La ristorazione negli USA sta cambiando, ed è donna. (E gay!)

Come dimostrano alcune coppie di donne gay, un nuovo ambiente di lavoro in cucina è possibile.

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Negli States sta succedendo qualcosa di grande nella ristorazione: la diffusione di ambienti di lavoro meno stressanti, più sereni e virtuosi. Dietro questo cambiamento, coppie di donne gay professioniste della cucina che vogliono rivoluzionare un mondo ancora troppo maschilista e militaresco.

Al netto di quanto successo, dobbiamo “ringraziare” Weinstein per una cosa: è stata la miccia che ha innescato un movimento di portata internazionale, quello del #metoo. A partire dal mondo dello spettacolo, arrivando – grazie alla potenza dei social network – agli ambienti di lavoro più ordinari, le donne hanno trovato la forza di gridare il loro “non ci sto” nei confronti di quegli uomini di potere che si arrogano il diritto di palpeggiare o peggio stuprare.

Il mondo della ristorazione non è rimasto a guardare. La recente inchiesta di Ligaya Mishan apparsa sul New York Times ha esplorato un fenomeno che vede un’avanguardia di donne gay americane intente a rivoluzionare gerarchie e modelli consolidati del dietro le quinte dei ristoranti. L’urgenza è nata dai fatti recenti, che si sono estesi anche al mondo della cucina. Alcuni chef e ristoratori sono stati infatti accusati da ex dipendenti di aver ricevuto avance o palpatine non desiderate (tra questi, Ken Friedman, grande imprenditore della ristorazione).

Tra queste donne troviamo Rita Sodi, Deborah VanTrece, Jocelyn Guest, Lorraine Lane, Jody Williams, Erika Nakamura, Preeti Mistry, Take Root, Anna Hieronimus, Niki Nakayama e Carole Iida-Nakayama.

Niki Nakayama
Niki Nakayama

Anche in un periodo in cui si parla solo di cibo, cucine e stelle, la maggior parte delle persone ignora cosa ci sia dietro la porta della cucina dei ristoranti. Ancora oggi, e anche qua in Italia, la famosa brigade de cuisine (inventata dallo chef francese Auguste Escoffier nel XIX secolo) funziona secondo gerarchie rigidissime in tutto simili a quelle militari. E, esattamente come nelle gerarchie militari, ogni membro della cucina ha un suo valore ed una dignità diversa dagli altri, che lo porta a temere chi sta sullo scalino più alto della brigata. 

Inutile dire che nella storia della ristorazione gourmet, i membri della brigata siano sempre stati in maggior quantità uomini. Ma non significa che il sistema sia esclusivamente patriarcale: nei casi finiti in tribunale in cui c’era una donna al comando della cucina, le cose sono andate allo stesso modo.

E dunque, in che modo queste donne intervistate dal New York Times stanno cambiando la ristorazione USA? Anzitutto, si tratta per lo più di coppie legate sia professionalmente che nella vita privata. Inoltre, il loro obiettivo è  diffondere un nuovo paradigma di ambiente di lavoro, dove l’intero staff viene trattato con gentilezza e spronato ad imparare. Senza alzare la voce, senza umiliare né tantomeno palpeggiare.

Quando coppie etero gestiscono ristoranti, è spesso l’uomo a fare lo chef e la donna ad accogliere gli ospiti o ad occuparsi della pasticceria. Questo lo dicono i dati: solo un quinto degli chef negli USA è donna. Ma le dinamiche in un contesto dove c’è una coppia di donne al comando (concedetemi solo questo elemento di lessico militare) sono diverse, per tanti motivi. E tutti i ruoli dello staff sono aperti sia a uomini, che a donne.

Costruire nuovi modelli di lavoro è molto difficile, ma non impossibile. Queste donne lo stanno dimostrando. La vita di cucina è e rimarrà sempre dura, fatta di turni di lavoro logoranti e grandi quantità di stress, ma nelle cucine di questi ristoranti gestiti da coppie di donne gay, si può anche piangere senza temere di essere rimproverati.

La soluzione innovativa è proprio questa. Non c’è bisogno di eliminare la gerarchia (non è nemmeno desiderabile), bensì creare un ambiente intimo e sereno, dove ognuno è allo stesso livello e nessuno è facilmente sostituibile. E dove il motto è “Don’t do anything because I said so but because we’re a family” (= non farlo perchè te l’ho detto ma perchè siamo una famiglia).

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