Zerocalcare e Fumettibrutti, la grande fuga dal Lucca Comics dopo il patrocinio dell’ambasciata di Israele

I fumettisti devono solo "fare i fumettisti"?

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Durante l’Onda Pride di quest’anno, abbiamo parlato molte volte di patrocini.

Il gesto di patrocinare un evento manda un messaggio potentissimo. A prescindere dalla presenza o assenza di contributi finanziari, serve a rafforzare un legame tra un’istituzione e un’organizzazione non istituzionale, manifestando in questo modo un genuino interesse e un impegno verso una determinata causa o un particolare ideale.

Talvolta, un’istituzione può decidere di offrire il suo patrocinio a eventi come il Lucca Comics&Games per intensificare relazioni culturali con nazioni straniere, generare sinergie e acquisire visibilità all’interno di una specifica comunità o gruppo di interesse.

Ma quale impatto ha un patrocinio quando proviene da una nazione che, negli ultimi tempi, è ufficialmente divenuta un teatro di conflitto armato, e che attualmente domina i titoli dei telegiornali e occupa le prime pagine dei principali quotidiani nazionali?

Di Israele e Palestina avranno sentito parlare in molti già prima del 7 ottobre, quando l’ennesima escalation di violenze ha acceso la miccia per un conflitto aperto, prevedibile da diversi anni.

Ma questa non sarà una cronistoria, anche perché davanti a un massacro indiscriminato di civili innocenti – al di là della fazione – l’unica via rimane sempre di schierarsi con chi non ha colpa, al di là della bandiera che sventola.

Qui si parla di fumetti. E non si tratta di minimizzare.

Qualche settimana fa, su TikTok si iniziava a parlare di Lucca Comics, in particolare della sua locandina, disegnata da Asaf e Tomer Hanuka, due artisti Israeliani di Tel Aviv. Ma anche dei due loghi presenti, quello dell’ambasciata israeliana e di quella statunitense.

Momento non poteva essere più sfortunato. Se l’opera “Together” era infatti stata commissionata già più di un anno fa, in tempi non sospetti ai più, a molti la presenza di Israele a un evento come il Lucca Comics porta oggi a una dissonanza cognitiva senza precedenti.

Come abbinare action figures, fumetti, spettacoli e goliardia all’idea di un conflitto armato in cui migliaia di persone da ambo le fazioni rischiano la vita ogni giorno, di crimini di guerra, di morte e distruzione?

E poi, come andare oltre alla controversia generalizzata che vede veri e propri schieramenti netti da una parte o dall’altra, nemici contro nemici ben prima dello scoppio della guerra vera e propria?

Per chi al Lucca Comics ci va per lavoro, il rospo diventa troppo grosso da ingoiare.

“Senza troppi giri di parole: purtroppo il patrocinio dell’ambasciata israeliana su Lucca Comics per me rappresenta un problema – scrive Zerocalcare, che è anche stato attivista sul campo, in una lunga storia Instagram qualche giorno fa “In questo momento in cui a Gaza sono incastrate due milioni di persone che non sanno nemmeno se saranno vive il giorno dopo […].

Mi dispiace nei confronti della casa editrice, dei lettori e delle lettrici che hanno speso denaro per treni e alloggi magari per venire apposta, e anche per me stesso, perché Lucca per me è sempre stato un gigantesco accollo ma anche un momento di calore e di incontro.

Lo so che quello sul manifesto è solo un simbolo, ma quel simbolo per molte persone a me care rappresenta in questo momento la paura […]”.

Il messaggio di Zerocalcare arriva poco dopo la notizia dell’ennesimo bombardamento a tappeto su Gaza ordinato da un leader politico – Benjamin Netanyahu – che ha visto erodere notevolmente il proprio consenso popolare dopo la deriva autoritaria verso la quale si è mosso il suo governo.

Anche all’interno della comunità israeliana cresce l’appello per un cessate il fuoco e per focalizzare gli sforzi sulla liberazione degli ostaggi.

“Non è una gara di radicalità e da parte mia non c’è nessuna lezione o giudizio morale verso chi andrà a Lucca – conclude Zerocalcare -, soprattutto non è una contestazione alla presenza dei due autori del poster Asaf e Tomer Hanuka, che spero riusciranno ad esserci e che si sentiranno a casa, perché non ho mai pensato che i popoli e gli individui coincidessero coi loro governi. Spero che un giorno ci possano essere anche fumettisti palestinesi che al momento non possono lasciare il loro paese”.

E qui giù a parlare di schieramenti, tutti a dire a Michele di limitarsi “a fare il fumettista”, come se nelle sue opere il sottotesto non sia mai stato politico. Come se la stessa esistenza di certe persone non sia, purtroppo intrinsecamente politica. E su questo, ci dà una lezione Josephine Yole Signorelli, aka Fumettibrutti:

“Mi spiace scrivervi che non sarò presente durante i giorni di fiera a Lucca, e il motivo è proprio il patrocinio dell’ambasciata di Israele.

Dopo averlo scoperto mi sono presa del tempo prima di decidere cosa fare, e credo che se nella vita si fanno dei compromessi (io stessa ne ho fatti tanti) su questo non riuscirei a dormirci la notte. Perdonatemi in anticipo se non potrò leggere tutti i messaggi, ma devo tutelarmi dal leggere possibili commenti che dicono che in quanto transgender e persona queer LGBTQIA+ – aggiunge – non dovrei parlare di Gaza o della causa palestinese.

Non dovrei dare alcuna spiegazione al riguardo, ma voglio comunque scrivere una parola di cui parlava sempre anche Murgia, che è ‘intersezionalità’. Significa preoccuparsi per tutte le lotte contro l’oppressione, dei corpi e dei popoli, non solo di quelle che ci fanno comodo. Il femminismo è la chiave di lettura del mondo che mi rende libera ogni giorno, e non si tratta di un dovere per me, è l’essenza stessa della vita. Quindi stelle, mi scuso perché non riusciremo in quest’occasione a tenerci per mano e ad abbracciarci, ma sono sicura che lo faremo sempre e per sempre anche in altri luoghi. Come sempre vi abbraccio, brillate”.

Ed è proprio un’esponente della comunità LGBTQIA+ a fare “il lavoro sporco” in questo caso, esponendosi a critiche – se non proprio veri insulti – per parlare di intersezionalità anche quando farlo è scomodo sotto molti punti di vista.

Con la solita ingenuità molto conveniente, non ha infatti tardato ad arrivare la reazione di quella stessa politica che quest’estate sosteneva che il patrocinio fosse un gesto politico significativo, che si traduce in uno schieramento netto. Primo fra tutti, il commento del vicepremier Matteo Salvini:

“Spiace che per qualcuno il sostegno dell’ambasciata di Israele ad un bellissimo evento culturale sia un problema, a tal punto da annullare la presenza – scrive su X (ex Twitter) – Io la penso esattamente al contrario e farò il possibile per essere al Lucca Comics. Evviva l’arte, evviva la libertà”.

Ma il nocciolo, fazione o non fazione, è che mentre in Italia si discute di patrocini, di chi sta da una parte e chi dall’altra, di quale sangue versato abbia più valore, ci dimentichiamo di riconoscere il nostro privilegio di perdere tempo.

L’opportunità di tentare di razionalizzare ciò che non è razionalizzabile attraverso le opinioni altrui ci serve un po’ per sentirci più al sicuro, per distanziarci dall’orrore a cui assistiamo comodamente dai nostri smartphone e che per migliaia di civili palestinesi e israeliani è invece una realtà concreta e mai desiderata.

Filosofeggiare e apostrofare i vizi di forma, voler aggiungere tutti i costi quel “non oneroso” dopo la parola patrocinio ci scollega e ci fa dissociare dal fatto che non trovarci in questo momento sotto le bombe non dipenda da noi. Forse.

La realtà cruda è qualcosa di Lovecraftiano, un mostro che può essere descritto solo per ciò che non è. Ed è quella che ci aggredisce prepotentemente tutte le volte che quel privilegio vacilla, quando l’atteggiamento prevaricatore entra nelle nostre case e si mostra a noi nella sua verità anche solo per una frazione di secondo.

Quando vediamo che, in qualsiasi momento, uno specchio della democrazia come la conosciamo che sorregge i nostri diritti, che ci permette di pubblicare lunghi soliloqui sui social esprimendo liberamente le nostre idee cambia faccia e diventa allo stesso tempo vittima e carnefice di sé stessa.

Accade spesso quando una popolazione cede da troppo tempo il discorso politico a “chi lo fa di mestiere”, quando l* fumettista, l* panettier*, l’impiegat* di banca o l* casaling* scelgono di “farsi i fatti loro” e rimettere nelle mani altrui il proprio giudizio.

E non bisogna andare fino a Tel Aviv o a Gaza per avere un assaggio di ciò che accade in questi casi.

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