“Gli uomini sono i benvenuti”: intervista alle organizzatrici della manifestazione Non una di meno, contro la violenza sulle donne

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Qualche parola (forse) definitiva sulle polemiche delle ultime settimane.

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Domani, 26 novembre, si terrà a Roma un’importante manifestazione contro la violenza sulle donne a cui è stato dato il nome di Non Una di Meno. Alla giornata di domani seguirà, domenica 27, un momento di dibattito e riflessione, attraverso tavoli di discussione che tracceranno un programma di lotta femminista contro la violenza di genere. Quest’occasione, importantissima ,ha generato in queste ultime settimane e soprattutto sui social un mare di polemiche, in relazione soprattutto ad alcune dichiarazioni, arrivate da alcune femministe “separatiste”, che chiedevano di escludere gli uomini dalla manifestazione o almeno di limitare la loro presenza in coda al corte. Io ho espresso il mio punto di vista sulla questione qui >>> Perché escludere gli uomini dalle manifestazioni femministe è antifemminista. Per provare a capire quale sia la posizione ufficiale delle organizzatrici di Non Una di Meno abbiamo fatto quattro chiacchiere con Marta Cotta Ramosino di Io Decido, una delle tre organizzazioni che hanno dato vita a questo weekend contro la violenza.

Ciao Marta, quando nasce l’idea della manifestazione di domani e chi l’ha organizzata?

L’idea della manifestazione nazionale nasce nella primavera scorsa dopo l’uccisione di Sara Di Pietrantonio, ragazza di 22 anni arsa viva a Roma in zona Magliana dal suo fidanzato. In quel momento come rete Io Decido ci siamo riunite per discutere nuovamente e in maniera più complessiva della violenza e del fatto che serviva una risposta forte che mettesse in discussione tutto il sistema di come la violenza viene gestita oggi in Italia. Volevamo iniziare di nuovo tra di noi a discutere in maniera sistematica di cosa fosse la violenza sulle donne in tutte le sue forme e non solo quella più eclatante rappresentata dallo stupro o dal femminicidio. 

Cos’è Io Decido?

Io Decido è una rete di collettivi e associazioni che si è formata alcuni anni fa in relazione alla questione della 194, dell’accesso alla salute per le donne. In particolare è intervenuta in due grandi ospedali romani, il Policlinico Umberto I e il San Camillo, ospedali enormi che rischiavano di non garantire più l’interruzione volontaria di gravidanza a causa della mancanza di medici non obiettori. Inoltre la rete è intervenuta contro le operazioni sperimentali e non sicure portante avanti da alcuni ospedali sulle persone che volevano cambiare sesso. La rete Io Decido ha anche partecipato agli ultimi Pride romani con spezzoni costruiti dal basso a livello cittadino. 

Quali sono le altre realtà coinvolte nella manifestazione?

Dopo il nostro primo ragionamento abbiamo deciso di allargare il nostro percorso ad altre due realtà: UDI (Unione nazionale Donne Italia) e DIRE (Donne in Rete contro la Violenza), una rete di centri antiviolenza in italia. Ci siamo quindi costituite come Non Una di Meno prendendo il nome dalle compagne argentine in lotta anche loro per l’autodeterminazione delle donne (Ni Una Menos). Abbiamo lanciato, anche a noi stesse, una sfida molto grande: un grande corteo il 26 e il 27 una giornata di tavoli di discussione sulle varie forme che la violenza assume, per riscrivere noi un piano nazionale contro la violenza sulle donne che sia femminista. 

Veniamo a una delle questioni che mi stanno più a cuore, ovvero quella della partecipazione maschile. Chi ha iniziato a chiedere che gli uomini non ci fossero?

La questione è emersa fin da subito ma praticamente all’unanimità si è dichiarato che la manifestazione e i tavoli sarebbero stati misti con un grande protagonismo delle donne. Il dibattito che poi si è sviluppato sul web è un dibattito che non tiene conto delle decisioni che l’assemblea aveva già preso e che, per come siamo abituate a fare politica, non si possono mettere in discussione. Un dibattito sterile che ha remato contro all’allargamento al corteo. Siamo tutte d’accordo in quanto organizzatrici che la partecipazione maschile sarà importante se questa partecipazione riuscirà a mettere in discussione il privilegio maschile e vorrà sostenere la lotta delle donne senza quel giorno pretendere di essere i protagonisti. 

Voi di Io Decido, in particolare, come vi ponete verso questo tema?

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Noi abbiamo fatto nostra negli ultimi anni la lotta transfemminista queer e crediamo che le intersezionalità siano un modo fondamentale per leggere l’oggi, non cercando di semplificare ma di “complessificare”. Inoltre costruire un corteo misto non dà per scontata la propria collocazione in base a biologismi che oggi almeno, fra compagne, vorrei fossero superati. “Gli uomini che vogliono essere femministi non hanno bisogno di ricevere spazio nel femminismo. Devono prendere lo spazio che hanno nella società e renderlo femminista”: abbiamo fatto nostra questa frase di Kelly Temple che pensiamo calzi a pennello. Comunque, ripeto, chi ha scatenato la polemica non sta fra le organizzatrici del corteo. 

Da quel che ho letto in giro ci sono alcune donne, che si definiscono o vengono definite femministe separatiste, che la pensano diversamente. Una di queste mi pare sia Marina Terragni, e più in generale forse donne più adulte, condizionate da retaggi di una certa fase, passata, del femminismo. C’è secondo te il tema di una visione “vecchia” di vedere il discorso femminista?

Sì, in realtà non sono solo una parte delle separatiste ma direi meglio una parte del vecchio femminismo della differenza con cui si fatica e molto spesso non si riesce a trovare una quadra comune. Sono presenti queste visioni differenti perché esistono tanti femminismi e in Italia il femminismo della differenza è stato sempre molto forte. Questo corteo però vuole essere una marea: vorremmo che la manifestazione fosse un flusso di corpi che assieme invadono le strade di Roma. Io per prima sono donna, ho la vagina ma non mi riconosco appieno nel genere femminile. Leggere le intersezionalità vuol dire anche questo, vuol dire aprire nuovi spazi, creare nuovi legami e superare quello che un tempo è sicuramente stato utile e fondamentale, ma che in tempi diversi non può più essere considerato tale. 

C’è chi ha scritto persino che i discorsi e le pratiche queer sono patriarcali, neopatriarcali. Hai letto questo tipo di cose, che ne pensi?  

Sì, sono discorsi che però non vengono da nessuna delle promotrici e che ad una certa ci hanno anche stufato. Persone che non condividono come collettivamente – e non solo fra promotrici, ma con tutte le realtà presenti – stiamo costruendo la manifestazione. Sono persone che remano contro la costruzione del corteo. Se vorranno attraversarlo il corteo sarà a aperto anche a loro, altrimenti amen. Crediamo sia importante dar voce alle donne e a tutt* coloro che sostengono e portano avanti questa causa. Questa polemica, a noi organizzatrici, ci ha veramente tolto troppo tempo che avremmo potuto investire in cose sicuramente più utili.

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