Quei giorni in cui il mondo scoprì l’AIDS

Giugno 1981: a LA una misteriosa malattia tra giovani maschi con alcune caratteristiche comuni: tutti gay. Reagan mette tutto a tacere fino al 1985.

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Keith Haring
3 min. di lettura

Nel giugno del 1981 per la prima volta una relazione medica statunitense parlò di una nuova misteriosa malattia che stava iniziando a diffondersi tra alcuni giovani maschi americani. Pochi ma con alcune caratteristiche comuni: tutti gay e tutti colpiti da una specifica forma di polmonite, tipica normalmente di pazienti dal sistema immunitario molto compromesso. La relazione – di fatto il primo documento scientifico su quello che sarà poi definito AIDS – fu pubblicata dal Center for Disease Control e attestava che 5 giovani uomini omosessuali erano ricoverati in alcuni ospedali di Los Angeles affetti da polmonite, avendo contratto anche altre infezioni, come la candidosi orale e il cytomegalovirus. Due di questi pazienti erano già morti.

I pazienti non si conoscevano, non avevano avuti contatti tra di loro, né erano a conoscenza di partner sessuali affetti dagli stessi problemi di salute. Molto velocemente si iniziò a capire che qualcosa di grave e inusitato aveva avuto inizio. Da lì in poi i casi aumentarono e oltre alle polmoniti si notò il diffondersi nei pazienti anche di una rara forma di cancro alla pelle, il sarcoma di Kaposi. Si iniziò allora a parlare di “malattia dei gay” (o meglio di Gay Related Immune Disease) ma questa etichetta fu velocemente abbandonata quando divenne evidente che anche altre categorie di persone erano interessate dal problema (ad esempio tossicodipendenti e emofiliaci). L’anno successivo, nel 1982, si iniziò a parlare di AIDS, ovvero di Sindrome da Immunodeficienza Acquisita. 

Anche il presidente Barack Obama ieri ha ricordato quei terribili eppure fondamentali giorni dell’81: “Questi 35 anni hanno raccontato una storia che a partire da incertezza, paura e dolore è andata verso resilienza, innovazione e speranza”. Obama ha ribadito anche l’importanza della comunicazione e dell’informazione per la prevenzione, ribadendo che stigma e silenzio furono alleati micidiali del virus. Le parole del presidente Usa hanno un loro peso se pensiamo che all’epoca dei fatti il presidente Reagan fu colpevole di un silenzio imperdonabile: sino al 1985 scelse di non parlare pubblicamente del problema. Lo fece solo quando i morti iniziarono a essere migliaia e tacere non fu più possibile.

Obama ha sottolineato inoltre quanto il sostegno alla ricerca sia stato e sarà fondamentale per la lotta all’AIDS, in particolare per arrivare al tanto atteso vaccino. Nel frattempo ha ribadito l’importanza di trattare il problema con grande attenzione soprattutto verso i giovanissimi, le minoranze e le questioni di genere, in modo da portare avanti e ampliare i successi raggiunti in questi anni.

Qualche dato per comprendere lo sviluppo dell’epidemia: dal 1981 sono 71 milioni le persone che hanno contratto il virus dell’Hiv e circa 34 milioni di persone sono morte di AIDS. Attualmente nei soli Stati Uniti le infezioni da Hiv sono circa 50.000 all’anno, con circa 1 milione e 200mila individui che convivono col virus grazie alle ormai ottime terapie anti-retrovirali.

Gli anni ’80 e i primi ’90 furono anni terribili, soprattutto per la nostra comunità: via via che le notizie circolarono si diffusero panico e emarginazione. Come ormai sappiamo bene in 35 anni sono stati fatti passi da gigante nella diagnosi e nelle terapie farmacologiche: oggi, almeno in Occidente, di Aids non si muore quasi più. I farmaci attualmente in commercio permettono spesso di ridurre la carica virale a livelli minimi, prossimi allo zero, senza riuscire ancora a eliminarla completamente ma permettendo ai pazienti un’aspettativa di vita di fatto equivalente a quella della popolazione sieronegativa. Esperti e militanti di tutto il mondo si impegnano quotidianamente affinché si possa arrivare a sconfiggere del tutto il virus, attraverso la prevenzione e soprattutto sostenendo la ricerca per una cura in grado di eradicare completamente il virus.

La battaglia dunque continua.

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