35° Lovers Film Festival: insipido 7 Minutes, convince Futur Drei

Al via la cinekermesse torinese diretta da Vladimir Luxuria. Forfait di Lollobrigida e Garrone.

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È finalmente iniziato il 35° Lovers Film Festival di Torino, dopo la falsa partenza di giovedì sera con l’annullamento della serata per un lieve malessere di Gina Lollobrigida. “Un’edizione complicata, in confronto organizzare il World Pride di Roma era come bere un bicchiere d’acqua” ha esordito la direttrice artistica Vladimir Luxuria chiedendo un minuto di silenzio “per le troppe vittime di Covid in tutto il mondo”.

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Sul palco è salito l’assessore alle Pari Opportunità Marco Giusta che ha ringraziato tra gli altri il fondatore del festival presente in sala, Giovanni Minerba. L’ospite principale della serata, Matteo Garrone, ha purtroppo dato forfait e si è presentato in video per un messaggio di saluto. È stato molto apprezzato l’esilarante monologo di Daniele Gattano dal titolo ‘FUORI’ (strepitosa la battuta sul padre dispiaciuto perché i Gattano non avranno discendenti essendo Daniele figlio unico: “Ma papà, mica siamo i Kennedy!”).

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Veniamo ai film presentati: ‘7 Minutes’ è un dramma italofrancese coprodotto da Cosimo Santoro, presidente di The Open Reel che lo distribuisce. Il poliziotto Jean di Tolosa (Antoine Herbez) è sconvolto dalla morte del figlio Maxime (Valentin Malguy) morto in una stanza d’albergo sette minuti dopo il suo fidanzato per overdose di GHB. Cercando di scoprire che cosa è successo realmente, Jean scopre il Club Bisou, una discoteca gay dove si fa ampio uso di droghe, frequentato ai tempi da Maxime. Qui conosce l’eccentrico Fabien (Clément Naline) e ne rimane inesorabilmente attratto.

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Il film si lascia vedere ma ha poca tensione interna per cui, quando si capisce dove vuole andare a parare il rapporto fra Jean e Fabien, si perde interesse nel seguirlo data anche una certa frammentarietà narrativa dell’ultima parte. Il risultato è quindi un po’ insipido e respingente.

Meglio il tedesco Futur Drei (No Hard Feelings), esordio col botto di Faraz Shariat, vincitore del Teddy Award all’ultima Berlinale. Raramente un film queer ha rappresentato così bene il problema dell’integrazione, con uno stile intrigante fatto di ralenti e montaggio serrato in cui è dominante il ruolo di una sofistica musica tecno-house. Il protagonista Parvis, figlio di iraniani in esilio, vive in una cittadina della Bassa Sassonia costantemente appiccicato al suo telefonino e passa il suo tempo tra rave colorati e incontri occasionali tirati su da Grindr.

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Sorpreso a rubare una bottiglia di alcol durante i festeggiamenti del suo compleanno, viene condannato al servizio comunitario presso un centro di accoglienza per rifugiati dove incontra due fratelli fuggiti dall’Iran, Amon e Banafshe. Tra Parvis e Amon cresce un’attrazione reciproca repressa dal contesto etero che li costringe a vivere il loro rapporto in clandestinità. Nel frattempo Banafshe rischia di essere espulsa. Interpretato molto bene dai tre giovani protagonisti, Futur Drei è un progetto semiautobiografico descritto così dal regista: “Analizzando altri film o documentari sul tema immigrazione, spesso viene mostrata la negatività di questa scelta, mostrando vittimismo. Noi volevamo invece far vedere quanto può essere bella e ricca come esperienza. Volevamo indirizzarci al cambiamento che sta avvenendo in Germania, la realtà tedesca si sta trasformando”.

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