UN KOBRA DI CELLULOIDE

Al Festival del Cinema Gay di Torino piomba la Rettore: "Amici gay, miei confessori". E i film? Deludente "Food of love", che Ventura Pons ha tratto dal romanzo "Il voltapagine" di Leavitt.

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TORINO. Una nuvola di capelli color latte, un contorno occhi molto glitter, piglio deciso e un’estrema affabilità: così si è presentato al Festival Gay di Torino uno degli ospiti più attesi, Donatella Rettore, "ma qualcuno mi chiama ancora solo Rettore". A lei è dedicato il video(clip) ‘Donatella Donatello’ del gruppo dei Modho (dall’album ‘Soluzioni’ – edizioni Mescal) realizzato da ‘Coniglioviola’, talentosa coppia di web-artisti formata da Fabrizio Coniglio e Andrea Raviola (cantante dei Modho) che reinterpreta la mitica hit ‘Donatella’ con estrema creatività tra suggestioni pop e postmodernità techno-vampiresche utilizzando al meglio le indubbie potenzialità della computer graphics.

Donatella Rettore si è concessa alla stampa ripercorrendo la sua eclettica carriera: dalle esperienze teatrali con Carlo Croccolo fino a ‘Omicidio a mezzanotte’ ("io ero la vittima e il pubblico sceglieva l’assassino"), al cinema nel ‘Paganini’ (1989) di Klaus Kinski: "ero l’unica donna vestita del film. Una cantante lirica che si faceva tentare dal diavolo. Avrei anche accettato un nudo, ma solo in chiave comica. Comunque in ‘Cicciabomba’ facevo ridere parecchio". Per i gay ha solo lodi: "Mia madre mi ha svezzato. Mi presentava i pittori gay e per farmi capire diceva: ‘Quello è gentile. Fa i quadri e basta’. I miei amici gay mi hanno tenuto su nei momenti di buio".

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Alla domanda "Ti consideri un’icona gay?" risponde perplessa: "No, non mi considero un’icona gay… ma potrei dirlo cantando. C’è una parola splendida che non viene più usata: ‘canzonare’ nel senso di ‘prendere in giro’. Ecco, posso ‘canzonarmi’ e dire di essere un’icona gay. Comunque gli amici gay sono i miei confessori. Vi adoro: siete andati oltre anche culturalmente." Tra i film a tematica omo adora ‘Priscilla’, si stupisce del fatto che il festival gay sia ancora osteggiato. "Anch’io ho avuto problemi con la censura: nella canzone ‘Per Natale’ scrissi ‘lasciamo vivere gli abeti e coloriamo le suore’. Girai anche un video con le suore vere del Vaticano. Mi censurarono. Tutta colpa di Radio Vaticana." La collaborazione con i Modho nasce così: "Mi hanno cercato loro. Anche Andy dei Bluvertigo. Si sono messi insieme e hanno fatto un disco: c’è pure Carla Boni, oggi ultrasettantenne, che canta ‘Kobra’. Io ho un disco tutto mio pronto ma sto aspettando una possibile distribuzione. Nel frattempo lo canto dal vivo e lo porto in tournée, metà delle canzoni sono inedite. Col tour sono già partita ma non so ancora se verrò a Torino, sicuramente sarò a Biella e a Varallo Sesia."

I cantanti gay italiani? "Ce ne sono un sacco ma non hanno il coraggio di dirlo e non per paura del calo delle vendite ma perché sono bigotti. Dopotutto abbiamo il Papa. Lo dico io che Renato Zero è gay. In quanto a Dalla… mah, non sarei così sicura: con me ci ha provato ma io detesto il genere ursino. Ron, invece, mi piaceva di più…"

E il revival degli anni ’80, adesso molto di moda? "Non mi piace la parola ‘revival’, mi sa di zombie. E poi la mia carriera è proseguita costantemente fino al 1997." La canzone più gay? "Splendido splendente. Parla di un cambio di sesso, fate voi".

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^SI FILM^s

Adolescenza e amore intergenerazionale sembra già uno dei leit motiv del Festival di quest’anno: un biondino imberbe si innamora del suo pianista preferito nel mediocre ‘Food of Love‘ (foto sopra) di Ventura Pons tratto da ‘Il voltapagine‘ di David Leavitt, girato scolasticamente tra San Francisco e una Barcellona che più turistica non si può. Mamma Pamela in crisi da divorzio e un andi un po’ giulivo (Juliet Stevenson, una delle tre mogli omonime de ‘Giochi nell’acqua’ di Greenaway) tenta prima di sedurre il pianista ma poi scopre – tardivamente – il legame col figlio in realtà finito da diversi mesi. Correttezza pedante e progressione drammatica quasi azzerata. Rivogliamo ‘La pianista’ nevrotica e frigida del grande Haneke (ma lì c’era Isabelle Huppert ed è tutto dire).

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Un bambino gay di sei anni fa un coming out applauditissimo nel frizzante corto surreale ‘Celebration‘ (foto) di Daniel Steadman mentre in ‘L.I.E.‘ (foto sotto) (acronimo di ‘Long Island Expressway’) di Michael Cuesta un gruppo di ragazzini minorenni ruba nelle case e si prostituisce con cinquantenni in odor di pedofilia ma il piccolo Howie (Paul Franklin Dano, bravissimo) tenta di vedere un amico nel maturo Big John anche perché sua madre è morta e il padre è in carcere. Regia dinamica e moderna ma sceneggiatura intorcinata che si perde a vista d’occhio come le mille corsie delle highways americane.

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Nel frattempo imperversano al Festival fiori e frutta: dalla margherita offerta da Minerba davanti a un pubblico di un migliaio di persone all’assessore alle risorse culturali Alfieri che ha ribadito l’importanza di difendere l’identità e la diversità dei festival torinesi contro gli attacchi ingiustificati e l’idea globalizzatrice di riunirli in un’unica manifestazione, alla calla lanciata agli astanti in delirio da un’elettrizzante Rettore, passando alle mele ‘del peccato’ del manifesto del Festival, creazione di Dalidea Communications apprezzatissima dal pubblico e dalla stessa Rettore che nel serpente di celluloide ha visto, giustamente, un cobra, anzi un ‘kobra’.

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