MUNA è la queer pop band di cui non potete fare a meno – INTERVISTA

Il terzo disco del trio indie pop di Los Angeles è una spudorata dichiarazione d'orgoglio e gioia queer. Noi di Gay.it l'abbiamo intervistatə per scoprirlo insieme a loro.

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Se non avete mai sentito parlare di MUNA, è tempo di rimediare: sono una scarica di serotonina e vulnerabilità in grado di farvi ballare come delle matte ma anche piangere liberamente, oscillando tra la pista da ballo e una seduta di terapia.

L’inseparabile trio indie pop – formato da Katie Gavin, Josette Maskin, e Naomi McPherson – nasce nel 2013 presso l’Università di Southern California. Speimentando tra ska e progressive rock per poi immergersi sempre di più nel mondo del synth pop, nel 2014 pubblicano l’ep di debutto More Perfect, che da Soundcloud e Bandcamp lə porta a firmare un contratto musicale con la RCA Records. Nel Febbraio 2017, esce il loro primo album ABOUT U, una raccolta di inni queer (I Know A Place), amori non corrisposti (Wintebreak), e lacrime in discoteca (Crying On The Bathroom Floor) che conquista il cuore del pubblico e finisce nelle playlist di Taylor Swift. Nel Giugno 2019, arriva SAVE THE WORLD è il disco perfetto per ogni millennial alle prese con i dolori della crescita post-adolescenziale, tra hungover del giorno dopo, sentirsi solə in una grande città, autoaffermarsi e scoprirsi oltre le proprie insicurezze.

Nel 2021, il trio lascia la RCA per entrare nella famiglia della Saddest Factory, etichetta fondata da Phoebe Bridgers – pupilla della musica indie americana, tra le più acclamate degli ultimi anni – in partnership con la Dead Oceans. Insieme duettano in Silk Chiffon, brano che definiscono “una vivace traccia con un’inusuale e positiva dichiarazione d’amore queer“. La canzone – finita al primo posto tra i brani più belli del 2021 su riviste come Rolling Stone, Consequence Of Sound, e Line of Best Fit – anticipa il loro terzo disco, intitolato semplicemente MUNA – disponibile da oggi su tutte le piattaforme – che corona l’inizio di un nuovo capitolo e al contempo riassume il meglio del loro percorso artistico.

Noi l’abbiamo intervistatə per saperne di più.

 

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Parlando del vostro nuovo progetto: perché la scelta di un self-title per il terzo album? La considerate una sorta di re-introduzione nel vostro mondo?



Naomi: In qualche modo è un po’ una sorta di re-introduzione. È difficile spiegare perché ci è sembrato il giusto titolo per questo disco. Abbiamo pensato fosse un po’ sfacciato utilizzare un self-title quando i brani sono così diversi fra loro. È un po’ come dire: questa è esattamente la band che siamo, ma allo stesso tempo non puoi inchiodarci in un’unica forma.

I precedenti album ABOUT U e SAVE THE WORLD erano particolarmente concentrati sul dolore e le difficoltà, mentre in questo disco ho percepito molta più positività e consapevolezza. Cosa significa crescere insieme alla vostra musica? Considerate questi tre album una sorta di coming of age? 



Katie: Ci sentiamo così fortunatə. Siamo una band ormai da tanto tempo, e abbiamo cominciato a fare canzoni quando io avevo, credo, 21 anni? E alla fine di quest’anno ne compierò 30. È un dono così raro poter lavorare ad un progetto per buona parte della tua vita mentre stai affrontando così tanti cambiamenti. Io ho un diario, e mi piace tenere questi album o quello che stavo vivendo per me stessa. Ma la nostra musica è parecchio confessionale, e non penso che dobbiamo tenerci alla larga da questo o vergognarcene. In qualche modo questi album sono una documentazione dei vari capitoli delle nostra crescita.. Inoltre, siamo queer e conosciamo l’astrologia (ride), e un po’ come il ciclo di Saturno e Nettuno, è interessante vedere come il ciclo di realizzazione di un album riflette quello della nostra vita. E questi cambiamenti non avvengono dall’oggi al domani, ma ci vogliono anni. Ci sentiamo così gratə ad avere l’opportunita di mettere fuori questo disco, è il punto a cui volevamo arrivare da un sacco di tempo, che ne fossimo consapevoli o meno.

 

 

La mia terapeuta parla del “Potere della Vulnerabilità” ed è esattamente quello che penso della vostra collaborazione con Phoebe Bridgers. Com’è cantare e scrivere insieme a lei? 



Josette: Phoebe è semplicemente meravigliosa. Penso che firmare un contratto con la Saddest Factory è stata un’ottima decisione per noi: abbiamo modo di lavorare affianco qualcunə che come noi è marginalizzata e ha vissuto delle esperienze simili alla nostra nell’industria musicale. Non è neanche necessario dire che c’è una certa comprensione, e il fatto che anche lei sia un’artista aiuta davvero a connetterci quando collaboriamo insieme.  Averla in Silk Chiffon è stato un sogno: già quando scrivevamo la canzone avevamo questa idea di collaborare insieme. Poi abbiamo firmato con la Saddest Factory ed è successo davvero. Quando eravamo nello studio con lei abbiamo pensato: Oh, quella è proprio Phoebe Bridgers! So che è una considerazione buffa da fare, ma lei è completamente sé stessa. Amiamo lavorare insieme perché rende più facile essere vulnerabili e oneste, e c’è una maggiore intesa tra di noi per le nostre identità ed esperienze artistiche.

Avete qualche consiglio per giovani artisti queer che vogliono fare musica o arte in un’industria fortemente eteronormativa e binaria?

Katie: Così di getto, direi che una delle cose più importanti per noi è stato esserci l’unə per l’altrə, quindi circondarsi di altre persone queer. Nella mia esperienza, e credo anche di altri gruppi o identità marginalizzate, ho contestato la validità del mio lavoro perché a volte succedeva realizzassi qualcosa di cui ero molto orgogliosa ma che non otteneva l’accoglienza immediata che avrebbe ricevuto se fosse stato fatto da un uomo bianco e cis. Penso sia davvero importante avere persone intorno a te che condividono la tua stessa esperienza così che possiate confermare la vostra realtà a vicenda, e affermarvi. Ci aiuta a capire quanto siamo bravə e a credere di più in noi stessə. Oggi viviamo a Los Angeles e siamo così fortunatə a poter lavorare con altri artisti queer e condividere la nostra arte anche con loro. È  davvero di grande ispirazione.

Naomi: Aggiungo che in generale, anche nel mondo queer, c’è a volte una forte pressione sulla gioventù. E quando sei un’artista potresti cadere in quel tranello, dove ti ripeti “oh, a 21 non ho ancora realizzato la mia opera migliore” ma penso che quello sia proprio il punto. Non credo sia super sano mettere troppa pressione su te stessə quando sei così giovane. Penso sia fondamentale prendersi il giusto tempo per diventare un vero adulto – io ho 29 anni e non mi sento unə verə adultə ancora, ma ci sto lavorando! Penso sia fondamentale darti la possibilità di crescere e maturare, e avere quella stessa pazienza con la tua arte.

muna intervista
Il terzo album di MUNA sarà disponibile dal 24 Giugno.

Cosa vorreste trasmettere alle persone che ascoltano questo disco?

Naomi: Ci ritroviamo spesso a parlarne tra di noi, e ogni volta vorremmo che le persone si sentano bene. È semplice, ma speriamo che provino gioia quando lo ascoltano, che risuoni con le loro storie, e che possano utilizzarlo per curare un cuore spezzato o se hanno bisogno di una scarica di serotonina. Speriamo che possa adattarsi a quello che stanno vivendo e farle sentire meglio. Penso sia l’obiettivo di ogni musicista, e vale lo stesso per noi con questo disco.

Katie: Una delle cose che preferisco quando ascolto la musica è che qualcuno traduca a parole qualcosa che sto vivendo ma non sono mai riuscita ad esprimere a me stessa: quella sensazione di non essere davvero solə. Per me questo è sempre stato un traguardo come cantautrice: dare alle persone quella canzone che permetta di esprimere qualcosa che non sono stati in grado di esprimere, sentendosi viste e ascoltate. E poi di certo, con questo disco vogliamo farvi divertire!

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