Figli transgender, genitori e terapie ormonali: a che punto siamo?

Il dibattito sui farmaci bloccanti si è acceso nelle scorse settimane, ma la questione è molto meno preoccupante di come sembra.

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genitori figli transgender
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Quando si parla di transizione e affermazione di genere, i pareri della società e della comunità scientifica sono spesso discordanti. C’è chi è contrario ad alcune terapie, chi favorevole ad altre, chi condanna la chirurgia, chi è totalmente contro o totalmente a favore. Posto che le prime persone ad avere voce in capitolo e che devono essere ascoltate sono le persone trans* – cosa che non sempre accade –, la questione della disforia di genere è un tema che ancora divide e su cui circola molta, moltissima disinformazione.

Il governo, sia quello di Mario Draghi sia quello di Giorgia Meloni, non ha preso una posizione definitiva sulla questione, ma nelle ultime settimane l’opinione pubblica è stata animata da un forte dibattito circa le terapie ormonali per le persone transgender in età adolescenziale e pre-adolescenziale.

Vediamo allora di fare un po’ di chiarezza sul dibattito e su quanto è successo.

Terapie ormonali e chirurgia per la riassegnazione del sesso

I termini “transizione” e “affermazione di genere” spesso rimangono molto idealizzati: quando se ne parla, non tuttə hanno ben chiaro a cosa si riferiscano o quali siano effettivamente le terapie e gli interventi disponibili per le persone trans*. Si tratta, naturalmente, di un discorso molto delicato e complesso da affrontare, pieno di sfumature e che necessita di molto più approfondimento.

In modo molto più generale diremo allora che la chirurgia per la riassegnazione del sesso comprende tutti quegli interventi, come mastectomie e isterectomie, che permettono alle persone transgender di modificare il proprio aspetto fisico in accordo al genere con cui si identificano. Uno step precedente agli interventi chirurgici sono le terapie ormonali. Queste vanno ad agire sul sistema ormonale della persona, favorendo quindi, ad esempio, una crescita maggiore dei peli corporei, un rallentamento dello sviluppo del seno o del ciclo mestruale.

Attualmente, le terapie ormonali sono la strada che si preferisce indicare allə adolescenti transgender che esprimono la volontà di cambiare il sesso assegnato alla nascita: l’adolescenza, come sappiamo, è di per sé una fase della vita di transizione, in cui le persone iniziano a scoprire sé stesse, la propria identità e il proprio corpo. La terapia usata in età adolescenziale prevede l’utilizzo di farmaci che bloccano la pubertà, in quanto reversibili qualora la persona dovesse tornare sui propri passi e comprendere diversamente la propria identità.

Psicologi vs. endocrinologi: il dibattito sui farmaci che bloccano la pubertà

Sono proprio questi farmaci ad aver scatenato, nelle scorse settimane, un acceso dibattito che, comprendendo lə adolescenti trans* e le rispettive famiglie, ha visto però schierati da un lato la Società Psicanalitica Italiana e dall’altro l’ordine degli endocrinologi.

In una lettera congiunta indirizzata al governo Meloni, la SPI, Società Psicanalitica Italiana, ha espresso i propri dubbi e le proprie preoccupazioni circa l’utilizzo dei farmaci che bloccano la pubertà, reputandoli dannosi per lə adolescenti. La SPI sostiene infatti che una diagnosi di disforia di genere non può essere realizzata in età prepuberale, in quanto l’indagine viene condotta sulla base dell’autodichiarazione dei soggetti e questo, a loro dire, non è sufficientemente affidabile. Nella lettera viene mossa anche la questione della salute mentale.

Hanno subito risposto con un altrettanto congiunto commento gli endocrinologi, sottolineando le varie inesattezze contenute nella lettera. La somministrazione dei farmaci avviene infatti previa valutazione di un’equipe specializzata e, soprattutto, i farmaci che bloccano la pubertà non sono per niente una terapia sperimentale: è già stata approvata, infatti, dal Centro Nazionale di Bioetica nel 2018 e dall’AIFA (Agenzia italiana del farmaco) nel 2019.

Terapie ormonali e bloccanti della pubertà: cosa sappiamo finora

Il dibattito sulle terapie ormonali e bloccanti della pubertà si trascina da decenni e non sembra destinato a finire. Una cosa, però, è certa – come hanno rivelato anche molteplici studi: al netto delle preoccupazioni, fondate o meno, che si possono avere circa il loro utilizzo, i benefici si sono registrati sicuramente a livello di salute mentale.

L’adolescenza, come sappiamo, oltre ad essere una fase di cambiamenti, è allo stesso tempo la fase più delicata della vita, in cui malessere e incomprensioni possono portare a depressione e disturbi, fino a pensieri suicidi. La disforia di genere, in particolare, causa nella persona una profonda sofferenza psichica, legata principalmente al fatto di ritrovarsi in un corpo che non si riconosce come proprio. È più semplice da qui comprendere come, ad esempio, una persona che si identifica nel sesso maschile possa, crescendo, provare un certo disagio nel vedere il proprio seno crescere.

Le risposte delle associazioni della comunità T al dibattito

Immediatamente è arrivata anche la reazione delle associazioni transgender e, soprattutto, delle persone trans*, coinvolte in prima linea nella questione e ancora una volta non interpellate. Il Movimento Identità Trans (MIT) ha infatti subito lamentato come, per l’ennesima volta, le persone transgender sono oggetto di una narrazione terza. Nessuno, infatti, conosce le necessità e i bisogni di una persona che vuole intraprendere un percorso di transizione come le stesse persone trans*.

Anche all’interno della comunità T, tuttavia, non tuttə sono a favore della prescrizione di farmaci bloccanti della pubertà allə adolescenti. Alla lettera degli psicologi ha fatto eco la neo-nata GenerAzioneD, associazione di genitori di minori che si identificano come transgender. GenerAzioneD si definisce come “associazione apolitica, aconfessionale e priva di scopi di lucro per una riflessione informata sulle problematiche dell’incongruenza di genere” che in un’intervista a “La Stampa” ha affermato:

«Avere un figlio o una figlia che desidera farsi amputare delle parti sane del proprio corpo, essere medicalizzati a vita non è certo una festa, come spesso viene fatto credere. Ci siamo costituiti in un’associazione perchiedere maggiore riflessione e attenzione su un tema così divisivo come quello della disforia di genere. Sappiamo che saremo subito attaccate come transfobiche, retrograde, bigotte e quanto altro. Vogliamo solo assicurarci di aver fatto tutto ciò che è possibile per il benessere dei nostri figli»

Il rapporto tra figli trans* e genitori

Sono tante le testimonianze, come quelle raccolte da “Open”, di genitori di figli transgender che hanno raccontato la propria esperienza: alcune, come quella della scrittrice Lia Celi, sono favorevoli alle terapie ormonali e bloccanti della pubertà; altre invece, come il racconto di una madre appartenente a GenerAzioneD, sembrano voler far apparire l’uso dei farmaci come qualcosa che si potrebbe rimpiangere.

In particolare, il racconto porta l’esempio della figlia 15enne che, nata biologicamente maschio, aveva espresso il desiderio di iniziare la transizione e ha iniziato quella sociale, scegliendo quindi un nome da donna e iniziando a vestire abiti femminili. Ora, negli ultimi anni di liceo, la madre sostiene che lə ragazzə starebbe regredendo nel suo proposito e si chiede “Cosa sarebbe successo se avesse iniziato con i farmaci?”.

La risposta non è apocalittica come si pensa: il punto fondamentale dell’uso dei farmaci bloccanti in età adolescenziale è proprio la reversibilità e per questo, come sostengono molti medici, persone trans* e attivistə, sono una risorsa preziosa proprio in casi come questo.

I farmaci che bloccano la pubertà rappresentano la possibilità per lə adolescentə transgender di sentirsi a proprio agio con la propria identità di genere senza dover ricorrere a interventi chirurgici irreversibili. Interventi chirurgici la cui richiesta, per quanto riguarda i minorenni, è decisamente bassa in Italia. Dal punto di vista medico e giuridico, nonché etico, la questione è già stata risolta positivamente. Sollevando queste preoccupazioni si corre il rischio di creare un allarmismo che, a sua volta, potrebbe minare la stabilità mentale e fisica dellə adolescentə transgender.

 

Foto di Alexander Grey su Unsplash

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