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L’hiv e quelle pillole necessarie in un intimo racconto fotografico: intervista a Giovanni Pigliapochi

Lo stigma interiorizzato. Le persone intorno a me. I farmaci e il bisogno di empatizzare con il mondo intorno a me.

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U=U, Giovanni Pigliapochi
U=U, Giovanni Pigliapochi
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Giovanni è sieropositivo dal 2019. Se ne accorge durante un’estate di cinque anni fa, con l’arrivo di una febbre così alta, da non riuscire nemmeno a mangiare un pezzo di pizza. Quando riceve la diagnosi sa bene che di HIV nel 2023 non si muore; eppure i medici gliene parlano ancora come fosse un bollettino di morte, tra compassione e pietismi. Il resto è tutto in discesa, e nel giro di un mese inizia la terapia.

Sa bene che non c’è niente di cui vergognarsi: ne parla con familiari, amici, conoscenti, ragazzi. Eppure c’è ancora qualcosa da metabolizzare, un retaggio culturale che serpeggia nell’aria e si fa ingombrante: potrebbe trasmettere il virus alla sua coinquilina con lo spazzolino? Si può cucinare insieme nella stessa cucina senza infettarsi? Lo stigma si presenta nella maniera più improbabile, finché non inizia a osservarlo con i suoi occhi per depotenziarlo giorno dopo giorno.

Nel suo graduale viaggio fuori dalla comfort zone, una sera per caso, guarda le pillole sulla scrivania, pensa “che carine”, e le fotografa. Quando nel 2022 durante un corso di fotografia si interfaccia con la parola ‘necessario’, la sua mente ritorna lì.

Da quel progetto nasce U=U (ndr. che sta a significare letteralmente undetectable =untrasmissible, non rilevabile = non trasmissibile), libro che attraverso 47 fotografie e collage, ripercorre la rielaborazione di un trauma, dà immagine e forma alla terapia per l’HIV e, come spiega nel “foglietto illustrativo”, la rende visibile: “in prima persona a me e poi a tutt* quell* che vogliono immergersi in un’esperienza unica e soggettiva, ma allo stesso tempo universale e da cui ognuno può portare con sé almeno un pezzettino”.

Nella nostra chiacchierata abbiamo parlato di questo e molto altro.

U=U, Giovanni Pigliapochi
U=U, Giovanni Pigliapochi

 

C’è un passaggio del libretto illustrativo dove scrivi di aver contattato gli altri ragazzi con cui sei stato e sentito “le porte chiudersi”. Ho pensato a come nel 2023 parliamo sempre di più di HIV, sappiamo che è normale, eppure quando ti coinvolge in prima persona lo stigma interiorizzato esce fuori all’improvviso, e penso riguardi molte più persone di quanto crediamo. Come te la sei cavata tu?

Sicuramente la reazione delle persone attorno scatena, e quasi giustifica, quello stigma. La prima reazione dei miei genitori è stata super accogliente, ma mi hanno anche detto che se lo immaginavano perché sono gay. Volente o nolente, portavo avanti quella narrativa che le persone gay si prendono l’HIV, l’AIDS, e poi muoiono. Dai ragazzi ho ricevuto tagli netti senza risposte, oppure un giudizio su di me, e quei primi giorni non hanno fatto che rafforzare i pensieri negativi che già mi portavo nella testa. Questo mi ha portato un po’ a chiudermi e a non parlarne abbastanza. Avevo solo un amico hiv+ con cui mi sono trovato subito bene a parlare, e sicuramente mi ha aiutato. Confrontarmi con un’altra persona hiv+ mi ha permesso di decostruire tanti di quei retaggi che con le altre persone finivo per rafforzare. Son riuscito a normalizzarlo anche facendo il medico per Milano Checkpoint: un po’ per sentirmi al sicuro, un po’ perché, vivendolo, sapevo cosa non volevo sentirmi dire in quella situazione. Mi ha aiutato ad umanizzarmi e tornare sulla terra.

In un altro passaggio ti soffermi sulla pastiglia, e rifletti su cosa simboleggia: da una parte c’è il banale atto di prendere quella pastiglia e portare avanti una cura normale come tutte le altre, dall’altra quella pastiglia porta con sé una storia più grande di noi, e si arriva a pensare a tutt* quell* che non l’hanno avuta prima. Mi parli meglio di questa dualità?

Io ho studiato medicina e lavorato per tanti anni in una clinica psichiatrica, e so che una medicina non arriva dal nulla. C’è gente che si offre di fare test clinici e so che le case farmaceutiche spesso ci marciano sopra. So cos’è successo prima, e so che quello che sto prendendo non mi è dovuto: ci sono stati così tanti fratelli e sorelle prima di me che ci hanno rimesso la vita per permetterci in futuro di sopravvivere senza problemi. È solo una pillolina, ma mi ha letteralmente cambiato la vita. Durante i primi mesi la dottoressa che mi curava mi ha chiesto se volevo partecipare ad alcuni test clinici, e ho detto di sì. Perché come sono arrivato fino a qui grazie a qualcuno prima di me, voglio contribuire anche io alla ricerca.  Proprio perché oggi rischiamo di dimenticare la nostra storia, nei collage del mio libro ho cercato un po’ di parlarne e ricordarla.

 

U=U, Giovanni Pigliapochi
U=U, Giovanni Pigliapochi

 

Quali sono le domande o i commenti più evitabili che hai ricevuto da persona hiv+?

La domanda che mi sta più sul cazzo è: come te lo sei preso? È qualcosa che mi va subito a guardare nelle mutande e mi dà fastidio. Se vuoi chiedermi qualcosa, chiedimi come sto, non vedo cosa cambi sapere come ho contratto il virus. Possiamo parlare di prevenzione, ma è una mia scelta su come trattare l’argomento. Mi dà fastidio anche quando dicono che sono coraggioso. Forse me la prendo un po’ troppo, ma credo anche sia giusto discutere di hiv e sieropositività in un clima sereno, senza parlare per forza di coraggio. 

A tal proposito sulla prevenzione. Sensibilizzare è fondamentale, ma a volte percepisco un giudizio morale più grande. Quasi come a dire: se ti succede ti sta bene perché non sei stato attento, e devi sentirti in colpa. Tu che ne pensi? 

Sì, c’è un senso di colpa, ma credo non sia nemmeno conscio. Non è quel senso di colpa che trova soluzioni, ma che annichilisce il discorso e vuole soltanto giudicarti, senza costruire nulla. Tipo, io nonostante fossi un medico e facessi apertamente parte della comunità, non sapevo della terapia post-esposizione. Però sapevo che se sei sieropositivo, “è colpa tua perché non hai fatto prevenzione”. Allora io dico: ok, è colpa mia, ma almeno dammi gli strumenti, invece di giudicarmi. È qualcosa che rivedo in più campi: che si parli di immigrazione, violenza sulle donne, o persone con l’hiv, non c’è una reale riflessione, ma solo l’ossessione di trovare qualcuno da incolpare. 

È più facile mostrarsi vulnerabili nella fotografia rispetto alle parole?

La fotografia mi ha aiutato a prendermi il mio tempo, per guardarmi, analizzarmi, cercare di tirare fuori quello che volevo. Mi ha lasciato tempo e spazio. Io mi esprimo, e so solo io come sono nati alcuni collage, ma ognuno può vederci quello che vuole. Sì, è un libro sulla terapia dell’hiv, ma ci sono anche persone che conosco che magari seguono altre terapie che si sono fatte un viaggio a sé guardando le immagini. La sfida era raccontare la mia storia per renderla universale. Non so se ci sono riuscito, ma sono stato onesto. Chiunque può vedersi nella propria condizione, o magari condividerlo con qualcuno e aprire nuove storie. Vorrei creare una condivisione non forzata della realtà.

Cosa vorresti condividere con chi approccia per la prima volta questo libro? 

Vorrei lasciare un senso di umanità. È questo che spero. Che chi guardi, riesca in seguito ad empatizzare con altre persone e soprattutto con sé stess*. Ho cercato di fissare in foto emozioni soggettive e al contempo universali. Vorrei far sentire chiunque più triste, felice e terrorizzato. E risvegliare qualcosa di sincero e onesto.

Per chi desideri una copia del libro, è possibile contattare Giovanni Pigliapochi via Instagram.

 

Con riferimento alle immagini contenute all’interno dell’articolo intitolato:” L’hiv e quelle pillole necessarie in un intimo racconto fotografico: intervista a Giovanni Pigliapochi”, autore Riccardo Conte, pubblicato il 29/07/23, ore 10 la redazione specifica che l’elaborato artistico è stato allestito in totale autonomia da parte dell’autore senza alcun coinvolgimento da parte di aziende farmaceutiche né su loro incarico. L’immagine che ritrae una compressa con sigla identificativa  nonché quelle che ritraggono l’indicazione del principio attivo della stessa sono state volute e riprodotte come espressione dell’ispirazione artistica dell’autore.

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