Amelio: “Non l’ho mai detto ai miei, non ero libero dentro di me”

Il regista di ‘Felice chi è diverso’ sul coming out: “Ne ho parlato subito con mio figlio ma non coi miei: non c’era la possibilità né la cultura. Nel mio film ci sono padri spaventosi nell’ombra”.

Ieri è stato annunciato a Torino da Enzo Cucco dell’associazione Lambda un corso di volontari per assistere i gay anziani nel capoluogo piemontese (il 40% degli ultrasessantenni vive da solo): sarà di 35 ore, riservato a maggiorenni e partirà alla fine di marzo. Dall’argento al bianco. Sabato scorso, infatti, c’era della magia (bianca) al cinema Massimo di Torino. Non aspettatevi Harry Potter, no. Non perché non ci fosse il malefico Lucius Malfoy alias il magnifico Jason Isaacs (ci sarebbe potuto essere suo padre), bensì perché tra gli Albus Silenti presenti in sala, zitti e compiti, c’era tutta la Torino gay che conta davvero, quella dagli ultra-anta in su, anche se mancava Angelo Pezzana e qualche ‘insospettabile’, come si diceva ai loro tempi.

È stato presentato l’emozionante doc “Felice chi è diverso” attualmente in sala, memorabile album arcobaleno di storie commoventi lungo la Penisola, gay comuni come ‘benevoli’ dimenticati dalla cronaca queer (ma ci sono anche uno strepitoso Paolo Poli e un rivelatorio Ninetto Davoli) che raccontano di fascismo e discriminazione antigay; le riflessioni filosofiche di Giorgio Bongiovanni e la solida coppia Roberto-Pieralberto sopravvissuta alla tragedia di un matrimonio etero, tutti e tre torinesi; poi l’elettroshock di un altro Roberto che ha scritto un diario toccante che svela una schizofrenia causata semplicemente dalla paura per la sua omosessualità; la trans Lucy dimenticata per ragioni anagrafiche; cinegiornali offensivi e fumetti caricaturali. A momenti si trattiene il pianto. La fotografia del film è firmata da suo figlio adottivo, Luan, di origini albanesi.

Prima della proiezione, il regista calabrese ci ha concesso un’intervista esclusiva:

Gay.it: Partirei da un’immagine. Papà che ti diceva: “Coi soldi si compra il pane e non la carta”… Ti manca?

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Gianni Amelio: Sì, perché penso a me come ero quando gli chiedevo proprio: “Papà, mi compri questa rivista?”.

E l’hai perdonato?

Sì, perché adesso sono papà e nonno. Mi sono comportato con mio figlio in maniera diversa, l’ho educato ad amare la carta quanto il pane. La stessa cosa la sto facendo con le mie tre nipotine piccole avute da mio figlio (Luan, figlio adottivo, n.d.r.). Le porto sempre al cinema, le stimolo a pensare che ci si nutre di più con la cultura che non quello che è necessario come il pane. Ma spesso si eccede, si considera pane anche il cibo superfluo.

Nel tuo cinema, però, questo documentario fa un po’ eccezione: di padri ce ne sono pochissimi, vero?

Ci sono, ma nell’ombra. Ci sono padri spaventosi che hanno questa paura che il loro figliolo non sia come lui, un padre che caccia di casa addirittura il figlio perché non è conforme alle aspettative che lui aveva. Il padre vuole vedere uno come lui, si aspetta la sua copia, quando non la trova entra in crisi.

Ci sono invece le madri che capiscono prima. Ma il problema è di tutti. Solo due personaggi nel film parlano in modo tenero di come un padre abbia capito. Per esempio Paolo Poli racconta di quest’estate meravigliosa che ha passato con suo padre in cui gli ha spiegato tutto.

Com’è Paolo Poli su un set, diretto da te, e fuori dal set?

Paolo Poli è qualcuno di indefinibile. Non si può attribuirgli una tendenza sessuale! Non solo sul palco ma nella vita reale. Non lo vedo all’interno nello stereotipo nemmeno quando dice “Sono frocio”: è talmente uno spirito libero che nelle sue parole esiste anche una grande provocazione ma quando dice che la bellezza di essere froci è andare in giro ad avere modi alla cosacca…. Non so fino a che punto lui in realtà si sta difendendo da un amore eterno: vorremmo tutti noi amori eterni alla cosacca ma non passeggeri. Preferisco parlare di omoaffettività che di omosessualità. In realtà il nostro grande Paolo Poli ci dà un’immagine un po’ datata, divertente, accettabile dal suo punto di vista ma non ne farei una bandiera né lo consiglierei agli altri. L’elogio dell’amore alla cosacca mi sembra una cosa che va bene per lui, una meraviglia umana, non va bene per tutti gli altri: ognuno deve avere la libertà di scegliere la propria libertà.

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Cioè, avere lo stesso cosacco…

Eheheh certo… Qualcuno mi ha anche rimproverato perché parlando del matrimonio, dal film si evince l’obbligatorietà del matrimonio. Si ripete un po’ la storia del divorzio: la parte cattolica diceva che “se c’è la legge chissà quanti divorzieranno” e le donne che sono i soggetti deboli saranno abbandonate. Il matrimonio non obbliga tutti a sposarsi: è una libertà che non lede la libertà degli altri. Sembra una battaglia di retroguardia doverlo ripetere oggi.

E con Ninetto Davoli com’è andata?

L’ho voluto interrogare perché che mi raccontasse la sua vita prima dell’incontro con Pasolini. Viene considerato un ragazzo di Roma e invece è nato come me in Calabria, a pochissimi chilometri di distanza (Amelio a San Pietro di Magisano, Davoli a San Pietro a Maida, n.d.r.). Ninetto è arrivato a Roma che moriva di fame. Un giorno vede questo uomo che sta girando “La ricotta”. Pasolini lo guarda, si avvicina, gli accarezza i capelli. Come dice nel documentario: “In quel momento ho pensato che quest’uomo mi avrebbe sconvolto la vita”. Più che parlare dei personaggi famosi, però, sono colpito dagli altri…

Com’è stato dirigere questi torinesi anziani?

Giorgio Bongiovanni è un filosofo: dice con poche parole quello che tutti noi pensiamo. Lui sostiene che ci vorrebbe una guerra di culture, per combattere tutto il sessismo della cultura eterosessuale contro quella omosessuale. E poi c’è Lucy la trans, oppure il meraviglioso Roberto che ha avuto l’esperienza del manicomio: sua madre ha seguito determinati consigli e l’ha chiuso nella casa di cura. Sono storie di grande vitalità, grande forza e orgoglio, anche grande felicità. Ma non ho voluto fare televisione coi sottopancia: i racconti sono racconti, alla fine si sa chi ha raccontato. Quando una persona racconta, non racconta solo di sé, ma di una cultura, di una società, di un mondo intero e rappresenta quel mondo. Attraverso questa esperienza ci si augura che si capiscano queste cose.

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Con papà e mamma non ne hai mai parlato?

Non c’era la possibilità, la cultura, nemmeno la libertà dentro di me… Ne ho parlato subito in modo molto chiaro con mio figlio.

Nel finale c’è un ragazzo che parla dell’oggi: l’ho incontrato a Bergamo, ha diciotto anni, è stato straordinario. Mi ha raccontato il momento in cui si è sentito quasi in obbligo di ‘confessare’ alla madre di essere omosessuale, i problemi a scuola e col padre che non sapeva ancora nulla. Mi ha scritto: “Sto andando al cinema con mia madre, mio padre e il mio ragazzo”.