L’AMORE INFEDELE

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Il fascinoso bello di mezza età Richard Gere ed il giovane francese Olivier Martinez si contendono le grazie della bella (e brava) Diane Lane in un intrigante thriller...

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Il triangolo. Forma geometrica da studiare a scuola ma anche rappresentazione ideale di uno dei più abusati e immortali spunti per film, libri, drammi teatrali, ecc.: lui, lei, l’altro/a, in tutte le possibili variazioni.

Nel caso specifico: lui, Edward (Richard Gere), e’ un bell’uomo di mezza età, professionista affermato, marito ideale, padre esemplare. Lei, Connie (Diane Lane), e’ la moglie di Ed. La mattina prepara la colazione, lo manda al lavoro, si dedica alla famiglia, alla casa e allo shopping per le vie di New York. Arriva a scardinare questo apparentemente perfetto menage familiare l’altro, Paul (Olivier Martinez), giovane e affascinante mercante d’arte francese. Connie e Paul si conoscono per caso durante una ventosa giornata e iniziano un’appagante benché tormentata serie di incontri a base di sesso. Un bel giorno l’ignaro maritino comincia ad avere qualche vago sospetto ed incarica un investigatore privato affinché scopra la verità. Detto fatto, fotografie testimoniano in maniera inoppugnabile che la moglie si vede regolarmente con un giovane, a casa di lui. Per Ed davvero un brutto colpo, non riesce a farsene una ragione. Decide di andare a parlare con il ragazzo, per cercare di mettere in chiaro le cose e capire forse i motivi di quello che sta succedendo. L’incontro e’ imbarazzante per entrambi. Edward e’ sconvolto, confuso. Gli viene offerto da bere, accetta e questo peggiora la situazione. Paul si avvicina , Ed annaspa, afferra un oggetto sul comodino e colpisce Paul alla testa, che cade in una larga chiazza di sangue…

L’amore infedele (Unfaithful)” e’ il remake americano di “Stephane, una moglie infedele”, film di Claude Chabrol del 1968. Come sempre in questi casi si potrebbe optare per fare paragoni tra i due, notando similitudini e divergenze, cercando di giudicare il migliore (di solito l’originale). In questo caso ciò porterebbe poco lontano. I due film sono profondamente diversi per epoca, cultura, approccio registico e intenti. Chabrol per sua natura metteva sulla graticola, come in altri suoi film, il falso mito del matrimonio come convenzione sociale borghese, rivelandone in salsa thriller-alla-francese le sue ipocrisie, le sue lacune, le sue trappole. Adrian Lyne dal canto suo afferma di aver sempre amato il modello ma evidentemente ha altro per la testa, si rivolge ad un altro tipo di pubblico ed e’ pur sempre il regista che cerca di ripetere il successo del suo film più famoso, “Attrazione fatale”, sebbene sia opportuno precisare sin da subito che questo e’ un film molto più interessante e riuscito. Il taglio e’ – ma solo in arte – quello del thriller patinato, ma sotto sotto covano le tematiche del dramma familiare.

Questa doppia anima del film la si ritrova anche nelle identità dei due sceneggiatori che lo hanno scritto: Alvin Sargent ha avuto riconoscimenti come il Premio Oscar per intensi drammi intimisti come “Giulia” (1977) e “Gente comune” (1980), mentre il più giovane William Broyles Jr ha alle spalle pellicole di tono decisamente diverso, come “Apollo 13” e “Cast Away”.

E’ dunque un film dalla doppia anima e l’aspetto erotico e’ più presente nella campagna pubblicitaria che non nel film stesso, che fondamentalmente ha il suo punto focale nella controversa figura di Connie, donna che secondo gli standard della buona società ha tutto: amore, famiglia, soldi, che mai può volere di più? Non lo sa neanche lei. Questa relazione extraconiugale e’ per lei più un’ossessione, un impulso irresistibile a cui non sa resistere, forse fuga dalla banale quotidianità, voglia di trasgressione, a cui si lascia andare pur se in preda a forti rimorsi e sensi di colpa.

La interpreta con straordinaria bravura la ben ritrovata Diane Lane, che aveva già lavorato con Gere quasi 20 anni fa nel “Cotton Club” di Coppola. Grazie a lei il personaggio di Connie risulta assolutamente convincente e sfaccettato, una grande prova d’attrice che va a grande beneficio di tutto il film.

Per quanto riguarda i comprimari si va dall’ormai solido professionismo di Gere al fascino e alla bravura dell’emergente francese Olivier Martinez che forse ricorderete di aver visto ne “L’ussaro sul tetto”. Decisamente un buon film, dunque, intenso e anche piuttosto inquietante per l’occhiata che getta sulla tranquilla vita felice di una famiglia perbene qualunque.

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