Scoprendo e amando miə figliə non binariə, il racconto della scrittrice Silvia Ranfagni

L'autrice ha condiviso la sua esperienza come madre di una persona non binaria: "La storia del binarismo non è semplice ma ho voluto capire di più".

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Avere a che fare con la propria identità di genere non è sempre un passeggiatina all’aria aperta: vuoi per il contesto culturale, per i pregiudizi interiorizzati, o perché molto semplicemente, non ne sappiamo mai abbastanza.

Silvia Ranfagni, scrittrice e sceneggiatrice che ha lavorato al fianco di Carlo Verdone e Ferzan Ozpetek, si è ritrovata a farci i conti contro ogni aspettativa: all’alba del suo ultimo romanzo Corpo a Corpo, Ranfagni è al momento autrice di Corpi Liberi, podcast prodotto da Chora Media (disponibile dal 25 Giugno su Spotify) che attraverso sei episodi cerca di aiutare i genitori a comprendere le varie sfumature del genere e lə figliə ad esprimersi liberamente. Ranfagni ha condiviso la sua esperienza come madre di un adolescente 13enne non binary, che l’ha messa nella condizione di ripensare a tutto quello che ha sempre pensato di sapere sull’identità e le divisioni binarie. “La metafora che ha usato è stata questa: “Mamma, hai presenti i binari di un treno? Sono due, come maschio e femmina. Io sono come un terzo binario in mezzo che fa come un serpente che si avvicina ora dalla parte della femmina, ora dalla parte del maschio.” racconta Ranfagni nell’intervista per Repubblica con Sabina PignataroA volte mi sveglio più maschio, a volte mi sveglio femmina, non lo so nemmeno io da cosa dipende. Mercoledì, per esempio, ero maschio”.

 

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Copertina di Corpo a Corpo di Silvia Ranfagni (Edizioni E/O)

La scrittrice racconta di essere rimasta confusa e spaesata in un primo momento, ma invece che dare libero spago ai propri pregiudizi, ha colto l’occasione per informarsi di più e porsi nuove domande: “Continuavo a domandarmi: quanto un genitore deve contenere e quanto accogliere?” racconta nell’intervista. Ranfagni è entrata in contatto con il SAIFIP, centro sanitario di Roma dove la dottoressa Mosconi insieme al suo team segue e assiste numerosi giovani con disforia di genere. Suə figliə ora si chiama Alex, e Ranfagni ancora si confonde tra maschile o femminile, ma sta facendo del suo meglio: “Mi hanno consigliato di usare l’asterisco alla fine, oppure la u, oppure di non usare la vocale finale” spiega a Repubblica.

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Un po’ meno facile la reazione del papà, inizialmente accogliente e poi sempre più restio a capire questa “storia dei binari”: “Se fosse stato suo fratello a sentirsi mezza femmina non ce l’avrei fatta” racconta la scrittrice, riportando le parole del papà di Alex e definendolo “un distillato di patriarcato“. Ma se non altro, l’ambiente scolastico si è mostrato un grande aiuto: “Alle medie aveva un professore che faceva con i ragazzi una cosa speciale, “Il cerchio della fiducia”: ognuno a turno parlava di sé, a patto che nulla trapelasse dal cerchio.” narra la scrittrice evidenziando come in quel contesto è trapelata per la prima volta la sofferenza di Alex: “Quel docente era convinto che nella scuola occorra uno spazio di parola che consente una libertà senza conseguenze“.

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Silvia Ranfagni

Questi mesi per Ranfagni sono state ore di messa in discussione, riscoperta, e soprattutto un esercizio di empatia verso ciò che non conosciamo ma merita ascolto. “Quando Alex esce, io prego. Ci metto tutta la mia speranza laica in questa preghiera: “Che nessuno mai possa farsi scherno di te” dichiara la scrittrice, con una nota di rammarico verso un paese che ancora non vuole esercitarsi all’ascolto e la scoperta, rendendo la quotidianità più faticosa e pericolosa di quanto dovrebbe essere. “Un giorno Alex mi ha chiesto: “È un problema come sono, mamma?” e a questa domanda per Silvia Ranfagni non c’è dubbio, timore, o pregiudizio che tenga: “No, non è un problema”. È solo che è tutto nuovo per me”.

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