fotogramma
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La guerra nella Striscia di Gaza è a un punto di non ritorno e oggi la necessità di un cessate il fuoco è più importante che mai. Stretti tra le macerie e il muro che li divide dall’Egitto e da Israele, i Palestinesi nella Striscia di Gaza continuano a morire per la fame, per la carenza di cure mediche, oppure sotto ai bombardamenti israeliani che hanno seguito l’attentato del 7 ottobre. Una data spartiacque: Israele non aveva mai subito un attacco così grave dal 1948, data della sua costituzione come Stato. E gli ostaggi, tratti in uno stato di prigionia, non sono stati del tutto liberati. Non una nuova guerra, ma la recrudescenza della stessa che va avanti da settanta lunghissimi anni. Una battaglia nuova, con due protagonisti, estremisti entrambi, il governo Netanyahu e Hamas. Una battaglia in cui il cessate il fuoco sembra sempre tanto immediato quanto impossibile.

Il cessate il fuoco, richiesto a gran voce dall’Onu non basta. Il veto degli Stati Uniti contro la risoluzione mostra la complessa strategia di un paese non più capace di essere leader incontrastato, di un Biden contrario alle modalità eccessive di Netanyahu, ma sempre accanto a Israele. Lo stesso Israele non siede ai tavoli per la trattativa al Cairo, dove invece Hamas, anche grazie alla mediazione turca, dice di essere “flessibile”, nonostante richieste molto difficili da accettare, come la scarcerazione di Marwan Barghouti, storico terrorista, tra i protagonisti della Prima e della Seconda Intifada. Un cessate il fuoco, però, è fondamentale per la popolazione palestinese, stremata, prossima alla carestia. Organizzazioni umanitarie parlano di circa 8mila malati che devono essere trasferiti in centri specializzati, altrimenti moriranno.

Striscia di Gaza bombardamento
Bombardamento sulla Striscia di Gaza, Fotogramma

La guerra scatenata da Hamas e perpetrata in modo brutale da Netanyahu non fa altro che polarizzare le posizioni, mette un freno alla possibilità di accordi di pace, favorisce Hamas stesso, non lo cancella. Ogni giorno di guerra in più, ogni morto che si aggiunge alla conta delle vittime è un tassello che allontana il giorno in cui vedremo due popoli e due stati, prospettiva ormai fugace, ma unico faro per la Comunità Internazionale, che dovrebbe farsi veramente promotrice di pace, mentre va in ordine sparso, senza una minima idea-guida, mentre i palestinesi nella Striscia continuano a morire.

Quelli che stiamo vivendo sono giorni convulsi, dove le prove di accordo sembrano ogni giorno più vicine, quanto più lontane. È appena iniziato il Ramadan, che finirà l’8 aprile, ed è forte il timore che possa scoppiare una terza Intifada (una rivolta popolare, di massa, contro Israele). Israele, però, non vuole smettere di bombardare, anche a Rafah, là dove sono accampati tutti i palestinesi che non riescono a superare il valico che li divide dalla piana del Sinai, dall’Egitto. L’Egitto, all’inizio, non faceva passare nessuno dal valico. E Israele continuava a bombardare a Sud, laddove, all’inizio dell’invasione, aveva esortato i civili palestinesi a fuggire. Un accanimento spietato contro i cittadini di Gaza, condannato da tutti i Paesi e dagli organi internazionali, che pare (agli occhi di tutti i non israeliani) sproporzionato rispetto alla legittima lotta ad Hamas.

I numeri del conflitto

Oggi la situazione è chiara: Israele non ha intenzione di fermarsi. Il popolo palestinese è allo stremo e paga per i crimini di Hamas e per una politica di pugno duro del governo Netanyahu. Gli ostaggi israeliani si contano tra i 240 e i 253 ma il dato ufficiale non è mai stato reso noto dalle autorità israeliane. Si stima che una trentina siano morti e che finora siano circa 103 le persone ancora vive, mentre sono 105 quelle rilasciate. Non dobbiamo dimenticare che il 7 ottobre Hamas ha ucciso 859 civili, un numero di soldati di circa 307 e 57 membri delle forze dell’ordine. Il totale si aggira intorno alle 1200 vittime. Un numero che, però, non può essere paragonato agli oltre 30mila morti palestinesi, agli oltre 70mila feriti e agli attacchi indiscriminati su ospedali e centri umanitari della Striscia. Tutto questo in sei mesi, dal 7 ottobre 2023, ad oggi, 11 Marzo 2024.

La Striscia di Gaza è ormai divisa in due. La parte nord è completamente isolata, mentre da sud arrivano alcuni aiuti umanitari. Quelli che Israele decide di far passare da Rafah, pochi, a dire il vero, soprattutto da quando l’UNRWA è rimasta a corto di fondi (a seguito degli scandali che l’hanno colpita). Negli scorsi giorni alcuni parlamentari della sinistra italiana hanno raggiunto il confine con l’enclave palestinese grazie alla missione AOI (Associazione delle Ong Italiane) – gli stessi parlamentari, tra i quali c’era anche Alessandro Zan, denunciano oltre 1500 convogli fermi sul lato egiziano. Bloccati dalle autorità perché detengono un generatore, considerato pericoloso, per l’esercito israeliano può essere utilizzato come arma. Per ovviare a questo grande problema gli Stati Uniti hanno iniziato a paracadutare aiuti sulle piazze a nord, metodo che potrebbe utilizzare anche l’Italia e l’intera Unione Europea. Non il miglior metodo, ma oggi unico per dare sostentamento a una popolazione completamente alla fame, senza elettricità, occupata militarmente. Dove non esistono presidi sanitari, dove quelli rimasti (12 su 36) non hanno né la possibilità di utilizzare strumentazioni elettroniche né i medicinali necessari e il rischio di epidemie si fa ogni giorno più alto.

Gli aiuti umanitari sono problematici. Quelli aerei costano molto e riescono a trasportare poco, sono anche pericolosi. Quelli di terra, invece, sono più consoni, ma quando a scortarli è l’esercito israeliano possono accadere stragi. Come nel caso del 29 febbraio, quando i convogli arrivano nei pressi di Gaza City. Oltre 100 i morti, uccisi con armi da fuoco. Israele prima smentisce, poi dice che si è sparato perché si temeva una rivolta, infine parla di una ressa sugli aiuti, un problema di ordine pubblico. Un marasma. I medici palestinesi assicurano che tutte le vittime sono decedute per essere state colpite da proiettili. Di nuovo, la guerra è anche guerra di propaganda.

Strage convogli umanitari Striscia di Gaza
La strage dei convogli umanitari ripresa dall’alto dall’Esercito Israeliano

Israele, la Striscia di Gaza e la sottovalutazione di Hamas

Come già sottolineato, sono estremisti entrambi gli attori in campo, sia il governo Netanyahu sia Hamas. Israele vanta uno dei governi più a destra e dei meno amati della sua storia. Netanyahu, prima del 7 ottobre, era messo in discussione da moltissime manifestazioni di protesta. Il suo governo non piaceva a buona parte del paese e la nuova riforma giudiziaria sembrava minare la tripartizione dei poteri che dovrebbe essere alla base della democrazia. Su Limes si parla di Netanyahu come del politico che ha voluto mettere da parte la questione palestinese sulla Striscia di Gaza: se non se ne parla, il problema non c’è. Hamas non era creduto capace di un attacco come quello del 7 ottobre e non sono in pochi a dire che forse il Mossad (i servizi segreti israeliani) si aspettava un attacco, ma mai grande come quello che si è verificato. Cosa che ha “permesso” a tanti ragazzi di organizzare un rave a Sderot, a qualche chilometro dalla Striscia, come se dall’altra parte non esistesse un nemico, o come se quel nemico fosse ormai neutralizzato.

Eppure, Hamas aveva continuamente attaccato Israele, dalla Striscia e dalla Cisgiordania, territorio in cui Israele si espande, in quei territori occupati che una volta erano Palestina. Ma se in Cisgiordania è l’ANP, Autorità Nazionale Palestinese, a governare (almeno in parte), nella Striscia, territorio ormai abbandonato e completamente perso, è Hamas l’unico a decidere cosa far funzionare e come. Tuttavia, l’embargo totale su quel lembo di terra al confine con l’Egitto non era che semplice illusione e il Mossad e l’esercito israeliano, tra i più tecnologicamente avanzati al mondo, non hanno saputo frenare un attacco del tutto “tradizionale”. L’illusione che la tecnologia potesse risolvere tutto è stata soppiantata dalla realtà.

Bombardamento a Rafah nella Striscia di Gaza il 4 marzo
Bombardamento a Rafah nella Striscia di Gaza il 4 marzo, Fotogramma

Oltre la Striscia di Gaza

I problemi, però, non sono solo tra Israele e la Striscia. I paesi arabi che circondano lo Stato guidato da Netanyahu non sono fuochi amici. Hezbollah in Libano è in fermento, gli Houthi yemeniti si sono mobilitati contro il commercio all’Occidente, considerato amico di Israele, tanto da riuscire a tranciare anche i cavi sottomarini che servono a connettere Occidente e Oriente. L’Iran, che finanzia e in parte gestisce sia Hezbollah sia gli Houthi, è in uno stato di quiete apparente, ma fino a quando? Una cosa è certa, gli Stati Uniti fanno sempre meno paura e il Medio Oriente è una miccia pronta a prendere fuoco, basta una scintilla per far detonare la dinamite. Tuttavia, gli interessi geopolitici più grandi e quelli commerciali, che riguardano anche la Cina e la Russia, mettono un freno all’allargamento del conflitto.

In questo contesto, la richiesta di un cessate il fuoco è anche la base per raffreddare l’intero Medioriente. La Mezzaluna Fertile, definita “culla della civiltà”, è oggi una Mezzaluna Fertile di guerre. Fermare la carestia, le morti civili e prevenire un conflitto largo, prima che inizi il Ramadan, è quasi un dovere, per prima cosa per i palestinesi, vittime di Hamas, ma anche per la sicurezza degli israeliani stessi, possibili vittime della politica di Netanyahu.

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