Covid e HIV+: qual è lo stato mentale e sessuale delle persone sieropositive? Lo studio

Giulio Maria Corbelli ci racconta quanto emerso dallo studio condotto da Plus Roma in collaborazione con il Dipartimento di Psicologia Clinica dell'Università e ViiV Healthcare.

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covid hiv salute sessuale salute mentale plus viiv
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A distanza di due anni dall’inizio della pandemia da COVID-19, diversi studi ne hanno evidenziato l’impatto sulla salute generale della popolazione.

La pressione sul sistema sanitario e le imposizioni straordinarie di distanziamento sociale hanno accentuato situazioni di fragilità nelle fasce più vulnerabili, come le cosiddette minoranze sessuali appartenenti alla comunità LGBTQIA+.

È proprio dall’osservazione di questo fenomeno che è nato lo studio “Predictors of mental and sexual health after COVID19 Pandemic in a group of MSM living with HIV”, condotto da PLUS Roma in collaborazione con il Dipartimento di Psicologia Clinica dell’Università di Roma con il contributo non condizionato di ViiV Healthcare, e presentato a ICAR 2022.

Lo studio ha analizzato quali sono i fattori determinanti per il deterioramento della salute mentale e sessuale degli uomini gay affetti da HIV, e come sia necessaria un’interconnessione tra gli interventi sanitari e quelli di supporto alla componente psicologica di questa particolare fascia di popolazione.

In questa intervista con il presidente di PLUS Roma, Giulio Maria Corbelli, abbiamo estrapolato il razionale dietro ai dati raccolti dalla ricerca, evidenziando quali sono le problematiche riscontrate in questo ambito e le possibili soluzioni.

 

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Lo studio di Plus Roma su Covid e persone HIV è stato realizzato in collaborazione con il Dipartimento di Psicologia Clinica dell’Università di Roma e con il contributo non condizionato di ViiV.

Perché è importante analizzare nello specifico le fasce più vulnerabili di popolazione, e come avete approcciato la questione?

PLUS nasce proprio per questo tipo di esigenza. Le minoranze cosiddette sessuali chiaramente soffrono del fatto che i servizi esistenti sono disegnati per la popolazione generale, quindi hanno spesso poca utilità nel rispondere alle domande e ai bisogni di una specifica popolazione.

Noi ci occupiamo nello specifico di LGBTQIA+, principalmente di maschi gay – in generale MSM*. La realtà che vediamo è che il rapporto con i servizi generali è debole. Quindi nasce il bisogno di ascoltare queste vulnerabilità creando realtà che provengono da un background simile per analizzare i bisogni e trovare anche il modo di rispondervi.

PLUS è questo come associazione, il cercare di offrire alle persone LGBTQIA+ tutti i servizi che possono essere necessari dal punto di vista sessuale. In particolare, in questo caso, abbiamo provato a interrogarci su quali fossero i bisogni dei MSM in generale, conducendo questa attività specifica.

Abbiamo notato un campione abbastanza variegato, di cui 115 circa tra le persone che hanno risposto a questi questionari specifici sulla salute mentale e sessuale si dichiaravano sieropositive. Da qui l’idea di analizzare la situazione specifica dei MSM che vivono con HIV.

Partiamo dagli indicatori specifici per l’analisi della salute mentale degli intervistati. Quali sono gli elementi che più hanno impattato sul loro benessere mentale?

Nella conduzione di questo questionario, sono stati utilizzati ben 5 strumenti per l’analisi dei dati sulla la salute mentale e sessuale delle persone che hanno partecipato.
Strumenti che hanno indagato fenomeni, dall’omofobia interiorizzata alla sierofobia interiorizzata, e come questi sentimenti vengono gestiti.

Si sono poi comparati i dati con le vari analisi condotte sulla popolazione generale, riscontrando che il benessere della popolazione intervistata è effettivamente in misura minore rispetto a quello della popolazione generale.

Quindi il benessere mentale in questa particolare fascia di popolazione ha evidentemente dei bisogni molto forti.

 

covid hiv salute sessuale salute mentale plus viiv PLUS Roma in collaborazione con il Dipartimento di Psicologia Clinica dell’Università di Roma con il contributo non condizionato di VIIV
“Ci sono dei bisogni legati alla salute mentale e sessuale delle persone con l’HIV, che meritano di essere osservati e riconosciuti”

 

A proposito del benessere sessuale degli intervistati, quali sono state le conseguenze più impattanti?

È abbastanza difficile andare a separare i due aspetti, perché risultano interconnessi tra di loro. È infatti evidente la correlazione tra gli intervistati che denunciano un deterioramento della salute mentale rispetto a coloro che fanno lo stesso per la salute sessuale.

Ci sono però delle considerazioni abbastanza interessanti da fare perché il campione riferisce un’attività sessuale abbastanza buona dal punto di vista della frequenza – circa la metà del campione fa sesso più di 4 volte a settimana. Dal punto di vista della qualità invece, nell’autovalutazione il 46%, quasi la metà del campione definisce da scarsa a pessima.

Le persone che dicono peggio della propria condizione di sieropositività ed omosessualità sono quelle che riportano una salute sessuale peggiore, e c’è anche una questione di isolamento e depressione specifiche della pandemia da COVID-19 che hanno avuto comunque un impatto significativo.

Si sono evidenziate relazioni tra il clima di paura nato intorno al COVID e lo stigma HIV nelle persone sieropositive?

In realtà noi non abbiamo gli strumenti per dire se la situazione sia cambiata prima e dopo il COVID quindi noi abbiamo lavorato con i dati disponibili per fare delle ipotesi.

Alcune questioni legati allo stigma da HIV infatti sembrano addirittura migliorate con la pandemia. Alcuni ricercatori sostengono che lo stigma rispetto al virus da COVID-19 – quindi la paura verso gli infetti e i portatori anche sani come veicolo d’infezione ha paradossalmente alleggerito l’autostigma attorno alla propria condizione di HIV.

Questa ricerca in realtà, più che a comparare la situazione prima e dopo, vuole evidenziare che ci sono dei bisogni legati alla salute mentale e sessuale delle persone con l’HIV, che meritano di essere osservati e riconosciuti.

Le persone sieropositive si sono sentite – a ragione – più vulnerabili: il sistema sanitario nazionale ha saputo accoglierle come pazienti fragili?

I dati che abbiamo a disposizione ci parlano in realtà di una grande resilienza da parte dei pazienti HIV, anche superiore a quella della popolazione generale. Non ci sono state conseguenze relative alla pandemia da COVID 19 nell’accessibilità delle terapie e dei servizi.

Le persone hanno comunque trovato dei modi per poter salvaguardare la propria salute. Quindi possiamo proprio parlare di una grande capacità di reazione in un contesto difficile delle persone con HIV. A livello generale.

C’è però una minoranza di persone che ha effettivamente accusato la difficoltà di contattare i servizi a causa dei rallentamenti conseguenti alla pandemia.

Quindi sì, sicuramente esiste una fascia di popolazione più vulnerabile e bisognosa in questa specifica categoria, la cui chiusura, anche parziale, di determinati servizi in emergenza, è risultata molto drammatica.

I risultati del vostro studio tendono a evidenziare una maggiore necessità d’interventi e programmi a supporto delle persone che vivono con l’HIV. Su cosa dovrebbero concentrarsi e com’è possibile creare una rete consistente per sviluppare progetti sostenibili e trasferibili in futuro?

Si tratta di una domanda molto articolata e complessa, però necessaria visto il quadro presentato dal nostro studio.

La soluzione, dal mio punto di vista e da quello di PLUS, è quella di cercare di trovare un’integrazione tra le attività e i servizi che vengono offerti dalle associazioni del terzo settore e i servizi socio sanitari istituzionali.

Questi due aspetti viaggiano al momento su strade completamente separate, ed emerge quindi una necessità d’interconnessione tra queste due entità. Noi, come associazione, cerchiamo proprio di sopperire a quelle mancanze, a quei bisogni a cui i servizi istituzionali faticano a rispondere.

Per fare un esempio, il servizio psicologico sicuramente può essere molto utile ma a volte quello che serve è proprio una comunità a supporto al di là dell’aspetto puramente clinico di psicologia. Specialmente le persone hanno bisogno di confrontarsi e riuscire a non sentirsi sole nel gestire la situazione della diagnosi e della vita con l’HIV.

Noi come associazione siamo in grado di dare delle risposte molto efficaci. Le persone che si rivolgono a noi stanno decisamente meglio dopo.

Quindi se riusciamo a mettere insieme queste forze, a integrarle, anche a fare in modo che le istituzioni riconoscano il contributo che associazioni come la nostra possono dare, questa sarebbe la strada migliore per arrivare a una soluzione.

È quella che in generale chiamiamo sussidiarietà orizzontale per incontrare i bisogni della salute.

 

Lo studio di Plus Roma, in collaborazione con il Dipartimento di Psicologia Clinica dell’Università di Roma , è stato supportato – in modo non condizionato – da ViiV, azienda farmaceutica globale specializzata nel settore HIV

 

Cover: photo editing by Gay.it (credit original pictures Pawel Czerwinski and Sharon Christina Rørvik)

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