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I volti e le storie dell’Onda Pride: Alexandra

Alexandra sarà al Pride di Roma. Trans, yugoslava, ricercatrice: ecco la sua storia.

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3 min. di lettura

I primi Pride si sono svolti sabato scorso e sono stati un successo. Qui potete rivedere le immagini più belle di Verona, Benevento e Pavia. Ma l’Onda Pride è appena iniziata. Sabato prossimo sarà il turno di un altro attesissimo Pride, quello di Roma che ieri ha inaugurato il Pride Park. A Roma, potrete incontrare Alexandra, una delle testimonial della campagna #Human Pride. E in attesa di conoscerla dal vivo, ecco la sua storia.

Alexandra, 50 anni: laureata in Storia, badante, ricercatrice in studi bizantini, domestica, jugoslava, serba, colta, stravagante, perfezionista, scrittrice, trans e, naturalmente, #human.
Alexandra è nata in un corpo maschile, in un paese che oggi non c’è più. Mentre lei transitava, anche il suo paese transitava, con risultati opposti: lei ritrovava la sua unità mentre la Jugoslavia andava in pezzi, si frantumava in Serbia, Croazia, Macedonia… “Io però sono riuscita meglio nelle forme. Non ho fatto male a nessuno, se non forse un po’ a me stessa. Non ho saccheggiato, non ho fatto stragi, nessuna fossa comune”. Alexandra ironizza sulla storia, non solo perché è la sua, ma perché lei la storia la conosce bene, tutta. Laureata in Storia a Belgrado, dopo un’infanzia da bambina ingenua e un’adolescenza da ragazza sfrontata, dopo i “sei bellissima” e i “brutto frocio”, dopo gli amori e le ingiurie di un paese che alla sua diversità non sapeva neanche dare il giusto nome, venne in Italia nel 1994 per fuggire dalla guerra, che aveva anche tentato di reclutarla. “Quando madre patria ha bisogno della pelle, non fa più troppe differenze. Magari prima ero difettosa, poi no. A quel punto, quando servi, un paio di tette non fermano più nessuno”.

Qui in Italia decise di continuare a studiare. Provò ad accedere ai corsi post lauream della Scuola Superiore di Studi Medievali dell’università pontificia, in Vaticano. Per l’esame di ammissione si camuffò come meglio poteva. Quando guardò i risultati, si ritrovò tra i primi nomi in lista. Dopo aver vissuto le costrizioni del comunismo prima e quelle dell’ultra-nazionalismo poi – in cui ogni diversità di orientamento e sessuale e di genere era vista come qualcosa di sovversivo, debosciato, filo-americano o anti-nazionalista – conobbe i vincoli del cattolicesimo di stato. Studiò tra i frati francescani per cinque anni, specializzandosi in studi bizantini. Lo fece costringendosi in vestiti neutri, pensandoli come una divisa. Ma ogni giorno, appena uscita, correva nella casa in cui viveva con l’uomo che amava, per ritrovare la leggerezza di essere sé stessa.

Con lui era fuggita da Belgrado. Ma lui aveva un’altra famiglia in un altro paese e quando un giorno morì sul tavolo operatorio di un intervento chirurgico di routine, non fu certo lei ad essere informata dai medici. Alexandra lo venne a sapere da un amico comune e si affrettò a lasciare la casa prima che qualcuno tornasse a riprendersela. D’altronde lei non esisteva, non era mai esistita, su nessuna carta. Si ritrovò senza nulla, con una specializzazione in tasca e nessuno che avesse il rispetto necessario ad offrirle il lavoro per cui era preparata. “Questo rude modo di mettere il grugno fra le mutande della gente, rovistare tra le cosce per vedere il genere in continuazione, spogliandoci da tutti i contenuti tranne quello sessuale, non è solo un modo campestre di fare le cose, ma costa a molte persone il declassamento di un’intera esistenza.” Oggi Alexandra, dopo aver fatto la dog-sitter e la badante, lavora come domestica. Gli studenti di alcune università italiane consultano il suo libro su Elena, l’ultima imperatrice bizantina, e “sicuramente non immaginano che questo serissimo testo con un apparato critico alto così, sia stato scritto da una trans di questo aspetto, che sa tradurre il latino”.

Alexandra scenderà in piazza in uno dei 15 pride dell’Onda, quello di Roma, che quest’anno è gemellato con il pride di Belgrado. Lo farà per gridare il suo diritto ad essere considerata una persona nella sua interezza, con una storia e forse un futuro migliore.

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