‘Vorremmo che sostenibilità diventasse una parola desueta’, intervista ai giovani designer di ‘Lessico Familiare’

Un progetto ispirato al capolavoro di Natalia Ginzburg: il duo di creativi, Riccardo e Alberto, credono fortemente che le parole possano tramutarsi in tessuti.

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4 min. di lettura

Lessico familiare è un brand super giovane nato durante il primo lockdown per omaggiare Natalia Ginzburg, grande scrittrice del novecento italiano. Riccardo Scaburri e Alberto Petillo, fondatori del brand, incuriosiscono e fanno riflettere attraverso il loro lavoro che consiste anche nel  tagliare tovaglie, tende, stuoie, grembiuli, indumenti, non per ridargli nuova vita, ma per mantenere viva quella che già hanno.

Per questi due giovani l’urgenza di un approccio sostenibile nella moda è imprescindibile. Con Lessico Familiare, infatti, il duo progetta e crea collezioni ibride ed eterogenee, in una sorta di storytelling senza fine, senza taglie o stagioni.

Incuriosito dalla visione a tratti nostalgica ma anche futuristica ho deciso di intervistarli.

 lessico familiare

Cosa vuol dire Lessico Familiare e perché questo nome?

Lessico Familiare è un omaggio a Natalia Ginzburg e al suo “Lessico Famigliare”. Abbiamo tolto una G ma mantenuto la conservazione della memoria, dei gesti, delle sfumature e di una nostalgia sana.

Chi c’è dietro a Lessico Familiare e come è nato tutto?

Lessico Familiare è nato inconsciamente durante il primo lockdown, arricciando le tende per farci delle gonne, occupare il tempo un po’ per noia e un po’ per allegria. la formazione iniziale prevedeva Alberto (tatuatore e confezionista) e me (Riccardo, designer e docente), poi ampliatasi con Alice, magliaia e designer, nonché nostra compagna di università.

lessico familiare

Che significato attribuite alla sostenibilità?

Vorremmo che presto sostenibilità diventi una parola desueta, un approccio dato per assodato e senza bisogno di essere comunicato. Per noi è fondamentale, sia in termini concettuali che produttivi, rispettare gli indumenti e chi li produce. Una nuova conservazione senza sovrapproduzione è ciò a cui ambiamo. Tutto è unico e non riproducibile, quello che possiamo riproporre è l’idea dietro a un indumento, non tessuto e taglia, e questa è la sostenibilità di Lessico.

Qual è il lessico di Lessico Familiare?

Il nostro lessico è fatto di quelle che chiamiamo “tenerezze e finali agrodolci” (I Cani, Wes Anderson). Ci sono i gesti, come quello di lavare, stendere e poi piegare. Ci sono i momenti, prettamente colazioni e merende. Ci sono i fiocchi e le balze.

Dove collocate artigianalità e digitale all’interno di Lessico Familiare?

L’artigianalità è la tecnica, il digitale il medium. Siamo artigiani nello scomporre e ricomporre rispettando l’indumento, taglia unica, completamente sostenibile e pezzo unico. Siamo poco fast, ma amiamo Instagram, piattaforma dove raccontiamo per lo più il making of di Lessico, alternato alle collaborazioni che facciamo e che ci piacciono proprio perché offrono un occhio diverso dal nostro “analogico nostalgico”.

C’è qualcuno nella moda che proprio non vi piace e qualcuno invece di cui andate pazzi, prendendo talvolta anche ispirazione?

Non c’è un qualcuno, ma piuttosto una serie di qualcosa, quello che proprio non ci appartiene in termini di gusto. Siamo (o magari semplici wannabe, ma ci crediamo) più vicini alla Lady Diana delle balze e dei gown che a quella con i leggings e la felpona Harvard. No logo, sì fiocchi.

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Guardando le vostre creazioni s’intravede una certa ossessione per il patchwork e per le linee destrutturate che ricordano Margiela, cosa mi dite a riguardo?

L’influenza di Martin Margiela è chiara ma non ci spaventa che si intuisca. Al di là dell’estetica è l’approccio che ci attrae: ironia sottile, a tratti disillusa, conservazione nella decostruzione. Il patchwork è un retaggio universitario: non abbiamo mai buttato gli scampoli, li assemblavamo per farci palette materiche o nuove pezze. Abbiamo conservato la stessa tecnica, ma con parti di indumenti.

I tessuti che usate in base a cosa li scegliete e utilizzate? 

Il primo approccio è visivo: colori, stampe e volumi. Segue poi la parte tattile: le varie pesantezze e “mani” dei materiali devono reggere, oltre che piacerci in quello che chiamiamo un “megamix” lessicale. Per ora tutto viene da cantine e armadi svuotati, regali dimenticati. Da un lato smontiamo e riassembliamo, aggiungendo e arricciando, dall’altro conserviamo interamente un capo e andiamo ad applicarlo direttamente su un altro o magari aggiungiamo un cuscino.

Come è nato l’incontro con Benedetta Barzini?

Benedetta è stata in primis nostra decente universitaria. Col tempo abbiamo conservato il rapporto, tramutatosi in amicizia, e in quanto amica naturalmente inclusa nel mondo Lessico. Così come tante persone dai “mondi” più disparati: famigliari di sangue e quelli che ci siamo scelti, dirimpettai e colleghi, amici e anche animali. Tutti “molto Lessico”, espressione che ci piace molto.

benedetta barzini lessico familiare

Il vostro mondo è per lo più fondato sulla nostalgia, cosa pensate del futuro del vostro brand e della moda in generale?

Non pensiamo al futuro del nostro brand, lo definiamo un “progetto” e lo facciamo per piacere, una valvola di sfogo quotidiana, presente e sicuramente molto “passata” in termini di immaginario. Il futuro della moda in generale non crediamo sia una grande incognita. Siamo piuttosto realisti, seppur nostalgici. Prevediamo omogeneità, reference comuni, ma anche qualche designer che ancora ci fa sognare.

Chi vi piacerebbe vedere con indosso i vostri vestiti?

La lista “dei sogni” è infinita, cerchiamo di sfoltirla e azzardiamo sei nomi: Lena Dunham, Daria Bignardi, Joni Mitchell, Victoria Cabello, Leonardo Pieraccioni e Valeria Bruni Tedeschi.

Che musica ascoltate quando create, se l’ascoltate.

Abbiamo una playlist ad hoc che passa da I Cani ai New Order, da Ornella Vanoni ai The Drums, ma anche Nelly Furtado e Whitney Huston. Un megamix insomma.

 lessico familiare

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