Nel 2019 milioni e milioni di persone, per lo più giovani, sono scese in strada per chiedere diritti, giustizia, libertà, dignità, rispetto per l’ambiente, fine della corruzione e delle disuguaglianze. Una moltitudine di persone disposte a mettersi di traverso a politiche ingiuste non si vedeva dal 2010-11. Dal Cile all’Iran, da Hong Kong all’Iraq, dall’Egitto all’Ecuador, dal Sudan al Libano, hanno sfidato e subito una repressione molto forte. I governi hanno aperto il fuoco contro i loro cittadini, perdendo così ulteriormente fiducia e credibilità.
È stato presentato alla stampa il Rapporto di Amnesty International 2019-2020, con una conferenza che ha visto intervenire Emanuele Russo, presidente Amnesty International Italia; Gianni Rufini, direttore generale Amnesty International Italia; e Riccardo Noury, portavoce Amnesty International Italia. Una situazione allarmante, quella relativa ai diritti umani nel mondo, che riguarda ovviamente anche la comunità LGBT. Amnesty International, lo ricordiamo, è un movimento mondiale di oltre sette milioni di persone che partecipano a campagne per un mondo dove tutti possano godere dei diritti umani. Amnesty International è indipendente da qualsiasi governo, ideologia politica, interesse economico o credo religioso ed è sovvenzionata principalmente dai propri soci e da libere donazioni. A seguire il report, suddiviso per aree, legato ai diritti LGBT nel mondo tra il 2019 e il 2020.
Panoramica regionale sull’Africa Subsahariana
Le persone Lgbti hanno subìto discriminazioni, azioni giudiziarie, vessazioni e violenze in paesi come Angola, Eswatini, Ghana, Guinea, Nigeria, Senegal, Sierra Leone, Tanzania e Uganda. In Nigeria ci sono stati frequenti arresti di gay, lesbiche e bisessuali; a dicembre, 47 uomini sono stati processati a Lagos, accusati di dimostrazioni d’affetto pubbliche verso persone dello stesso sesso. In Senegal, almeno 11 individui sono stati arrestati sulla base del loro reale o percepito orientamento sessuale o identità di genere. Nove di loro sono stati condannati a pene variabili dai sei mesi ai cinque anni di carcere. In Uganda, a ottobre la polizia ha arrestato 16 attivisti Lgbti e li ha sottoposti a visita anale forzata. In Tanzania, sei cliniche che sostenevano i diritti delle persone Lgbti sono state chiuse dopo che alcune erano state accusate di “promuovere atti contrari alla morale”. Con una nota positiva, il parlamento angolano ha adottato un nuovo codice penale che ha depenalizzato le relazioni omosessuali e l’Alta corte del Botswana ha cancellato con una sentenza storica il reato di rapporto sessuale tra adulti consenzienti.
Panoramica regionale sull’Europa
In molte province della Turchia, gli eventi della settimana del Pride sono stati esplicitamente vietati. Il divieto generico e indefinito in vigore ad Ankara da novembre 2017 è stato finalmente rimosso ad aprile. Tuttavia, i successivi divieti imposti su eventi specifici hanno mantenuto illecite restrizioni ai diritti Lgbti. Coloro che sfidavano i divieti hanno subito la violenza della polizia, indagini e procedimenti giudiziari. In Polonia, almeno 64 consigli comunali hanno adottato risoluzioni che si opponevano alla cosiddetta “ideologia Lgbti”. Con una nota più positiva, due paesi della regione hanno tenuto il loro primo corteo del Gay Pride: la Macedonia del Nord a giugno e la Bosnia ed Erzegovina a settembre. Malgrado gli allarmanti segnali di possibili violenze e le elevate misure di sicurezza, entrambe le manifestazioni hanno potuto contare sul sostegno e l’appoggio delle autorità nazionali e si sono svolte in un’atmosfera di festa senza alcuna violenza.
Panoramica regionale su Medio Oriente e Africa del Nord
In tutta la regione le autorità hanno represso duramente i diritti delle persone LGBTI. Le forze di sicurezza hanno arestato decine di individui sulla base del loro reale o percepito orientamento sessuale o dell’identità di genere.
Secondo i dati forniti da una NGO, in Tunisia la polizia ha arrestato almeno 78 uomini, ai sendi di una disposizione del codice penale che punisce il reato di sodomia; almeno 70 sono stati giudicati colpevoli e condannati a pene detenive variabili finpa un anno. In Kuwait la polizia ha arrestato 7 persone transgender e avviato un’indagine su di loro. In Cisgiordania 8 persone LGBTI sono state arrestate arbitrariamente o maltrattate dalle forze di sicurezza palestinesi.
Le autorità di alcuni Paesi hanno sottoposto uomini a visite anali forzate, per determinare se avessero avuto rapporti omosessuali. Queste pratiche violano il divieto di tortura e altri maltrattamenti.
CINA
Le persone Lgbti hanno continuato a subire discriminazioni in famiglia, sul lavoro, scuola e nella vita pubblica. Le autorità hanno accettato e sostenuto di avere implementato tutte le raccomandazioni in tema di orientamento sessuale, identità ed espressione di genere, al termine di un processo di valutazione sul paese del terzo ciclo dell’Upr delle Nazioni Unite nel 2018. Due raccomandazioni richiedevano l’introduzione del divieto di discriminazione nella normativa interna ma non c’è alcuna legge che tuteli esplicitamente dalla discriminazione le persone Lgbti. Dopo il presunto tentativo segnalato lo scorso anno di eliminare contenuti relativi a tematiche gay, Weibo, una delle principali piattaforme di social network, ad aprile ha eliminato alcuni contenuti riguardanti tematiche lesbiche. Gli attivisti hanno espresso il timore di un possibile intensificarsi della censura online sui contenuti legati a temi Lgbti.
Dopo il lancio di una campagna online per il riconoscimento legale del matrimonio tra persone dello stesso sesso, Yue Zhongming, portavoce della commissione affari legislativi del Congresso nazionale del popolo, ha ammesso pubblicamente che l’opinione pubblica sosteneva il riconoscimento del matrimonio per persone dello stesso sesso all’interno del codice civile. In Cina, alle coppie omosessuali continuava a essere negato il diritto di unione sulla base dell’orientamento sessuale.
Poichè le persone transgender erano classificate come affette da “malattia mentale”, il protocollo per la riassegnazione chirurgica del genere richiedeva necessariamente il consenso della famiglia. Altri requisiti per avere diritto a questo tipo di interventi, come non essere sposati o non avere precedenti penali, creavano ulteriori ostacoli all’accesso a questo trattamento. A causa della diffusa discriminazione, dello stigma sociale, dei requisiti restrittivi e di una sostanziale mancanza d’informazione, le persone transgender spesso ricorrevano a trattamenti per la riassegnazione del genere al di fuori delle strutture legalmente riconosciute, con potenziali rischi per la loro salute . Persone transgender hanno raccontato ad Amnesty International di non avere ricevuto consigli o indicazioni sui percorsi clinici di riassegnazione del genere da parte del proprio medico, quando avevano iniziato ad assumere ormoni. Avevano invece appreso delle possibili opzioni di trattamento da amici e cercando informazioni su Internet. Le persone transgender che avevano un urgente bisogno di rendere il proprio corpo conforme alla loro identità di genere hanno riferito ad Amnesty che a causa della mancanza di informazioni mediche accessibili e attendibili, non avevano avuto altra scelta se non rivolgersi al rischioso mercato nero per procurarsi farmaci ormonali. Alcuni di loro avevano tentato addirittura di operarsi chirurgicamente da soli, in quanto ritenevano che fosse per loro impossibile accedere ai trattamenti di riassegnazione del genere negli ospedali.
Amnesty International ha inoltre ricevuto segnalazioni secondo cui persone Lgbti erano state costrette dalle loro famiglie a sottoporsi a “terapie di conversione”, con la pretesa di cambiare il loro orientamento sessuale o la loro identità ed espressione di genere, nella convinzione che essere una persona Lgbti sia un disturbo mentale che necessita di cura. Nonostante una sentenza storica avesse stabilito nel 2014 che l’omosessualità non è una malattia e che dunque non richiede alcun trattamento medico, il governo non aveva ancora intrapreso alcuna iniziativa per mettere al bando la “terapia di conversione”.
EGITTO
Le autorità hanno continuato ad arrestare e perseguire legalmente persone Lgbti sulla base del loro reale o percepito orientamento sessuale o dell’identità di genere, spesso sottoponendole con la forza a visite anali o test di determinazione del sesso, una pratica che costituisce tortura. A gennaio, un tribunale ha condannato Mohamed al-Ghiety, un conduttore televisivo che aveva espresso pubblicamente le proprie opinioni omofobe, a un anno di reclusione e a un’ammenda per aver intervistato un uomo gay in tv. La sentenza doveva servire a intimidire chi intendesse discutere in pubblico di tematiche Lgbti.
A febbraio, Malak al-Kashef, una donna transgender attivista dei diritti umani, è stata arrestata arbitrariamente in relazione a una protesta. È rimasta detenuta per quattro mesi nel carcere maschile di Mazra’at Tora e sottoposta con la forza a visita anale in un ospedale governativo, dove ha anche subìto altre forme di aggressione sessuale da parte del personale medico.
LIBIA
Amnesty International ha ricevuto numerose segnalazioni di persone ricattate, rapite, detenute o prese di mira in altri modi dalle forze di sicurezza, dai gruppi armati e dalle milizie a causa del loro orientamento sessuale.
POLONIA
Il giornale Gazeta Polska è stato costretto dal tribunale regionale di Varsavia a interrompere la sua campagna di distribuzione di adesivi con la scritta “zona libera da Lgbt”, dopo che uno degli organizzatori della marcia del Pride di Lublin aveva vinto un ricorso giudiziario con la motivazione che gli adesivi erano un affronto alla dignità umana. la Polonia hanno adottato risoluzioni in cui proclamavano la loro opposizione “all’ideologia Lgbt”, in “difesa delle famiglie [o] dei diritti dei cattolici”.
A luglio, in un contesto di dichiarazioni retoriche anti-Lgbti rilasciate da esponenti politici e mezzi d’informazione, nella città di Bialystok si è tenuto il primo corteo del Pride Lgbti. Secondo le stime della polizia, le circa 1.000 persone nel corteo sono state attaccate con insulti, lanci di petardi, sanpietrini e uova , e in alcuni casi da aggressioni fisiche, da almeno 4000 contromanifestanti. Sono stati sollevati dubbi circa l’adeguatezza delle misure adottate dalla polizia a protezione dei partecipanti e la mancanza di un punto d’accesso sicuro all’inizio della marcia.
RUSSIA
La discriminazione e la vessazione nei confronti delle persone Lgbti è rimasta un fenomeno pervasivo, con l’omofoba “legge sulla propaganda gay”, che è stata ripetutamente autorizzata dalle autorità per reprimere la loro libera espressione. Le minacce contro gli attivisti Lgbti erano molto frequenti, mentre i perpetratori godevano dell’immunità. Le crescenti prove emerse riguardanti casi di rapimenti, tortura e uccisione di gay da parte delle autorità cecene, avvenute nell’arco degli anni precedenti,sono state costantemente ignorate dalle autorità federali. A maggio, Maxim Lapunov, un sopravvissuto che non era riuscito in alcun modo a ottenere giustizia in Russia, ha presentato una denuncia presso l’Echr, che l’ha accolta a novembre e chiesto formalmente alla Russia di fornire una risposta entro quattro mesi.
USA
Secondo i dati ufficiali, nel 2017 i casi di crimini d’odio legati all’orientamento sessuale o all’identità di genere sono leggermente aumentati per il quarto anno consecutivo. In particolar modo le donne transgender di colore sono state bersaglio di crimini d’odio violenti.
UNGHERIA
Figure politiche, compreso il portavoce del parlamento, e determinate personalità pubbliche si sono sempre scagliate contro le persone Lgbti, rilasciando commenti omofobici e discriminatori. A partire da luglio, in molte occasioni gruppi di estrema destra hanno attaccato verbalmente e fisicamente promotori e partecipanti agli organizzati nell’ambito del mese del Gay Pride di Budapest e ad altri workshop organizzati da associazioni Lgbti. Ngo e organi di stampa hanno documentato che in alcuni casi la polizia aveva omesso di fornire un’adeguata protezione contro tali attacchi.
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