Baby Reindeer racconta il malessere nelle relazioni affettive nel mondo post binario dominato dai social

La serie originata da una storia vera fa luce su identità irrisolte che portano al disastro affettivo. Donny e Martha rappresentano il nostro rapporto con i social network?

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nava mau baby reindeer
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La descrizione – quasi sicuramente generata dalla AI per adescarmi come spettatore – che su Netflix descriveva Baby Reindeer, la serie del momento, come “un mix tra You e Fleabag”, è stata sufficiente per premere play senza attendermi troppo, se non un paio di serate di svago leggero.

Ma dopo i 7 brevi episodi divorati in poche ore, ho trovato  questa descrizione piuttosto riduttiva (avrei incluso almeno anche Misery Non Deve Morire).

L’aspetto più interessante è che, per bravura degli autori o per caso, – visto che si tratta di una storia almeno in parte vera-  Baby Reindeer mette in scena una riflessione critica acuta e contemporanea sui ruoli affettivi, sulle relazioni, sulle identità (non solo di genere) in un contesto post binario a vari livelli.

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Non solo sono fluidi gli orientamenti affettivi e le identità di genere di molti personaggi, sono dinamiche alcune delle polarità che caratterizzano questo tipo di prodotto, ad esempio le “categorie” di persecutore e perseguitato, di stupratore e di stuprato, di debolezza e forza, di comico e tragico, di empatia ed antipatia verso i personaggi da parte dello spettatore.

Il tutto in un riuscito affresco sul caos delle relazioni di oggi: con sè stess* in primis e poi con gli altri.

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Attenzione, spoiler.

Iniziamo dal protagonista. Donny (interpretato da Richard Gadd, attore queer), che rappresenta perfettamente un ragazzo / uomo di oggi, potremmo dire bianco etero (almeno all’inizio sembra così) cisgender, smarrito, senza punti di riferimento, profondamente immaturo,  narciso. Un ragazzo carino ma non certo un sex symbol. Un comico che non fa ridere, un uomo che non possiede nessuna sicurezza, e forse nessun vero talento, ma solamente una grande ambizione.

È costretto ad ingoiare continuamente bocconi amari solo per inseguire i suoi infantili sogni di successo, e perciò non riesce mai a tracciare un limite tra la propria dignità e le esigenze degli altri, di cui ha uno spasmodico bisogno e che perciò tende ad assecondare; aspetto questo che porta a riconoscersi e ad empatizzare superficialmente con lui.

Ciò lo rende altresì parossisticamente sensibile a chi lo “vede per come vuole essere visto”, persino quando si tratta di una pericolosa stalker come Martha, della quale non riesce a liberarsi, in parte per la sua stessa debolezza, ma soprattutto perchè la persecuzione lo lusinga terribilmente, e, si scoprirà alla fine, è in fondo ciò che somiglia di più al vero amore.

Chi è peggiore, chi ossessiona, chi perseguita o chi in fondo in quella persecuzione si crogiola? Quanto pesa la nostra esasperata ricerca di attenzione (pensiamo anche alla rappresentazione di sè nei social network) nell’inquinare le nostre relazioni a vari livelli?

Vinnie rappresenta efficacemente anche l’ipocrisia dell’eteronormatività, quando si fa paralizzare da pregiudizi inespressi nella sofferta relazione con Teri, donna transgender, di cui fondamentalmente si vergogna: ancora una volta un uomo diviso tra i propri desideri reali e la paura del giudizio sociale, dilaniato dalla voglia di approvazione.

Si scoprirà in seguito un’identità fluida anche in Donny, che, sempre per inseguire improbabili successi, subisce uno stupro da Darrien O’Connor (Tom Goodman Hill), autore affermato, potenziale mentore omosessuale divenuto suo amico intimo che lo circuirà, ancora una volta facendo leva sulla sua disperata ambizione artistica.

Stupro che però in fondo, come ammette Donny, egli si è in qualche modo cercato (espressione che non varrebbe mai nella realtà, ma che utilizziamo nel contesto della fiction), ancora una volta con il suo comportamento ambiguo, e che non è un motivo per recidere il legame con Darrien, il suo potenziale benefattore / carnefice, che gli ha fatto scoprire suo malgrado la sua bisessualità e dal quale tornerà poi, malgrado tutto, per inseguire ancora una volta il successo.

Teri, interpretata da Nava Mau, la donna amata – ma non abbastanza- da Donny, è l’unico personaggio coerente, lineare e positivo della serie. La donna trans è l’unico personaggio risolto. Ella afferma il proprio diritto a non nascondersi, manifesta la sua forza nell’offrire diverse chances di redenzione a Donny, ma anche nel chiudere la loro storia unilateralmente, quando perde definitivamente il rispetto per lui. Proprio il fatto che Teri abbia dovuto “cercare” ed affermare la propria identità come donna transgender, la pone su un piano di maturità, completezza e forza, rendendola di fatto l’unico personaggio positivo, senza ombre, della serie.

Infine c’è lei, la co-protagonista, Martha (Jessica Gunning). La mitomane, stalker, esteticamente sgradevole, ossessiva, violenta, inquietante – straordinaria la trovata dei messaggi sgrammaticati- ma è anche seriamente innamorata e finisce per suscitare inaspettatamente la nostra tenerezza. Come se l’amore vero non potesse essere altro che malattia.

Baby Reindeer in fondo sembra illuminare un meccanismo perverso di ricerca di attenzione e di solitudine, di gap tra aspirazioni e realtà, che finisce per inquinare ogni relazione, sia quella con sè stess*, sia quelle con i propri affetti, rendendo impossibile una stabilità emotiva, ma anche un riscatto che non implichi perdere totalmente sé stess*..

A livello metaforico, Donny e Martha possono rappresentare anche il nostro rapporto ambivalente con i social network: lo spasmodico bisogno di attenzione che porta a bruciare sulla pubblica piazza social quanto di più intimo ci definisce e ci appartiene, soprattutto ciò che in fondo ci fa vergognare, in una ricerca di approvazione che ha come contropartita la nostra stessa identità e dignità, da un lato.

Dall’altro la risposta della piattaforma – stalker, che ci inonda di trigger, notifiche, stimoli, che fagocita la nostra vita, che alimenta la nostra vanità sostituendosi alle relazioni reali, creando così un legame indissolubile simile alla sindrome di Stoccolma, odio e amore che ci allontanano dalle emozioni vere, che richiedono un lavoro su sè stess* che nessun* pare più voler fare, per essere appaganti.

Siamo tutt* delle piccole renne?

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