Girls: la serie tv che racconta le ragazze di oggi, non più interrotte

Girls, a differenza di altri show, ha mostrato le complessità che interrogano i rapporti fra donne senza edulcorazioni.

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Con l’inizio del nuovo anno, i fan di Girls saranno costretti a dire addio ad Hannah Horvarth e agli altri personaggi della serie culto targata HBO, scritta, prodotta e interpretata da Lena Dunham.

Con la sesta stagione, infatti, si chiude il racconto che vede protagoniste queste ragazze alla prese con la transizione fra giovinezza e l’età adulta. Hannah Horvart, Marnie Michaels, Jessa Johansson, Shoshanna Shapiro, le abbiamo conosciute poco più che bambine, appena uscite dal college. Le abbiamo osservate durante quel periodo difficile che è la transizione fra la giovinezza e l’età adulta, una fase poco descritta da cinema e Tv quando si parla di donne.

Di solito la narrazione sul femminile si concentra sull’adolescenza (Gossip Girl) oppure sull’età adulta (Sex and The City, The Good Wife) trascurando tutto quello che c’è nel mezzo. Come se ci si ritrovasse in un battibaleno da ragazzina a donna, senza difficoltà. Girls, ha dunque colmato un vuoto mostrando come anche le ragazze – e non soltanto i boys – debbano faticare per diventare “donne”, trovando il proprio posto nel mondo. Certo, la speranza è che ciò non accada mai; che le nostre amate protagoniste restino “Girls” per sempre. Toccherà vedere l’ultima serie per capire.

Soprattutto perché su questo snodo fondamentale si divincolerà il destino della loro amicizia, messa a dura prova da normali incomprensioni e tradimenti. Girls, a differenza di altri show, ha mostrato le complessità che interrogano i rapporti fra donne senza edulcorazioni. Non lo ha fatto da un punto di vista maschile – purtroppo ancora dominante – concentrandosi sulle rivalità e competizione da catfight, ma lo ha raccontato dal di dentro, con una sincerità autentica, talvolta disarmante, che mostra senza timore ogni fragilità. Anche quando Jessa compie il peggiore dei tradimenti, quello di mettersi con Adam, l’ex di Anna, il focus principale della storia rimane il rapporto compromesso fra le due amiche, e mai la competizione per il maschio che da Dinasty in poi sembra l’unico modo di raccontare la sessualità femminile in TV e non solo.

Nel trailer della sesta stagione, Jessa dice ad Hannah: “Nonostante quello che è successo, ti reputo ancora un’amica” ed Hannah risponde con il suo solito assoluto “Non penso che ci siamo mai comportate da amiche”. Non ha tutti i torti. L’amicizia, come l’amore, presuppone un senso dell’altro che Hannah – troppo concentrata su se stessa, sulla sua carriera di scrittrice mai decollata, sul suo talento sprecato – fatica a conquistare. Certo, se fosse stato un uomo nessuno avrebbe avuto da ridire, il fatto che sia una ragazza ad essere egocentrica e tremendamente egoista, mette a disagio. Ecco perché Hannah, in fondo, sta sulle palle a molti: perché tradisce il principale codice maschile che vuole le donne mettere sempre al primo posto i bisogni degli altri. In questo senso, l’insopportabile Hannah diventa iconica, perché va oltre gli slogan pop femministi e si mostra per quello che è, senza vergognarsene: una ragazza terribilmente viziata, incapace di qualsiasi empatia nei confronti degli altri esseri umani, con un ego smisurato e tante fragilità irrisolte.  O forse, più semplicemente, una ragazza impegnata ad esplorare la propria soggettività, un lusso che troppo spesso viene considerato appannaggio dei soli maschi.

In questo senso, Lena Dunham ha avuto il merito di consegnare ad una generazione di giovani donne degli anni 2000 una voce mai udita prima, facendole uscire dal cono d’ombra imposto dall’immaginario – vetero anni novanta – di Sex and The City. Le ragazze di Girls non passano il tempo a cercare un uomo o a glorificare i rapporti amicali fra donne come se fossero sempre idilliaci, preferiscono concentrarsi su stesse, sui propri desideri, sulle proprie paure, sui propri limiti. Il corpo di Lena/Hannah, che certo non rientra nei canoni imperativi che opprimono la bellezza femminile, viene mostrato nudo in tutta la sua gloriosa verità e diventa un manifesto di autoconsapevolezza femminile e femminista. Allo stesso modo, l’instabilità patologica di Jenna, l’inconsistenza di Marnie e la stranezza di Shoshanna diventano emblemi di un nuovo modo di raccontare le ragazze, non più interrotte, ma finalmente intere.

Certo, si tratta di una visione parziale. Lena Dunham racconta l’unica storia che conosce – per sua stessa ammissione -, quella che riguarda ragazze bianche privilegiate, ben educate. Ovviamente c’è tutto un universo di ragazze che non può identificarsi nelle protagoniste di Girls e che spesso non ha l’occasione di rappresentarsi in TV. Ma Girls ha aperto un nuovo spazio narrativo che forse mancava, nel quale condurre una discussione franca su cosa significa essere giovani donne in questo – e non in un altro – tempo. Speriamo che adesso tocchi ad  altre ragazze, con diverse esperienze, occupare questo spazio.

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