Uganda Pride 2016: il racconto di una tragedia che non fermerà la lotta per i diritti

Il resoconto toccante e pieno di umanità di Matt Beard, il direttore esecutivo di All Out, organizzazione che si batte per i diritti LGBT nel mondo.

“Abbiamo ottenuto molto”, ha detto lo scorso sabato mattina una delle organizzatrici dell’Uganda Pride. E ha proprio ragione.

Sì, l’evento di giovedì è stato brutalmente preso di mira dalla polizia. Sì, il Governo ha iniziato una repressione illegale e violenta sulla vita delle persone LGBT. Ma nei quattro fantastici eventi che hanno avuto luogo a inizio settimana, l’amore, l’orgoglio e la speranza sono esplose in questa comunità. Hanno trovato la loro voce comune e non hanno accettato di essere messi a tacere. Sono rimasti fieri e eretti di fronte alle bugie, all’odio e al fanatismo. Nonostante l’indicibile ingiustizia che si sono trovati a dover affrontare, il futuro appartiene a questi attivisti coraggiosi. E loro lo sanno.

Non ho dubbio che c’è la possibilità di un Uganda migliore di quella che abbiamo visto questa settimana. Un Uganda che tratti tutti i suoi cittadini con il rispetto che meritano. Un Uganda che rispetti i suoi impegni internazionali sui diritti umani. Un Uganda che comprenda che un’accettazione dei diritti LGBT non significa un abbandono delle fede. Un Uganda governato da democratici che non usino la minaccia della violenza di massa per difendere i propri interessi.

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Martedì scorso, il Pride è stato lanciato con un grande evento di apertura. 200 persone si sono riunite presso la piscina del Kampala hotel. L’intera location è stata decorata a tema “arcobaleno”, coppie dello stesso hanno ballato e si sono abbracciate senza inibizione e c’era uno stupendo senso di orgoglio e apertura.

Il giorno successivo, lesbiche e bisessuali si sono riuniti per un workshop, seguito da un party gioioso e rumoroso party. Le persone hanno ballato lasciandosi andare. Una donna estaticamente mi ha spiegato che quello è stato il primo party per lesbiche di Kampala. Guardando le persone quella sera che si radunavano come una vera comunità, mi sono commosso fino alle lacrime.

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Poi è arrivato giovedì e tutto è cambiato. Durante un concorso di bellezza che ha dato la possibilità agli ugandesi queer di essere davvero come sono, la polizia ha fatto irruzione. 16 attivisti LGBT, inclusi i partecipanti al concorso e i leader degli attivisti, sono stati arrestati. Quelli lasciati nel locale sono stati ammassati in un angolo e costretti a star seduti in una posizione impossibile per due ore. Chiunque facesse resistenza, veniva frustato o percosso. La polizia ha costretto le persone a mostrare i loro volti per fotografarli e la mattina successiva queste immagini sono apparse sui media locali; cosa che ha messo queste persone in grave e immediato pericolo di essere allontanati dalle famiglie, di essere percossi o peggio.

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Quelli portati alla stazione di polizia, soprattutto le persone transgender, sono andate incontro a un destino ancora peggiore. Picchiate, violentate, derise e umiliate, hanno trascorso una notte terribile che lascerà segni fisici e dolorose cicatrici emotive. Come ha detto un’attivista: “È stato straziante per tutte noi, tornare nella condizione da cui ci eravamo liberate, tutto per la paura della violenza e dell’umiliazione che stavamo subendo”.

Jonas (nome di fantasia) ha solo 22 anni. Non aveva detto a nessuno di essere gay. Ci aveva messo quattro ore per trovare il coraggio di andare all’evento quella sera. Non conosceva nessuno lì ed era la prima volta che andava a un evento LGBT. Ha raccontato di quanto fosse felice quella sera – vedere persone LGBT come lui a un evento, a celebrare se stesse senza vergogna.

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Ma quando la polizia ha attaccato l’edificio, è andato in panico. Tutto ciò a cui riusciva a pensare era solo la brutalità e la violenza a cui sarebbe andato incontro se la sua famiglia avesse scoperto la sua omosessualità. Questa paura viscerale l’ha portato a saltare dal quarto piano del palazzo. È sopravvissuto, ma è seriamente ferito e deve affrontare ingenti spese mediche.

Tutto ciò è accaduto a un evento registrato in cui le persone stavano esercitando il loro diritto di riunirsi pacificamente. Come ha detto Deborah Malec, ambasciatrice USA in Uganda: “Il fatto che la polizia avrebbe picchiato e aggredito cittadini ugandesi impegnati in attività pacifiche è grave e inaccettabile”.

Quando venerdì mi sono reso conto e ho avuto modo di parlare con quelli che erano stati segregati nel club o arrestati, il grado di brutalità della polizia è diventato dolorosamente chiaro. Fruste, mazze e pugni usati nei confronti di chi si trovava a terra. Degli amici con cui ero stato ballare appena la sera prima sono stati picchiati a tal punto dagli agenti armati che sono finiti in ospedale. Alcuni attivisti transgender sono stati fatti oggetto di umiliazioni terribile e violenza sessuale, che si sono svolte mentre la polizia rideva e insultava. Le persone sono state costrette a fare la doccia in spazi non conformi alla loro identità di genere. Agli avvocati è stato negato l’accesso ai loro clienti, un legale è stato addirittura egli stesso arrestato.

Il raid di giovedì è stato un duro colpo per il movimento LGBT ugandese. Queste persone sono toste e resistenti, sono abituate alle ingiustizie, e spesso alla violenza. Ma questa era la loro settimana, un momento prezioso per costruire una comunità, per festeggiare insieme, per essere se stessi. E averglielo strappato ha spezzato i loro cuori. La mattina dopo, la gente spaventata e ferita ha però trovato la forza di andare avanti.

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La ferita è diventata una sfida ed è stato deciso che la parata di sabato sarebbe ci sarebbe stata comunque. Ma poi, le forze del fanatismo hanno colpito ancora una volta. Simon Lokodo, il Ministro per l’etica e l’integrità, ha incaricato la polizia di impedire la sfilata del Pride e, incredibilmente, ha detto che avrebbe incitato la folla affinché attaccasse i partecipanti al Pride. Ha paragonato gli attivisti LGBT ai terroristi. Questo da un uomo che nel 2014, in una intervista a Stephen Fry, ha detto che è “naturale” per gli uomini stuprare le donne.

E così gli organizzatori dell’Uganda Pride 2016 si sono trovati di fronte una decisione quasi impossibile.

Andare avanti con la parata? L’area designata sfilata aveva solo un ingresso e un’ uscita. Avrebbero potuti esserci arresti e feriti potenzialmente molto gravi, per gli scagnozzi di Lokodo a cui sarebbe stata data la libertà di trasformare il loro odio in violenza mortale.

O rinviarla?

È stato deciso di rinviare. Non aver marciato il sabato non è stato però in alcun modo una rinuncia. È stata una decisione tattica per ripensare e per riunirsi. È stato un riconoscimento del fatto che gli arresti di massa e le aggressioni violente potrebbero ritardare la vittoria di anni. È una decisione basata sulla chiara comprensione che un ministro del governo che ha bisogno di incitare illegalmente violenza di massa per perseguire i suoi obiettivi vincerà anche questa battaglia, ma perderà inevitabilmente la guerra.

Quindi non abbiamo marciato. Molte persone hanno fatto il loro Pride in casa, si sono vestite con i loro costumi e hanno postato selfie in segno di sfida. Alcuni attivisti si sono riuniti circa in 50 ad un indirizzo privato. Qui, abbiamo celebrato le vittorie conseguite, pianto per la sofferenza inflitta alla comunità e discusso su come trasformare la rabbia e il dolore in azione.

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Lunedì, Lokodo era ancora sul sentiero di guerra. Ha tenuto una conferenza stampa piena di bugie, affermando che “nessuno è rimasto ferito” durante il raid brutale di giovedì. Ha incitato nuovamente all’odio contro la comunità LGBT e ha annunciato un programma per ‘riabilitare’ i membri della comunità LGBT in modo che possano condurre vite “normali”.

Gli attivisti LGBT a Kampala sanno bene cosa significano queste parole. Lokodo sta dando loro la caccia. Essi non tornano nelle loro case e evitano di usare i loro telefoni per paura di essere sorvegliati. Ma qualunque cosa il ministro possa buttargli contro, la loro dignità, l’orgoglio e la determinazione vinceranno comunque. Ho toccato con mano, in prima persona, le riserve di forza, apparentemente senza fine, che questa comunità ha a sua disposizione.