A sei anni volevo essere Jessica Rabbit

"Io sono Jonathan, 'fluido' perché voi siete rigidi."

A sei anni volevo essere Jessica Rabbit - genderfluid - Gay.it
3 min. di lettura

A sei anni per carnevale io avrei voluto vestirmi da Jessica Rabbit.

Non me lo permisero. Non capii bene il perché. Ripiegai sul coniglio, su Roger Rabbit. Già da prima, dai tre quattro anni, io volevo quasi solo giochi da femmina. La bistecchiera con la carne che cambiava colore, le bambole, i trucchi. Mettevo lo smalto, in tv mi piacevano le maghette: Gigì, Creamy, Magica Emi. Chi me l’aveva insegnato? Chi mi aveva insegnato le cose sbagliate?

Le donne della mia famiglia – persino le vicine di casa – erano più inclini ad accontentarmi. Spesso di nascosto, in segreto, coi sotterfugi. Gli uomini decisamente meno. Si incazzavano, si litigava. Comprate al bambino le Barbie? Per Natale vuole la casa della Playmobile? Ma è un maschio, voi siete sceme, ci vuole la motocicletta, la tuta della Ferrari. Ho iniziato sin da piccolissimo a violare lo stereotipo, il binarismo di genere: quand’è così, l’essere bambini, il giocare, il desiderare qualcosa, assumono un valore diverso da quel che normalmente hanno e dovrebbero avere. Non sono più dimensioni scontate. Ci si abitua (troppo) presto a dover combattere per quel che si vuole. Ricchione, frocio, stai con le femmine. Subito una contrapposizione: io, di qua – col mio amore per le fate, le streghe, le supereroine – di là il mondo, con tutta una serie di regole implicite, di cose che si possono e non si possono fare. Quand’è così si inizia a convivere con la sensazione costante che ciò che si vuole è vergognoso, illegittimo, da prendere in giro.

Fino a un certo punto si crede anche a questo enorme giudizio che il mondo ti scaglia contro. Lo si prende per buono, ci si adegua o, nel mio caso, si accetta di pagare il prezzo dell’insulto e della paura. La fluidità di genere, che per qualcuno è una trovata postmoderna – il frutto del capitalismo! – io ce l’ho avuta in dote sin dalla nascita, assieme ai capelli castani, ai quasi quattro chili di peso e alla voglia rossa sotto il piede sinistro. La si può chiamare fluidità o queer ma dal mio punto di vista è sempre stata semplicemente la (mia) normalità. L’esigenza di definirla nasce ora, a posteriori. Arriva nel momento in cui il mondo prova a cambiarti. Le definizioni aiutano a salvare le cose: servono a resistere.

Io sono Jonathan, ‘fluido’ perché voi siete rigidi.

Anche adesso, che ho 30 anni, le cose non sono cambiate poi tanto: leggo quasi solo libri scritti da donne, sono affascinato dai personaggi storici e letterari femminili, mi trovo molto meglio con l’immaginario e le storie dominate da ragazze, vecchie, bambine. Ma ora so difendermi, a differenza di allora. E soprattutto ora non sono più in balia degli altri, non devo chiedere permessi, non devo ottenere alcun beneplacito. Come tutti i bambini allora io ero pelle esposta: ferirmi era facilissimo e fornivo ai miei aguzzini un sacco di motivi per continuare a farlo.

Vige uno sguardo così superficiale nel campo dell’educazione: cose da maschio, cose da femmina. Gli altri scelgono per noi, i binari sono gli stessi per tutti. A casa, a scuola, in televisione. Ma la biologia non determina i gusti e le inclinazioni. Questo semplicemente è falso. Da piccolo mi piacevano le bambole ma non ho cambiato sesso, non volevo essere – definitivamente o del tutto – una donna. L’estetica è un campo di esplorazione, giocare dev’essere divertente: non “giusto”, adeguato, “normale”. Non sono diventato una donna ma neppure mi sono adeguato alla mia natura di “maschio”: ho semplicemente scelto di volta in volta le cose che mi piacevano di più. Volevo essere la proiezione dei miei desideri e non di quelli degli altri.

Perché, dobbiamo chiederci, ancora oggi un bambino entrando in cartoleria e chiedendo un quaderno deve sentirsi forzato a scegliere le copertine da maschio e sperimentare le battute e lo scherno se decide invece, poniamo, che vuole il quaderno con la copertina di Sailor Moon? È importante insegnare ai bambini e alle bambine che il loro corpo non li inchioda a una storia, a un mondo già scritto. È importante che ognuno provi a liberare la personalità dall’anatomia, l’immaginazione dal fatto – di per sé molto più neutrale di quel che si pensa – di avere un pene o una vagina.

È un compito importante per tutti ma soprattutto per genitori e insegnanti: per accettare la libertà inaudita dei bambini servono un cuore e una testa giganti. L’infanzia bisogna meritarsela: sono i bambini che su molte cose devono educarci, aiutarci a capire com’è che gira il mondo.

Jonathan Bazzi

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Stefano Libertini Protopapa 20.5.17 - 11:25
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Valium 13.5.17 - 19:32

Io vorrei dire una cosa. Lo "stile Bazzi" ormai lo riconosco ancora prima di aprire la pagina: per lo più si tratta di scritti che partono da vicende personali per poi parare sui soliti argomenti: hiv, fluidità, anticlericalismo, patriarcato. Ora, io non sono nessuno per giudicare il lavoro di altri, ma se visito questo sito lo faccio per informarmi sulle novità del mio mondo e sulla situazione LGBT in generale, al netto di gallery hot ed altre troiate attira-clic. Questo testo invece non riporta dati, non analizza situazioni, non descrive news o fatti recenti e puntualmente a fine lettura mi fa restare con un senso di nulla addosso. Ce lo vedo più su un blog, ma non su gay.it.

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Valium 13.5.17 - 18:29

Io vorrei dire una cosa. Lo "stile Bazzi" ormai lo riconosco ancora prima di aprire la pagina: per lo più si tratta di scritti che partono da vicende personali per poi parare sui soliti argomenti: hiv, fluidità, anticlericalismo, patriarcato. Ora, io non sono nessuno per giudicare il lavoro di altri, ma se visito questo sito lo faccio per informarmi sulle novità del mio mondo e sulla situazione LGBT in generale, al netto di gallery hot ed altre troiate attira-clic. Questo testo invece non riporta dati, non analizza situazioni, non descrive news o fatti recenti e puntualmente a fine lettura mi fa restare con un senso di nulla addosso. Ce lo vedo più su un blog, ma non su gay.it.

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