Nymphomaniac – Volume 2: l’amore femminile di Joe è quasi un incesto

In sala il seguito del capolavoro di Von Trier: Joe ama una ragazza e si dà allo spanking.

C’è qualcosa di ferino e misterioso in Charlotte Gainsbourg, musa di Lars Von Trier all’apparenza costantemente imbronciata, dallo charme sottile per nulla snob, sfuggente, forte e delicata allo stesso tempo. Femmina nature, senza additivi chirurgici, come il suo più bel personaggio fino a oggi, la selvaggia Joe protagonista dell’attesissimo “Nymphomaniac – Volume 2” nelle sale in 120 copie grazie a Good Films. Più che una donna non rifatta, però, Joe è una donna ‘sì, rifotto’: ossessionata dal sesso più per solitudine compulsiva e desiderio di conoscenza dell’altra metà della banana (la buccia: dei maschi a Joe interessa soprattutto l’involucro) che folle deriva psicotica, comunque. Tranquilli: qui non ci sono i 38 peni catalogati in primo piano che hanno fatto gridare allo scandalo, perché il capitolo è più ‘celebrale’ e dedicato alle ossessioni feticistiche (spanking, whipping, pissing).

Il primo volume è andato benissimo: ha incassato complessivamente quasi dieci milioni di dollari e in Italia ha ottenuto il migliore risultato europeo superando il milione di euro (curiosamente quasi la stessa cifra di Germania e Brasile, mentre in Russia si avvicina all’equivalente di due milioni), la metà del quale nel primo weekend e un quinto posto che ha subito ripagato i soldi dell’acquisto.

Lapo e Ginevra Elkann ci hanno visto giusto: bravi. Il film non sarà a Cannes (immaginiamo la direzione del festival scandalizzata per la maglietta esibita a Berlino con la scritta “Persona non gradita” e il logo con palma) quindi le probabilità di vedere la versione integrale di cinque ore e mezza a Venezia ora salgono vertiginosamente.

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Questa seconda parte del dittico (che in realtà potrebbe diventare una trilogia a sé stante, visto il finale a suo modo aperto, mentre l’opera intera è il terzo capitolo della cosiddetta ‘trilogia della depressione’ dopo “Antichrist” e “Melancholia”) è stata vietata ai minori di 18 anni, a differenza della prima che era visibile ai ragazzi dai quattordici in su. In effetti è molto più violenta, cupa e scabra. Joe continua a raccontare la sua vita liberamente copulatoria al professor Seligman come in una seduta analitica. La nascita del figlio Michel l’ha resa insensibile al piacere sessuale, intensificando così la sua ricerca spasmodica del piacere attraverso accoppiamenti frenetici. Si passa quindi dalla luce alle tenebre, cioè dalla Chiesa d’Oriente, incentrata su un’iconografia solare e una teologia ‘della gioia’, a quella d’Occidente, cioè del peccato e del senso di colpa, come spiega bene Stellan Skarsgård nel sesto capitolo.

La scena chiave, bellissima, è però nei primi cinque minuti: il primo orgasmo spontaneo di Joe bambina con lievitazione come in “Stalker” di Tarkovskij (la cui musica era la stessa del quinto capitolo trisecato del primo volume) e splendida apparizione obnubilata di Messalina e della Grande Meretrice di Babilonia.

La parte più perturbante e riuscita riguarda le sedute col master K, ossia Jamie Bell, quasi luciferino nonostante il suo aspetto angelico (eh sì, è proprio il piccolo Billy Elliot cresciuto, e pure bene!). Pensate che l’attrice porno danese Elvira Friis, controfigura di Charlotte Gainsbourg nelle scene esplicite di spanking, ha dichiarato che ha dovuto stare nella stessa posizione per tre ore e al mattino dopo ha sofferto assai per il dolore percepito: ipotizziamo quindi che frustate e lividi sanguinamenti siano più veri del vero.

Joe si dà quindi alla criminalità organizzata, conoscendo il misterioso L. (lo scavato e bravissimo Willem Dafoe che avremmo voluto vedere più a lungo) che la paga per picchiare e torturare gente con debiti di vario tipo. Ma i tagli di circa un’ora (praticamente un terzo film!) rendono alcuni passaggi troppo accelerati, come il viaggio in montagna e l’incendio della macchina. Altissima la scena dello smascheramento del pedofilo interpretato da Jean-Marc Barr grazie alla semplice evocazione da parte di Joe di un suono in un parco giochi che genera una sorprendente erezione che a fatica sta nell’inquadratura. Udo Kier appare per un attimo nella scenetta al ristorante con giochino di cucchiai sparati dalla vagina.

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Ci ha fatto molto riflettere, poi, la strana storia d’amore tra Joe e P, la ragazzina appassionata di basket interpretata dalla diafana e lunare Mia Goth, un rapporto quasi incestuoso che sembra un transfert del mancato amore da parte della madre della protagonista nei suoi confronti: Joe infatti cerca di amarla come una figlia ed educarla (alla criminalità, però: e se Joe incarnasse semplicemente la malvagità in questo secondo volume?).

E se la maternità inibita di Joe si manifestasse proprio attraverso un’educazione al male per ‘compensare’ l’assenza dell’amore di sua madre o comunque la sua incapacità di comunicarlo? Gli esiti sono infatti disastrosi: il finale è nichilistica. O forse no. Joe non si ama? Nessuno la ama? O si è resa conto che anche fottendo l’intero genere maschile non si riesce a trovare uno straccio d’uomo degno di trascorrere con lei più di un’ora o una notte? Come canta Noemi in duetto con Fiorella Mannoia nella splendida “L’amore si odia”: “Vieni qua, vieni qua, che ti dovevo dire tutte quelle cose che, cose che, non hai voluto sentire, soffrire, godere o finire”.