I REALITY DELL’INGANNO

Tre nuovi format sono stati lanciati sui canali Sky. Tutti accomunati dal meccanismo dell’inganno: fra operai che bluffano ricchezza, trans che nascondono gli attributi, cowboy gay finti etero.

IL SEGRETO DI MIRIAM

Miriam bacia tutti. E loro, machi inglesi dai modi rudi e dalla sghignazzata sempre pronta, se ne bullano ben bene. Miriam è bellissima e i ganzi se la contendono come un trofeo di virilità. Per loro, più del montepremi del reality (15 mila dollari e una crociera con Miriam), conta l’onore di essere scelti. Le intenzioni sono chiare: «non vedo l’ora di vederla la mattina, nel mio letto»; «non vedo l’ora di portarmela a letto e di spogliarla». Wow!

Sono sei, piuttosto assortiti, ma nemmeno troppo interessanti: anzi, il migliore è Tim Vincent, il presentatore. Ci sono un bagnino, prestante e competitivo; un istruttore di arti marziali non tanto alto, ma nerboruto; un marine che più anglosassone non si può; uno chef con gli occhiali e il look un po’ demodé; un ragazzino, che non sai se è scappato dall’asilo o dalle elementari, e un compositore truzzo con una croce celtica tatuata sulla spalla.

Sono i classici ragazzotti inglesi che puoi trovare al pub, mentre amoreggiano con la bionda di turno (bionda sta per birra, e niente altro). E nel reality sembrano a metà presi dalla bellezza ispanica di Miriam, a metà dal rassicurante luppolo. Lei va a dormire, ché la mattina vuole essere riposata, e parte la sbronza: tiro alla fune a bordo piscina, qualcuno che orina dentro a una bottiglia di plastica, qualcun altro che finge di abbeverarsi dalla bottiglia, risate, schiamazzi. Tanto che lei è costretta ad alzarsi per reclamare un po’ di silenzio. Loro intanto fanno branco, diventano amici, discutono. Non sono troppo svegli, ma hanno una certezza granitica: bando alle trans. Uno racconta di un amico che si è appartato con una travestita, senza saperlo, e piovono le risate di scherno. Un altro avanza un dubbio: e se Miriam fosse trans? Ma va là, va! Non dirne più!

È partito con un massiccio lancio pubblicitario, il nuovo reality del mercoledì sera di Sky Vivo, Il segreto di Miriam. A far da sfondo alle gare da cerchio di fuoco dei sei corteggiatori, una villa lussuosa nella trasgressiva Ibiza, isola di divertimento e libertinaggio, per eccellenza.

Tutto bene, sembra: i ragazzi si divertono e Miriam è felice di essere corteggiata. Ma il finale sarà una sorpresa. La messicana dalla pelle abbronzata e dalle forme generose nasconde un segreto di non poco conto, indicibile per la cultura da bulletti di cui sono pregni i suoi spasimanti: un pisello. E quando si svela, tutta la loro baldanza di tombeurs de femmes, muta in omofobia. Tom, il bagnino vincitore, viene deriso dai compagni, quasi che loro avessero baciato un’altra, ma accetta la crociera con Miriam. Poco prima di essere scelto, aveva detto: «Ogni volta che la vedo, provo qualcosa di sempre più forte». Un ragazzo aperto. Salvo poi, a telecamere spente, coalizzarsi con i prodi compagni di sventura e minacciare azioni legali davanti alla Corte Suprema contro Sky, per violenza sessuale, diffamazione e ingiuria. Tutto si aggiusterà poi, con una buonuscita di 200.000 dollari a cranio. Almeno Tom e gli altri bellocci, ritornati alla vita di sempre, potranno pagare qualche giro di birra agli amici per non farli infierire.

«Un reality che fa solo danni – commenta Marcella Di Folco, presidentessa nazionale del Mit, Movimento di Identità Transessuale – perché infierisce su luoghi comuni ed è diseducativo. Il programma parte da un presupposto sbagliato. Miriam non si presenta per quella che è, una transessuale non operata, ma si fa corteggiare con l’inganno». Colpa dei produttori, più che dei concorrenti? «Colpa di tutti. I produttori montano un format che anziché contribuire all’accettazione del transessualismo, cerca di offuscarlo e di associarlo all’inganno. Miriam ha comportamenti per nulla originali. I ragazzi mi sembra strano che non sapessero nulla». Un reality pilotato? «Anche la polemica potrebbe essere una mossa pubblicitaria – continua Di Folco – ma soprattutto mi sembra che questo sia l’ennesimo show spazzatura, dove bisogna nascondere il proprio essere. È un tema che ripeto da anni: bisogna presentarsi come si è».

JOE IL MILIONARIO

Non è costruito su un inganno identitario e sessuale, ma su uno di ceto sociale, Joe Millionaire,

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JOE IL MILIONARIO

Non è costruito su un inganno identitario e sessuale, ma su uno di ceto sociale, Joe Millionaire, altra novità del mercoledì di Sky Vivo. Il protagonista, Evan Marriott è il classico buon partito: bellissimo e ricchissimo, con un patrimonio di 50 milioni di dollari, in cerca di una compagna per la vita. La sceglierà fra venti fanciulle, con il riflesso del dollarino nelle pupille, ospiti nella sua villa francese. Una sorta di Bachelor con colpo di scena finale: Evan è un operaio spiantato che ha ricevuto un corso di buona creanza. Ma, come nel più classico degli happy end americani, la bella Zora, non si tirerà indietro e i due riceveranno un premio di un milione di dollari. Giusto il tempo di chiudere la trasmissione, prendere i soldi e scappare, e la liasion fra Evan e Zora si concluderà con la spartizione della torta.

Trasmesso negli Stati Uniti nel 2003, il reality ha riscosso un successo notevole per Fox, paragonabile solo a quello ottenuto nel 1995 con Melrose Place. Ne è subito seguita una seconda edizione, questa volta con corteggiatrici provenienti da tutta Europa per il timore che le statunitensi già conoscessero l’inganno di Joe Millionaire (come se le europee non si documentassero!). Il sequel è stato girato in Francia e in Italia, a Pisa, Firenze e Venezia.

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Da una recente ricerca risulta che il turismo americano verso l’Italia è incentivato soprattutto dalla visione delle nostre città e dei nostri paesaggi nei film e nei programmi tv a stelle e strisce. Almeno la seconda edizione è servita a portarci qualche turista.

I due reality di Sky Vivo prendono di mira, con equidistanza, le vanità di uomini e donne (etero), figli della società dell’apparire. Debolezze radicate dall’alba dei tempi, ma negli ultimi anni sempre più esasperate. Il gentil sesso dimostra il suo interesse verso il bel Evan, più che per la sua avvenenza, per la vistosa agiatezza che potrà offrire alla prescelta. Gli uomini, dal canto loro, si ridicolizzano nell’inseguire la donna perfetta, bella e disponibile, senza accorgersi di aver costruito un simulacro intorno alla loro insicurezza. Scoperto l’inganno si mostrano per quello che sono: sei “duri” privi di autoironia e di apertura che amano fare i gradassi con le donne, più per convenzione, che per convinzione. Osservate nei primi piani i due finalisti: lo sguardo languido del bagnino Tom e le sopracciglia rifatte del karateca Scott. Ora attivate il vostro gay radar: gatta ci cova?

L’UOMO PER ME

È l’uomo per me, fatto apposta per me, cantava nel 1965 l’anticonformista Mina. A lei, e al suo ruolo di icona gay, hanno ammiccato i curatori della versione italiana di Playing It Straight, in italiano L’uomo per me, in onda il martedì alle 22.45 su FoxLife. Sulla scia del successo di Brokeback Mountain, un’atmosfera western (a cui attacca la diligenza anche la Parietti) vede 14 cowboy, metà gay e metà etero, corteggiare una cowgirl.

La partenza è già in salita, se alla prima punta puntata i due eliminati sono entrambi etero. E alla seconda, un altro dei buoni viene scartato. Ma ecco che dalla terza puntata, Jackie sviluppa un gay radar infallibile e nel suo mirino finiscono i cattivi, i gay. È una strage: uno dopo l’altro cadono i truffatori e con la settima e ultima puntata, Jackie si trova a scegliere fra Chris, gay, Sharif (il migliore), etero, e Banks, etero. Ed è proprio quest’ultimo, consulente di software a San Diego a spuntarla. Evviva, un altro happy end!

Il ricco montepremi (un milione di dollari) viene ripartito fra i due vincitori. Al contrario, se avesse vinto un gay, che da mercenario cercava solo i soldi, e non l’amore, il milione di euro se lo sarebbe tenuto tutto per sé, come riconoscimento per essersi velato con maestria. Una specie di Talpa, dove questa volta passa per talpa, per macchia da nascondere, un orientamento: l’omosessualità. Un messaggio ambiguo, specie in tempi di teo-cons: se sei gay, mandi all’aria i progetti economici e sentimentali di un’innocente e ingenua fanciulla, ma ti prendi l’intero bottino. L’importante è che non lo sappia nessuno.

Magra consolazione è il presentare i gay non più come checche ronzanti, ma come cowboy virili. Ma per quello ci era riuscita, decisamente meglio, la pellicola di Ang Lee.

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di Matteo Bandini