Lo schwa (ə) fa perdere la testa ai cattolici di Avvenire

Inesattezze e forzature in un articolo che è un patetico arrampicarsi sugli specchi.

asterisco lingua
schwa
4 min. di lettura

Il dibattito sul linguaggio inclusivo è un figlio in carne, con le “ossa grosse” da rimpinguare ogni giorno, perché “deve crescere”, nutrito da  opinioni più o meno credibili, o più o meno fondate. Ma, poiché nel linguaggio l’inclusività è un esperimento (come dichiarato dalla socio-linguista Vera Gheno), ogni opinione potrebbe, a lungo temine, rivelarsi enorme sciocchezza. O parte fondante per un nuovo modo di vedere il mondo.

Nel mentre, ci barcameniamo nell’attuale incertezza di compiere smisurate scemenze o di non considerare anche l’ultimo degli arbusti rotolanti nel deserto del Nevada.

E chissà se la questione del Secolo – ma per chi poi? Per noi tre sceme di questa misera parte del globo? – è tanto amata/odiata, perché la lingua è cosa viva oppure per il sacro graal de ‘sti giorni. Click, like, repost, e poi fare il botto e quindi un invito di qua, e una conferenza di là, e un editoriale su, una nomina giù.

La sensazione che tutti vogliano parlarne, soltanto per restare sull’onda.

Qui a Gay.it ne parliamo, perché il tema è centrale per la rappresentazione della nostra comunità E così ci tocca raccontarvi anche l’opinione dei cattolici di Avvenire. Ponendo l’attenzione su alcune inesattezze, che evidenziano un certo patetico arrampicarsi sugli specchi.

 

schwa corsivo
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Come in un gioco di matrioske, Avvenire aggiunge la sua voce al dibattito, prendendo in esame un articolo apparso su VP Plus a firma dell’ingegnere e accademico Vittorio Marchis.

Il noto quotidiano filocattolico, seppur con una forte autonomia dal pensiero ecclesiastico, prende in considerazione il linguaggio inclusivo ridotto essenzialmente allo schwa (ə) e all’asterisco (*). Ma si può dire che prenderli in considerazione è già un gran traguardo.

«Tutta la lingua è un’eccezione e ridurla a una struttura “unisex” significa credere che le lingue artificiali siano più perfette di quelle naturali », dichiara Marchis su VP Plus.

La prima parte dell’articolo di Avvenire, come anche buona parte di quello di Vita&Pensiero, verte sulla dicotomia lingue naturali e lingue artificiali, con un excursus storico sulle seconde, tra l’esperanto, l’interlingua, Leibniz, Gödel, Turing, Church e il linguaggio informatico, quindi di nuovo Leibniz. Tutto ciò serve a dimostrare che l’attuale sperimentazione sulla lingua non appartiene al lungo e strutturato fenomeno delle lingue artificiali ma, secondo Roberto Presilla di Avvenire, la creazione di sostantivi di genere femminile, o l’uso di desinenze come lo schwa (ə) o l’asterisco (*)  punta a riformare l’uso della lingua, per evitare un “presupposto ideologico”, – perché -un’ideologia “patriarcale” sarebbe depositata nelle lingue naturali, proprio in quelle che chiamiamo lingue “madri”.

E per non farci mancare nulla: impossibile non citare il politicamente corretto e Orwell nel quadro astrologico di questi tempi che procedono a sinapsi ridotte e pacchetti preconfezionati. Così Avvenire, traendo linfa da Marchis, tira in ballo il fascismo, la neolingua, una breve storia del politically correct e 1984.

“l’ipotesi di riformare il linguaggio in questo modo contro un “presupposto ideologico” ne cela almeno due. Il primo: l’idea che l’uso del “maschile” indichi in modo univoco un “patriarcato” che sembra più frutto di una costruzione contemporanea che di un’articolata analisi storica. Il secondo: la convinzione secondo cui ogni strumento basato sulle idee “giuste” vada prontamente utilizzato in modo da accelerare il cambiamento positivo”.

A tal proposito, anche nell’articolo dell’accademico Machis ci sono alcune inesattezze, come “Matriarcato e patriarcato si sono alternati nella storia” seguito da “Che cosa sono poi 3-4000 anni di fronte alla evoluzione della nostra specie?“.

 

matriarcato

 

Il patriarcato una costruzione contemporanea? Che il patriarcato sembri una costruzione contemporanea bisognerebbe chiederlo a Simone de Beauvoir, che su tale tema ha costruito un’opera monumentale, ben radicata nella multidisciplinarietà, partendo proprio dall’origine della specie umana.

Il matriarcato è forse una costruzione o un’utopia, non essendo mai esistito, se non tra i ricordi di chi “mi hanno cresciuto mia madre, le mie zie e mia nonna” o tra chi ipotizza una tribù sulla mitica isola di Atlantide.

Il matriarcato (ribadisco) non è mai esistito, e nel momento in cui una donna (o un gruppo di donne) raggiunge il potere, ciò avviene sempre secondo le logiche patriarcali e machiste. Il modello è quello, non si scappa. E se vuoi farti strada devi attenerti a determinate regole. Il motivo è semplice: gli uomini sono strutturalmente più forti. Da questa ovvietà parte tutto, e così si arriva fino al XXI secolo.

L’articolo di Avvenire si avvia alle sue conclusioni: “Più che la contrapposizione tra naturale e artificiale cui fa riferimento Marchis – in fondo la solita contrapposizione tra natura e cultura – qui è in gioco un confronto diverso, tra discipline che puntano alla comprensione (anche scientifica) del reale e discipline che tentano un’ingegnerizzazione, una sistematizzazione tecnologica di quello stesso reale. Ma mentre le prime conoscono da tempo i propri limiti e, proprio in questa luce, danno piena importanza alla dimensione storica dei problemi, le seconde immaginano un reale sistematizzato e privo di quelle stramberie ed eccezioni frutto delle vicende umane”, 

denunciando sul finale una “progressiva riduzione della capacità speculativa e critica, della capacità di comprendere a fondo il presente e il passato, pone una seria ipoteca sulla capacità di costruire un futuro diverso“.

Noi non possiamo far altro che accogliere tutte le opinioni riguardo questo dibattito, restando vigili, così da aggiungere o togliere man mano dei tasselli e arrivare, si spera, insieme a una soluzione adeguata, per la lingua e per noi. Un’utopia anch’essa.

Giusto un ultimo appunto per il professor Vittorio Marchis:

Nell’articolo è fiero delle “molte ragazze [che] ancora oggi si definiscono “architetto” e non architetta, un termine che almeno foneticamente farebbe sorridere”. Come se il genere femminile delle professioni fosse spuntato oggi sugli alberi.

Se -tetta la fa sorridere, allora c’è bisogno di risolvere evidenti problemi con quella parte anatomica. La parola esiste, e da tempo. Anzi in origine era architettrice. Preferisce?

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valium 28.12.21 - 12:38

Da bisessuale e da trans supporter devo dire:"Ne avete di tempo da perdere". Ripeto: la shwa non se la fila già più nessuno.

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guydo 24.12.21 - 20:54

Bell'articolo, sottoscrivo ogni riga. Ci sono però due errori: 1) "Avvenire" è un quotidiano cattolico, non un quotidiano "filocattolico". Sarebbe come dire che il "Manifesto" è un quotidiano "filocomunista" quando sotto la scritta "Manifesto" c'è proprio scritto "quotidiano comunista". 2) "Avvenire" non ha "una forte autonomia dal pensiero ecclesiastico" ma è "il pensiero ecclesiastico": è il quotidiano della CEI (Conferenza Episcopale Italiana) ossia della Chiesa italiana. Non è un giornale vicino alla Chiesa, è il giornale della Chiesa (il direttore è nominato dalla conferenza dei vescovi) e rappresenta il pensiero dei suoi vertici. Se voglio sapere cosa pensa il Vaticano leggo "L'osservatore romano", se voglio sapere cosa pensa la Chiesa italiana leggo "Avvenire". C'est simple.

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