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West Side Story risorge magnificamente a nuova vita grazie a sua maestà Steven Spielberg

Al cinema dal 23 dicembre, il più celebre musical di sempre fatto risorgere da uno dei più grandi registi viventi. La nostra recensione.

West Side Story risorge magnificamente a nuova vita grazie a sua maestà Steven Spielberg - West Side Story 1 - Gay.it
Ansel Elgort as Tony and Rachel Zegler as Maria in 20th Century Studios’ WEST SIDE STORY.
3 min. di lettura

Perché riadattare il musical cinematografico più famoso di tutti i tempi? Perché no, si sono detti ad Hollywood. 60 anni fa West Side Story di Jerome Robbins e Robert Wise, adattamento dell’omonimo musical di Arthur Laurents, Stephen Sondheim (deceduto poche settimane fa) e Leonard Bernstein, vinceva 10 Oscar su 11 nomination, entrando di diritto nella Storia del Cinema. 60 anni dopo Steven Spielberg, leggenda di Hollywood, ha osato l’impossibile, ovvero far risorgere West Side Story con un nuovo adattamento che ha ridato luce ad un classico immortale di Broadway, segnato da canzoni memorabili e da una struggente storia d’amore che prende a piene mani da Romeo e Giulietta.

Al centro della trama, perfettamente conosciuta da decine di milioni di persone in tutto il mondo, la classica storia delle feroci rivalità e dei giovani amori nella New York del 1957. Da una parte i Jets, dall’altra gli Sharks. I primi ‘gringo’, gli altri portoricani. Siamo nell’Upper West Side, quartiere di Manhattan pronto a cambiare per sempre, cacciando i poveracci che lo vivono per lasciar spazio ai ricchi e a nuovi lussuosi palazzoni. Nel mezzo l’odio nei confronti del diverso, una rivalità giovanile legata al territorio e al suo dominio. Tutto cambia quando Tony, appartenente ai Jets, si innamora di Maria, portoricana sorella di Bernardo, ‘capo’ degli Sharks. Ed è qui che il conflitto si fa irrimediabile…

Steven Spielberg e lo sceneggiatore Tony Kushner, vincitore del Premio Pulitzer e del Tony Award, hanno attinto dal musical originale per rendere la storia ancora più potente e significativa, immergendola nel quotidiano d’America segnato dal razzismo, anche se ambientata negli anni ’50. Non a caso l’idea di un nuovo adattamento ha preso forma in piena era Donald Trump, con il confine messicano segnato da un gigantesco muro di cinta per frenare l’arrivo degli ‘stranieri’ sul suolo statunitense. Al suo primo musical cinematografico, Spielberg danza con i suoi attori tra le ampie strade di una Manhattan egregiamente ricostruita, con Justin Peck alle fantastiche coreografie, avvolgenti, di massa, trascinanti. Rachel Zegler, qui al suo esordio, è una stupefacente Maria, per interpretazione e capacità vocali, con Ansel Elgort moderno Harrison Ford degli esordi, con quella fisicità slanciata e quel volto perennemente in bilico tra strafottenza e fascino. Il suo Tony ammalia ma non esalta, perdendo il confronto con la più giovane e sconosciuta collega. Rita Moreno, 60 anni fa indimenticabile Anita, torna sul set con un emozionante personaggio unicamente pensato per lei, mentre chi buca lo schermo è l’eccezionale Ariana DeBose (Anita), così come convince appieno il 29enne Mike Faist negli abiti di Riff. Sono proprio questi due, probabilmente, a colpire maggiormente. Assai arduo, invece, il ruolo affidato a David Alvarez, chiamato a non far rimpiangere George Chakiris, nel 1961 premio Oscar grazie al picchiaduro Bernardo.

Una storia d’amore senza tempo, ma al tempo stesso una storia su quanto l’odio possa generare dolore, sofferenze, su quanto l’orgoglio e l’arroganza degli uomini possano suscitare conflitti. Da una parte ragazzi accecati dalla rabbia, dall’altra donne trattate come se fossero di lora proprietà, insultate, abusate, ma pronte a reagire con veemenza ad ogni sopruso, rimettendo in riga qualsivoglia controparte. Se Spielberg abusa per una volta dei cosiddetti “lens flares”, riflessi di luce che inondano la pellicola, la macchina da presa del regista trova sempre modo di sorprendere lo spettatore con movimenti aerosi, ballando e cantando insieme ai suoi protagonisti.

Fedele all’originale ma opportunatamente modificato, il West Side Story di Spielberg è un film di oggi, consapevole dell’epoca in cui nasce e prende forma. Grazie ad un budget stellare da 100 milioni di dollari, il regista di Indiana Jones trasforma il musical in un action, che si fa tragedia d’amore e dramma sociale. Frenetico nel ritmo, esteticamente parlando abbagliante e vivido nei suoi magnifici e sgargianti colori, questo nuovo West Side Story è multiculturale e con una specifica sensibilità sul fronte dell’identità di genere.

Anybodys, personaggio trans interpretato dall’attore non binario Iris Menas, prende finalmente forma dopo essere stato rappresentato semplicemente come una donna “masculina” nel film del 1961. In questo West Side Story, invece, Anybodys è a tutti gli effetti un uomo FtoM, vittima di transfobia da parte della banda di ragazzi che in lui vede solo e soltanto una ragazza maschiaccio. Anche per questo motivo la pellicola è stata bandita in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrain, Oman e Kuwait. Paesi che a causa di un’omotransfobia di Stato sempre più indecente non potranno ammirare un musical senza tempo, incapace di invecchiare e/o di scolorire. Qui fatto risorgere da uno dei più grandi registi viventi.

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