Roma 2021, la recensione di Dear Evan Hansen: “Noi Siamo ragazzi Infinitamente fragili”

Acclamato a teatro, il musical con Ben Platt sbarca al cinema con un adattamento tutt'altro che perfetto.

Roma 2021, la recensione di Dear Evan Hansen: "Noi Siamo ragazzi Infinitamente fragili" - Dear Evan Hansen 1 - Gay.it
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Oggi quasi 29enne, nel 2015 Ben Platt sbancava Broadway grazie ad un musical che gli consentì di vincere un Tony Award e il Drama League Award. Quel musical, Dear Evan Hansen, è ora diventato cinema grazie a Stephen Chbosky, regista degli apprezzati Noi siamo infinito e Wonder, qui di nuovo al cospetto di adolescenti complessi, in difficoltà e bisognosi d’aiuto.

Evan è infatti un liceale affetto da ansia sociale. Abbandonato dal padre, senza alcun amico e con una mamma assente perché costantemente al lavoro, il giovane prova ad uscire da questo tunnel depressivo attraverso delle lettere che scrive a sé stesso, per motivarsi. Una di queste lettere viene rubata da un suo compagno di classe, il solitario Connor, con cui Evan ha scambiato poche parole in tutta la sua vita. Tutto cambia quando Connor si toglie la vita e proprio quella lettera viene trovata dai suoi due affranti genitori, che colgono al volo l’inattesa speranza che il complicato Connor avesse trovato un amico in Evan. Per compassione, Evan inventa la storia di un’amicizia mai esistita: la sua bugia, inizialmente a fin di bene, avrà effetti inattesi e devastanti per le famiglie di entrambi e per l’intera comunità.

Roma 2021, la recensione di Dear Evan Hansen: "Noi Siamo ragazzi Infinitamente fragili" - Dear Evan Hansen 2 - Gay.it

Sceneggiato da Steven Levenson, padre del musical originale insieme a Benj Pasek e Justin Paul, autori delle iconiche canzoni di The Greatest Showman e La La Land, Dear Evan Hansen è un musical a tinte drama che guarda ai più giovani e ai problemi mentali spesso taciuti, sottovalutati, che riguardano una generazione accecata dai like social e dal consenso obbligato. Chbosky, che ha costruito un’intera carriera cinematografica sull’introspezione adolescenziale, torna scelleratamente ad affidarsi a Ben Platt, ormai quasi 29enne, per il ruolo dell’adolescente Evan Hansen, con tutte le conseguenze del caso. Perché per quanto Platt abbia una voce meravigliosa, l’idea che possa apparire come liceale 17enne fa alquanto sorridere. Ed è un problema enorme, perché Platt è in ogni singolo frame e in ogni singolo frame l’incredulità prende il sopravvento.

Melodramma dai brani meravigliosi (follemente tradotti nel doppiaggio italiano, almeno a giudicare dal trailer), al cinema Dear Evan Hansen paga lo scotto di una messa in scena che vira verso il ricattatorio spinto, trattando temi impegnativi che abbracciano non solo la depressione adolescenziale ma anche il suicidio e l’elaborazione di un lutto, la potenza a doppio taglio dei social media e la necessità di una società che educhi i più giovani alla salvaguardia mentale.

Al fianco di Platt, che se a teatro ha fatto furore sul grande schermo fatica ad uscire dall’espressione unicamente afflitta stravolta dall’ansia e dal nervosismo, due dive di primo ordine come Amy Adams, negli abiti dell’affranta mamma del ragazzo suicida, e Julianne Moore, madre di Evan fisicamente assente con la spada di Damocle del senso di colpa a penderle sulla testa. Nella realtà quotidiana gay dichiarato, Ben prova a caricarsi l’intero film sulle sue spalle, ma il suo Evan risulta a lungo andare un personaggio tendenzialmente egoista, per non dire odioso e privo di qualsivoglia sense of humor, che si tramuta in simbolo di pace, tolleranza e compassione attraverso una gigantesca menzogna, sfruttando il resto del mondo per il proprio tornaconto personale. Difficile, se non impossibile, empatizzare con un protagonista di simile caratura, emotivamente parlando enormemente fragile e raramente coerente.

Se Chbosky inizialmente tiene dritta la guida del musical, con idee vincenti su come rappresentare corali scene cantate, con il passare dei minuti l’adattamento cinematografico si fa fastidiosamente manipolatorio, con un protagonista inaspettatamente ‘cattivo’ tramutato in vittima e una regia molto più classica e poco ingengnosa. L’alienazione o la solitudine che abbracciano non pochi adolescenti fa da sfondo ad un film che risulta a lungo andare artificioso, perfettamente costruito nella sua asfissiante drammaticità, che solo lateralmente sfiora la realtà LGBT con un co-protagonista che scopriamo essere omosessuale attraverso un unico dialogo e una potenziale sottotrama che riguarda gli stessi Connor ed Evan rapidamente sfiorata e presto abbandonata.

Idolatrato a teatro, Dear Evan Hansen arriva al cinema con enormi aspettative inaspettatamente disattese, se non fosse che quell’incredibile colonna sonora originale (“You Will Be Found,” “Waving Through a Window,” “For Forever” e “Words Fail”, i brani più celebri da ascoltare unicamente in inglese) meritasse comunque il grande schermo.

Voto: 5

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