“Dobbiamo scendere in strada”: oltre la paura insieme a Kay, l’intervista

La giovanissima modella e attivista transgender ci parla di attivismo, moda inclusiva e dell'importanza di esserci (non solo al Pride).

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kay attivista lgbtqia india transgender
kay attivista lgbtqia india transgender
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Si dice spesso che il potere è nelle nuove generazioni. È una frase che abbiamo sentito così spesso da perdere quasi significato, ma quando parlo con Kay mi ricordo subito di cosa stiamo parlando.

Il suo nome prende origine da Kamakhya, dea che risiede in un tempio nell’India del Nord, con  una statua a forma di vulva, considerata fonte di vita per l’intero pianeta: “Simboleggia una femminilità forte e irrefrenabile” mi spiega “A differenza del resto del mondo, dove le donne vengono oggettificate e sessualizzate, nel mio paese la femminilità e il corpo delle donne sono rispettati e considerati divini.”

( leggi: 10 culture del mondo che contemplano e onorano il genere non binario )

Pic: Alin Jimenez (@marialin_jg )
Pic: Alin Jimenez (@marialin_jg )

Kay ha 19 anni ma dichiara di portare con sé una “forte sciura milanese energy”, definendosi “una modern sciura“.

Vive a Milano da quasi due anni, dove studia styling e comunicazione alla sua carriera da modella e fa attivismo da quando andava a scuola in India: Tutti volevano sempre fermarmi dal fare qualcosa di rivoluzionario, ma a me non non interessa quello che dicono” mi spiega, descrivendo un’adolescenza senza paura, anche quando non si identificava in nulla: “Mi sono sempre sentita piuttosto libera nell’espressione di me. Anche perché ho una madre molto permissiva“.

Durante la pandemia e chiusa tra le mura domestiche, Kay ha avuto modo di sperimentare di più con la propria espressione di genere e scoprire qualcosa in più su sé stessa, accogliendo un cambiamento che l’ha fatta sentire sempre più a suo agio: dal piacere dei capelli più lunghi (in India i ragazzini non possono presentare a scuola così, mi spiega) allo splendido abito indossato per i suoi diciotto anni.

Quando ha ricevuto una lettera d’accettazione dallo IED di Milano, Kay non voleva venire in Italia: “Volevo andare a Londra o a Parigi, o comunque in un contesto più inclusivo per le persone queer”.  Ma dopo una settimana si è innamorata della metropoli, percependo un’accettazione e rispetto che mai avrebbe creduto possibili: “Sento che tutte le cose che ho sempre sognato per me, qui stanno diventando realtà”.

 

 

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Nonostante i lati positivi, Kay non può negare che anche la realtà meneghina è ‘super fucked up’, a partire dal mondo della moda che definisce tutt’altro che inclusivo: “L’inclusività è visibile solo in piccoli brand ma in contesti più grandi non c’è ancora spazio per una certa rappresentazione“.

Mi racconta di quella volta che ha fatto un casting per questo brand super rinomato, ma non andò come credeva: “Sono stata informata da uno degli addetti ai casting, dopo averlo incontrato alcuni mesi dopo, che mi avrebbero presa ma ero troppo ‘estrema’ per loro, e volevano apparire inclusivi senza osare troppo e mantenere un’eteronormatività”.

Dietro la patina glamour, Kay racconta di modellə non pagatə e per nulla tutelatə dall’industria, soprattutto se giovani e queer.

Eppure le piccole grandi realtà non mancano e cambiamento è già in atto: su tutte, mi parla di Serpica LAB, associazione composta soprattutto da donne, che concilia attivismo e fashion in un contesto ecosostenibile e sensibile alle tematiche che tiene più a cuore.

In questi contesti (e non solo), Kay ha avuto modo di maturare la sua visione e accorgersi che anche i vestiti possono veicolare un messaggio: “In India se lavori in politica e ti vesti “bene”, sembra che non stai dando vera attenzione al tuo lavoro, ma più alla moda, e non vieni presa sul serio” mi spiega ” Qui non c’è questo bias culturale, e non esiste nessuno shift tra la tua apparenza e quello che promuovi”.

Non sarà un caso che tra le sue più grandi ispirazioni c’è Monica J Romano, consigliera del comune di Milano, che considera un punto di riferimento: “Quando l’ho incontrata per la prima volta alla marcia Trans Lives Matter a Milano e sono rimasta colpita dal suo look così elegante e pulito, e al contempo dalla sua intelligenza, l’impegno che mette nel su lavoro, e la capacità di rappresentare e dare corpo politico ad una comunità così marginalizzata come la nostra. Un giorno vorrei essere come lei”.

Mi dice che ha tantissime amici in giro per l’Europa, ma per alcune persone italiane è la prima persona transgender e indiana che incontrano. Insieme notiamo che il mondo queer costringe a mettere in discussione quell’eteronormativa da sempre considerato universale e immutabile.

Pic: Gianfranco Falcone ( @gfrfalco )
Pic: Gianfranco Falcone ( @gfrfalco )

Ma per Kay la gentilezza ha un potere non scontato: “Ho notato, per mia esperienza, che spiegare la realtà utilizzando parole gentili aiuta. Trasmettono tranquillità alle persone e non rimangono offese. Possono percepire di più“.

Con gentilezza o meno, per Kay partecipare alle manifestazioni è essenziale. Mi racconta di essersi unita alla marcia per Bruna, la donna transgender picchiata dalle forze dell’ordine a Milano, e di come queste testimonianze siano solo la punta dell’iceberg: ” “Quando denunci, la polizia non agisce perché non c’era violenza fisica” mi spiega “Cosa facciamo aspettiamo che qualcuno venga picchiato per intervenire? È necessario farci sentire, mostrarci, perché se escludiamo i video che diventano virali, queste storie rimangono invisibili”.

Nulla la delude come chi parla tanto sui social media ma non partecipa mai attivamente, sottolineando che la lotta non è circoscritta al Pride Month: “La stessa energia che metti nel andare in discoteca, non puoi usarla anche per batterti per le tue persone? I social media possono fare solo una parte del lavoro, ma se non si scende per strada e protesta per strada è inutile”.

Victoria Genzini, direttrice creativa e content creator (che Kay considera quasi una sorella più grande) una volta le ha detto che la paura è tutta nella nostra testa, e proprio per questo non possiamo farla vincere: “Mi piacerebbe proprio eliminare l’idea di paura. Perché spesso le persone sono spaventate di esprimersi, o farsi avanti, o addirittura chiedere aiuto – ma non ha nessun senso. Non ho paura di come vengono percepita dagli altri e, inoltre non ho nemmeno paura di essere cringe. Siamo così ossessionati da noi stessi e come appariamo, ma in realtà domani non fregherà nulla a nessuno”. 

Citando un consiglio di Francesca Ragazzi, Head of Editorial Content di Vogue Italia, Kay ci invita a preoccuparci meno dei nostri errori. Perché le persone giuste ci ameranno al di là di tutto, permettendoci di crescere, apprendere di più e non ossessionarci con questa perfezione che non ci pota da nessuna parte: “Gli errori sono splendidi”.

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