“In Italia le persone hanno paura di fare coming out”. Il paese dell’omobitransfobia e il Partito Gay: intervista a Fabrizio Marrazzo

A che punto siamo con le multe comunali agli episodi di omobitransfobia? La comunità LGBTQIA+ italiana è rappresentata? Il referendum sul matrimonio egualitario si farà?

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partito gay fabrizio marrazzo - foto: Instagram Arcigay
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Qualche giorno fa, si è tornato a parlare della mozione comunale contro la discriminazione verso la comunità LGBTQIA+ proposta dal Partito Gay nella figura di Fabrizio Marrazzo, l’anno scorso.

In particolare, il nostro approfondimento ha voluto indagare sulle possibilità di attuazione di un regolamento simile a livello comunale, intervistando prima la consigliera comunale Leone a Leinì – dove la mozione è stata bocciata – e poi Davide Inzaghi, sindaco di Borovello Campugnino, dove è stata invece approvata.

Dalle testimonianze è emerso che l’implementazione di politiche di questo tipo dipende esclusivamente dalla volontà politica dei decisori, e un atteggiamento in opposizione non è giustificabile se non con la mancanza di sensibilità verso la questione.

A pochi giorni dal 17 maggio, abbiamo chiesto quindi allo stesso Fabrizio Marrazzo qual è la situazione attuale in merito, e quali sono le azioni da intraprendere per far sì che la comunità LGBTQIA+ possa tornare a farsi sentire dalla politica, quella che decide delle nostre vite.

 

INTERVISTA A FABRIZIO MARRAZZO PARTITO GAY

Si avvicina il 17 Maggio giornata mondiale contro l’omobitransfobia. Tempo fa il Partito Gay ha lanciato una proposta ai sindaci italiani, per introdurre nel proprio comune una multa a chi attui azioni discriminatorie di stampo omobitransfobico: quali comuni si sono dotati di un regolamento ispirato alla vostra proposta?

Approvata sono circa 15, poi che l’hanno discussa e presentata dovrebbero essere oltre un centinaio, considerando che noi abbiamo scritto a tutti i comuni di Italia. La maggior parte dei comuni che ci hanno chiamato volevano fare soltanto una mozione d’ordine, non una delibera.

L’unico comune grosso ha invece risposto in modo decisivo, grazie all’assessore per le politiche sociali che ha presentato la mozione è comune di Caltagirone in Sicilia. Anche nel comune di Noto è in discussione, ma lì ci sono un po’ di problemi. Devo dire che la Sicilia è la regione che ha risposto meglio. Tanti piccoli comuni ci hanno chiamato anche in Campania.

Purtroppo però il reato di propaganda non può uscire dal Parlamento e rientrare dai comuni. Quindi ci auguriamo che, anche con il cambio che c’è stato adesso dentro al PD ci sia questa volontà. Noi ci stiamo azionando anche con i grandi comuni come Roma, Milano, Torino, speriamo che ci sia un po’ di coraggio, però al momento non abbiamo ancora avuto risposte.

 

La giunta del comune che ha respinto la mozione ha addotto due motivazioni: una è di natura tecnica – nella quale si sostiene che il comune non ha le competenze per implementare un regolamento di questo tipo – l’altra in cui sostiene che 500€ siano troppo pochi e quasi “una presa in giro”. Lei cosa pensa?

Purtroppo questo dimostra un po’ di improvvisazione, perché 500€ è la sanzione massima che il comune può emettere. La legge penale Mancino prevede 600€, noi ne avremmo voluti mettere pure 1000 però la legge è questa.

Poi non è poco, perché se si tratta di 500€ ad azione, si può tranquillamente multare, ad esempio, per ogni volantino o locandina propagandistica diffusa sul territorio comunale. Ad esempio, se io faccio un post con otto commenti che confermano quel post omofobo, siamo a nove per 500€, parliamo di 4000€, per dire. Li stronchi. Prendi ad esempio Forza Nuova o questi partiti che fanno manifesti omofobi in continuazione. Sono 500€ per ogni manifesto.

Altra cosa è dire che non è di competenza. È falso, perché tanti comuni l’hanno approvata. Quello che va fatto, se c’è la volontà, è una modifica al regolamento comunale che ovviamente deve esplicare in che modo la sanzione dev’essere fatta dalle forze dell’ordine e dalle autorità competenti su cui il comune ha podestà giuridica.

Ad esempio, il comune già fa le sanzioni per i manifesti abusivi, e se il manifesto ha una rilevanza omobitransfobica, razzista e quant’altro, c’è la sanzione aggiuntiva di 500€.

Quindi dire che non è di competenza è una fesseria, si tratta di un’applicazione del regolamento comunale. Poi se il regolamento lo permette è addirittura possibile fare una semplice integrazione.

Questo è l’unico tecnicismo che ha messo un po’ in difficoltà alcuni comuni, perché spesso alcuni di essi non conoscono neanche il proprio regolamento. Il comune di Roma è un esempio, ha un regolamento comunale estremamente stratificato, da sessant’anni, che è una cosa infinita e lì è complicato lavorarci, ma comunque lo stiamo facendo. Quindi insomma, se c’è volontà politica si fa.

Qual è il suo consiglio per quei rappresentanti politici locali che desiderano presentare una mozione di questo tipo nel proprio comune?

Il mio consiglio è quello di trovare una maggioranza. Purtroppo la volontà è solo di carattere politico. Il motivo tecnico non c’è. Anche perché non è il consiglio comunale che boccia per motivi tecnici, casomai il TAR.

Quindi, intanto la mozione si approva. Poi al massimo il TAR consiglia una modifica su qualche cosa. Poi, ovviamente, se ci contattano, noi comune per comune facciamo in modo che la mozione sia adeguata a seconda del regolamento comunale. Però insomma non è un lavoro complicato, basta conoscere il regolamento e si fanno quelle modifiche che servono.

L’anno scorso abbiamo inviato tre PEC a tutti i comuni. Una il 17 maggio, una il 28 giugno (la giornata mondiale dei Pride) e poi un’altra a luglio, dove abbiamo scritto che i comuni possono chiederci supporto. Siamo rimasti in contatto con tantissimi comuni, con altri siamo in contatto tutt’ora, altri ci stanno lavorando.

Quelli che perdono tempo si nascondono dietro al motivo tecnico, quando invece è solo volontà politica di bocciare la mozione. In alcuni comuni che la volevano fare, che hanno rilevato problemi tecnici in funzione del regolamento si sono messi a tavolino – come Caltagirone – e in quattro e quattr’otto l’hanno approvata. Il che dimostra che burocrazia viene utilizzata come elemento omobitransfobico molto spesso.

Mentre il Partito Gay ha provato a sensibilizzare i comuni sulla lotta all’odio omobitransfobico, il Governo ha privato i comuni della possibilità di registrare all’anagrafe i figli delle coppie omogenitoriali. Sembra che la maggioranza votata dagli Italiani vada in direzione opposte alle richieste della comunità LGBTQIA+: forse bisogna cambiare strategia?

Prima di tutto questo governo non è stato votato dalla maggioranza degli italiani, perché dobbiamo ricordare che questo governo ha preso circa il 40% dei voti. Quindi più del 50% degli italiani non lo ha votato.

Ha vinto a causa di una legge elettorale che premia la coalizione che prende più voti. Visto che il fronte progressista ha deciso di andare separato per le vicissitudini che conosciamo naturalmente non ha vinto.

Dopodiché non è neanche una maggioranza puramente di centrodestra, perché le persone che si definiscono di destra lo sono spesso per motivi di carattere economico sociale, ma non sui diritti civili, ci sono molti liberali all’interno del centro destra. Dobbiamo ricordare ad esempio la stessa Francesca Pascale che è stata compagna di Berlusconi.

Ma anche tantissime persone comuni che sostengono di aver votato Fratelli D’Italia non immaginando che loro facessero azioni contro la comunità LGBTQIA+.

Al momento stiamo lavorando su un referendum per il matrimonio egualitario. Se riuscissimo a farlo passare, sicuramente la maggioranza degli italiani si esprimerà a favore. Poi ovviamente sul referendum c’è il problema del quorum, ma quello è un altro discorso.

Chiederemo alla politica di prendere seriamente una posizione: se le regioni si definiscono progressiste, almeno diano ai cittadini la possibilità di esprimersi in merito.

E lì si vedrà se il fonte progressista è davvero laico, democratico e per i diritti civili, indipendente se poi sono tutti a favore. Questa sarà una grande dimostrazione di garanzia, e segnaleremo tutte quelle regioni progressiste che risponderanno in maniera negativa alla proposta referendaria.

Come vede il movimento LGBTQIA+ italiano davanti a questa fase politica così ostile?

Dobbiamo ricordare che le persone LGBTQIA+ sono il 15% dei cittadini italiani, e quindi anche il 15% dei votanti. In questo momento, questa grossa fetta di popolazione non si sente rappresentata, anzi, si trova in estrema difficoltà e discriminata.

Abbiamo persone che oggi più di prima hanno paura di dichiararsi sul posto di lavoro, hanno paura a fare un’unione civile, o se la fanno – e i dati statistici lo confermano – quasi nessuno chiede le ferie matrimoniali previste. Il certificato di ferie riporta infatti la dicitura “unione civile”, e quindi è come fare un coming out con il datore di lavoro per chiedere le ferie.

Abbiamo anche casi di persone che hanno chiesto le ferie, e dopo sono state licenziate. Abbiamo aziende con cui siamo intervenuti come Partito Gay perché il datore di lavoro voleva addirittura negare le ferie, dicendo che per le unioni civili non erano previste.

Dopo il nostro intervento, la stessa azienda ha però per ripicca effettuato una riduzione del personale di un’unità su migliaia di dipendenti. Molti hanno subito mobbing, sono stati trasferiti etc.

Le persone hanno paura di fare coming out anche con amici o conoscenti, la maggior parte ancora oggi vive nel totale silenzio e purtroppo la situazione è molto difficile. Ci sono ragazzi che vengono ancora cacciati di casa.

Questo governo naturalmente non aiuta perché non intraprende azioni positive. Adesso c’è addirittura un ritardo sui fondi che riguardano la comunità LGBTQIA+, un fondo partito proprio dalla nostra idea e firmato dalla senatrice Maiorino a sostegno delle vittime di omobitranfobia da devolvere all’istituzione di centri antidiscriminazione e case famiglia.

È stato attivato nel 2020 e ad oggi, col nuovo governo, non è stato cancellato, ma non è stato neanche sbloccato. La motivazione ufficiale è che ci sono problemi tecnici, noi ci auguriamo che sia davvero così. Però come abbiamo detto prima i motivi tecnici spesso nascondono una mancanza di volontà politica.

Mi auguro che il 17 maggio la presidente Meloni almeno dica che il fondo per le vittime LGBTQIA+ è sbloccato ed hanno risolto i problemi burocratici.

Ricordiamoci inoltre che dal 17 maggio dal Ministro Profumo tutti i ministri della pubblica istruzione fino al precedente governo hanno sempre celebrato il 17 maggio, sostenendo che anche la scuola dovesse fare la propria parte.

Il ministro Valditara farà lo stesso? Sosterrà la giornata contro l’omofobia al pari del 25 aprile, del 27? Il 17 maggio avrà la stessa legittimità oppure passerà nel silenzio, nella speranza che Mattarella come ogni anno faccia la sua dichiarazione?

Nonostante le difficoltà, almeno prima c’era qualche speranza che le cose potessero cambiare, oggi è molto più difficile. Diciamo che la maggior parte della comunità chiede un cambiamento, e addirittura tante persone di centrodestra sono deluse da questa deriva così ostentata e forte che molti non si aspettavano.

Mi auguro che il 17 maggio la presidente Meloni favorisca almeno un ripristino delle condizioni per le quali abbiamo lavorato fino ad oggi, riattivando il fondo.

Arrivano i Pride: le va di fare un auspicio di lotta e protesta da estendere a tutti i Pride italiani?

Il mio auspicio è quello di trovare una comunità compatta con cui lavorare insieme per i diritti. E che, dopo le elezioni in Molise, potremmo avere finalmente le cinque regioni che servono per far partire il referendum sul matrimonio egualitario.

Questa dovrebbe essere la grande sfida dei Pride quest’anno: coinvolgere più persone possibile per sostenere questa proposta. Specialmente nelle grandi città, mi auguro che la comunità LGBTQIA+ durante il pride intraprenda un’azione più determinata nel rivolgersi ai decisori politici.

 

Immagine di copertina: foto da Instagram Arcigay.it

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