Un professore che vuole diventare donna: Laurence Anyways di Xavier Dolan finalmente in Italia

Con Dolan è sempre lo stile a imporsi: fotografia satura dai colori tendenti all’acido, ralenti in stile videoclip glam, formato 4/3. Imperdibile.

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All’ultimo Festival di Cannes, prima della proiezione al Palais dell’ottimo Juste la fin du monde di Xavier Dolan, la coda attraversava tutto il piano fino alla zona riservata al casellario dei giornalisti, al punto che è stato necessario organizzare una seconda proiezione improvvisata in un’altra sala: folla delle grandi occasioni, perché il genietto ventisettenne canadese è un vero talento, e ancora una volta l’ha dimostrato.

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Finalmente, dopo quattro anni, grazie a Movies Inspired, esce in Italia il suo terzo film, Laurence Anyways, direi anche il terzo come qualità artistica dopo Juste la fin du monde e Mommy. Il titolo italiano aggiunge un superfluo ‘E il desiderio di una donna’, ma sarebbe banale ridurre il film alla vicenda di un professore di liceo trentenne desideroso di diventare una donna senza perdere l’amore della fidanzata Fred: perché Laurence Anyways va oltre il gender – occhio: è ambientato nel 1989, quindi è in forte anticipo sui tempi – ed è un appassionato melò sulla forza di cambiare e trovare una propria identità oltre i codici imposti dalla società. Ma è soprattutto una grande storia d’amore – a pensarci bene la vera protagonista è la fidanzata Fred, una bravissima e dolente Suzanne Clément, premiata a Cannes come migliore attrice nella sezione Un certain regard – in cui è proprio l’aiuto di Fred a rimodellare l’esistenza del fidanzato, nonostante lo choc iniziale, che rende il percorso intrapreso dal professore “una rivoluzione” (e non semplicemente “una rivolta” come gli suggerisce il collega gay) che avrà contraccolpi sul sistema scolastico, incapace di accettare il cambiamento dal punto di vista ‘didattico’. Ma metterà in discussione soprattutto i rapporti famigliari: la madre sconvolta (Nathalie Baye, eccezionale) cercherà di capire perché la sua vergogna nello scoprire di avere una figlia e non un figlio sia dovuto solo a sensi di colpa dettati dalle imposizioni dell’etero-normatività sociale.

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Così Alia/Laurence vede nella comprensiva Fred lo specchio di come vorrebbe vedere se stesso, attraverso una fluida riconversione della sua anima più che del suo corpo, alla scoperta della vera natura del loro amore, per comprendere come avvicinarsi alla fisicità dell’altro quando essa si tramuta in qualcosa di così simile a se stessi da riscoprirne un’inedita intimità che sublima il semplice orientamento sessuale. Nei mutevoli panni del camaleontico protagonista troviamo il virile Melvil Poupaud: se all’inizio lo spettatore fa un po’ fatica a vederlo alle prese con la transizione di genere, in realtà il bravo attore francese (ve lo ricordate in Il tempo che resta e Il rifugio, diretto da François Ozon?) riesce a rendere credibile il percorso di mutazione identitaria con una sofisticata varietà di sottotoni espressivi che evitano ogni ridicolaggine da travestimento imposto.

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E con Dolan è sempre lo stile a imporsi: fotografia satura dai colori tendenti all’acido, ralenti in stile videoclip glam, formato 4/3 – come in Mommy – che serra la macchina da presa sui primi piani dei protagonisti senza smarrirne alcuna sfumatura. Fondamentale anche l’uso delle musiche che accosta Vivaldi e Brahms ai The Cure di The Funeral Party e a Enjoy the silence dei Depeche Mode, anche se resta in testa soprattutto la magnifica A New Error dei Moderat. Difetti? Qualche lungaggine di troppo – il film dura ben due ore e trentanove minuti – e un perdonabile compiacimento nel pedinare l’adorata eroina gender.

L’eclettico regista canadese firma, oltre alla regia, anche sceneggiatura, costumi e direzione del doppiaggio. Al Festival di Cannes 2012 Laurence Anyways vinse pure la Queer Palm, il tradizionale premio LGBTQI, ma Dolan innescò una polemica non andando a ritirare il premio definendolo ‘disgustoso’ perché secondo lui ghettizzante.

Da vedere assolutamente.