La Tarantina: “Non provate a darmi della trans, io sono un femminiello!”

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"Questi nomignoli, come trans e gay, non fanno altro che generare distacco, discriminazione e nuove inutili etichette. La diversità, non esiste."

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Fu cacciato di casa all’età di nove anni e la sua unica scuola fu il marciapiede. Per le strade della Roma bene guadagnava poco più di centocinquanta lire e girava spesso con Parise, Moravia, Laura Betti e Pasolini pur non sapendo chi diavolo fossero. È stata la musa della scandalosa pittrice esistenzialista Novella Parigini, ha conosciuto Fellini, ma anche il carcere, la discriminazione, la guerra del ’45 e la fame vera. Oggi Carmelo Cosma alias la Tarantina, l’ultimo ‘femminiello’ rimasto, ha 82 anni, vive di pensione minima e di ‘tombole scostumate’ che la porteranno dai Quartieri Spagnoli di Napoli, alla (sua) tanto amata Roma. Infatti, dal 27 al 31 marzo, sarà all’ Off Theatre in Via Giulia per raccontare la sua ‘assurda’ storia all’insegna dell’autenticità.

Facciamo un po’ di chiarezza: lei è una trans che non vuole essere appellata come tale..

Senta: io non so neanche cosa significhi il termine trans e se anche lo scoprissi mi rifiuterei di chiamarmi così. Quando arrivai a Napoli, da ragazzino, ultra minorenne, le prime parole che sentii furono: ricchione, finocchio e femminiello. E quest’ultimo, nonostante l’epiteto nascosto dietro, mi diede tanto calore.

Faccio fatica, però, a capire cosa ci trova di così fastidioso nella parola trans..

Questi nomignoli, come trans e gay, non fanno altro che generare distacco, discriminazione e nuove inutili etichette. La diversità, per come ho visto il mondo io sino ad oggi, non esiste. Siamo tutti uguali, la condizione sessuale è un qualcosa che non deve influenzare la vita di chi ci circonda.

Ripensa mai al suo passato?

Le dirò: non così tanto. La vita è cambiata molto per tutti. Ai tempi, nonostante la fame e la miseria, ci si divertiva molto, mentre oggi noto una certa insoddisfazione generale che non mi piace affatto. 

Si è prostituita per diverso tempo nelle vie della Roma bene. Perché scelse di vendere il suo corpo?

Perché c’era la fame!  Allora non avevo una lira e sarei stata disposta a fare tutto. Dormivo per strada, non avevo nulla da mangiare e non sa quante volte fui costretta a rovistare tra i cassonetti per non morire divorata dalla fame. La prostituzione, alla fine, fu la via della mia salvezza. 

Ai tempi la concorrenza era tanta come oggi?

No, assolutamente. A quei tempi, poi, la prostituzione era tutta al femminile. Quella maschile non esisteva proprio e, se esisteva, non se ne vedeva in giro. Io ero vissuto come un intruso. 

Ricorda il suo tariffario di un tempo?

Pagavano bene, ma parliamo di cifre che oggi fanno sorridere. Si poteva partiva dalle centocinquanta, fino alle cinquecento lire. Quel mestiere ai tempi, e nonostante tutto, era prestigioso e non di certo inflazionato come oggi. 

Chi erano i suoi clienti?

Era gente piuttosto borghese: con soldi e tanta cultura. La volgarità di oggi, ai tempi, non esisteva.

Quell’esperienza l’ha resa più forte o più debole?

Più forte. Era una lotta continua con la vita, ma le dirò: sarei potuta diventare cattiva, viste le bastonate prese, invece sono rimasta quella di sempre. 

Dopo il periodo fatto di sesso e soldi, come si è mantenuta?

Vivendo di pensione minima e spettacolini di Teatro.  

Ad esempio dal 27 al 31 marzo sarà al Teatro Off di Roma..

Mi racconterò in tre atti: nella prima parte verrà mostrata una parte del mio documentario girato e diretto da Fortunato Calvino. Nella seconda ci sarò io, fisicamente, dove racconterò cose belle, brutte e aneddoti sulla mia vita, mentre nella terza, con il pubblico in sala, farò la ‘Tombola Scostumata’.  

A nove anni venne cacciata da casa. Col tempo riuscì a recuperare il rapporto con la sua famiglia?

Mai! Giusto qualcosa con una sorella, più grande, che oggi ha 102 anni. Quando mi chiama mi dice sempre: “Statte accuorte piccirillo”. Povera, crede ancora che abbia nove anni. Il resto della famiglia, vivi e morti, li ho persi per strada. Non troppo tempo fa, invece, sono morti i miei due fratelli. Hanno passato una vita intera a ripudiarmi.

Certi traumi non lasciano il segno?

Un po’, ma avendoli vissuti per così poco tempo, non ho mai avuto modo di subire la loro mancanza se non quella di mia madre. Io vengo da Avetrana, in provincia di Taranto, il paese del delitto della povera Sarah Scazzi. 

Roma l’accolse, ma Napoli la salvò. Che differenze c’erano, ai tempi, tra le due città?

Roma, negli anni ’50 e ’60, era meravigliosa, mentre Napoli è da sempre la città che accoglie tutti. È rimasta uguale negli anni. Colorata, calda, viva, ma soprattutto umana. Nelle altre città ho visto e vissuto il distacco, cosa che a Napoli non è mai accaduta. A Roma vivevo in Piazza Rondanini, vicino a Piazza Navona, al Pantheon e ai palazzi del potere

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