Domenico Dolce racconta il suo coming out a Teresa Ciabatti

Una perla letteraria per descrivere il faticoso coming out di un umano ombroso e schivo come Domenico Dolce.

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L’intervista realizzata da Teresa Ciabatti – scrittrice geniale, ondivaga, temeraria, irresistibile – per il Corriere della Sera a Domenico Dolce e Stefano Gabbana è un crocevia di  tenerezza e patetica arrendevolezza all’incedere catto-progressista del perdono. Quel perdono con cui ci buttiamo alle spalle bambini artificiali (Domenico Dolce dixit) o gli insulti razzisti a un intero popolo (Gabbana sui cinesi dixit). Quel perdono, però, che è architrave dello stare insieme italiano. Quel perdono, anche, che permette agli opposti di annusarsi, per poi riconoscersi più simili di quanto immaginino?

Sia detto subito: l’intervista è pubblicata in un inserto comprato dall’azienda Dolce&Gabbana al mercato delle inserzioni pubblicitarie della ditta Cairo & Compagnia giornalando. Legittimamente, la magistrale capufficio stampa Dolce&Gabbana signora Simona Baroni – una delle più corteggiate pr al mondo, fedele da trent’anni a Stefano e Domenico – ha orchestrato l’operazione con il Corriere della Sera, giornale con il quale la maison siculo-milanese ha un filo diretto da almeno due decenni. E non sappiamo come sia andata, se sia stata Baroni, o addirittura Gabbana, a scegliere Ciabatti. O forse: Dolce e Gabbana sono tra i maggior inserzionisti del gruppo editoriale che pubblica il Corriere della Sera, dunque è stato il Corriere a offrire una così pregiata firma a Stefano e Domenico? Non c’è nulla di male, così campano i giornali, è giusto così, i due stilisti stanno allestendo una memorabile sequenza di eventi di moda, alta moda, gioielli, orologi, arredi per la casa, vecchi merletti e altri beni di lusso a Venezia, con il loro stile da Italietta da cartolina, ancora così vincente sui mercati (e però che noia, qui si preferiscono certi vaneggiamenti digito-robogalattici recentemente suggeriti dai giovani creativi ingaggiati dalla maison per supportare i due stilisti, sebbene pare che quando i Dolce e Gabbana escano dal proprio seminato di Italietta sterotipata da cartolina, le vendite crollino in picchiata e infatti molti ragazzi dell’ufficio stile sono stati mandati a casa).

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Sfilata Fall 2021 Dolce & Gabbana

Ma si diceva. Ancora, che noia che noia che noia, siamo a quell’Italietta da cartolina così imitata anche dalla loro beniamina Madonna. La novità è che ora al centro c’è Venezia  (città di origine di Stefano Gabbana), dunque una tre giorni di eventi lagunari, e via con le stampe di San Marco sugli abiti, tulle di seta ricamati con le murrine millefiori, maglie intrecciate a cannettes di vetro, drappi ispirati ai mosaici di San Marco, vetri soffiati, gondole e artigiani di laguna. I soliti Dolce e Gabbana: centrifuga una località italiana, raccogline i pezzetti, ricomponili insieme sulla tela di un’idea pop ed ecco un look, ecco una collezione. Una noia mortale. Ma funziona in tutto il mondo. E se hai un’azienda, e centoventanni in due, della stampa di moda che ti snobba te ne freghi. E vabbè, l’importante è che ci siano clientele non occidentali pronte a sborsare milioni di euro, accolte nei migliori alberghi di Venezia. E ci saranno.

A pochi giorni dal Festival del Cinema (ci sono anche i nostri amatissimi Queer Lion), che incastonerà per dieci giorni il Lido di Venezia al centro del mondo, Stefano e Domenico si regalano un inserto del Corriere in cui si fa una specie di pubblicità travestita da editoriale: sfilata dell’uomo sartoriale prevista all’Arsenale, sfilata di alta moda donna in gondola, i gioielli con gemme lavorate alla veneziana, orologi sommariamente associati a San Marco – non si sa bene come –  e infine gli arredi, quelli però in stile siciliano, il lancio della linea arredo-casa lo si fa con gli stilemi della vecchia Sicilia, e poco importa al Corriere se nell’inserto non c’è coerenza, tanto è tutto pagato e i lettori si bevono tutto.
Anche perché: il cuore dell’inserto celebrativo a pagamento è l’intervista rilasciata a Ciabatti. Rilanciata con doppio post su instagram dalla stessa scrittrice. Premessa migliore non poteva esserci. Ciabatti, per qualcuno la più grande scrittrice italiana contemporanea. Per tutti,  tra le più meritevoli di incenso letterario. Chi meglio di lei, per affondare in quel groviglio di contraddizioni purulente di vita che sono quel duo siculo-milanese che ha segnato non la moda, e chissenefrega, ma il costume?
In verità, Ciabatti resta ai margini. Due paginone di notiziuole rifilate da Gabbana e Dolce, le solite che leggiamo da sempre, non una virgola nuova (o quasi). E vabbè, dici: non hanno più aneddoti da raccontare ai giornalisti, hanno fatto migliaia di interviste, hanno raccontato tutto, e anche il suo contrario, quindi capovolto le storielle e ricucito vecchie narrazioni, snocciolato granelli di biografie come da un pugno di pistacchi, e però sempre quelli, neanche un po’ più – o meno – salati, o tostati del solito.
Ora: sia altrettanto chiaro che non c’è nulla di più legittimo per una scrittrice o uno scrittore, che scrivere dichiaratamente a pagamento per un marchio (ok, in questo caso per un giornale che s’è fatto pagare dal marchio). La scrittrice, o lo scrittore, in quanto artista, è marchetta per antonomasia. Anzi, sono proprio le marchette che la scrittrice, o lo scrittore, compiono con la vita e con il mondo, a restituire a noi lettori, e cittadini, scorci inediti, sfaccettature ombrose, fulgide illuminazioni, impalpabili sfumature verso la profondità, solide inchiodature alla superficialità. E’ la scrittrice, o per meglio dire l’artista, che si prende la briga di lordarsi fino al midollo, per sbatterci in faccia la puzza del demonio che risiede in ciascuno di noi.
Così, cerca cerca tra le righe, Ciabatti estrae un mezzo racconto nuovo, un episodio dal sapore letterario che il formato intervista inchioda a un ermetismo dal profumo siciliano, e dunque sia messo agli atti che la nostra amata, la più amata?, scrittrice – matrigna? – ha infine pennellato qualcosa che sembra(va) bellezza. Ad arte. Domenico Dolce ha raccontato a Teresa Ciabatti il suo coming out tenero, poetico. A Ciabatti sono bastate poche battute dell’intervista, per staffilare con tratti netti e chiari: una perla letteraria di pregio, che narra il faticoso coming out di un umano ombroso e schivo come Domenico Dolce. Riportiamo.

“Nelle vostre campagne fotografiche compaiono tante donne anziane” dice Ciabatti. “Se la mamma di Domenico fosse in vita” dice Stefano “sarebbe perfetta”. “E’ lei a tornare nelle foto” coglie al volo Ciabatti. “Forse”, risponde Domenico, timido, già guardingo. “Che madre è stata”, Ciabatti lo inchioda. “Vestita di nero” racconta Domenico Dolce “capelli legati, severa, eppure modernissima”. Modernissima? Cioè?, chiede Ciabatti. “Sebbene lo sospettassi già dall’infanzia –  Domenico si apre, a Teresa – capisco di essere omosessuale a ventun anni, a Milano. Allora vado da mia madre e dico Credo di essere gay”. Oibò, questa Domenico non ce l’aveva ancora mai raccontata. Ciabatti imperitura: “Conseguenza?” E Domenico “Fino a quel momento non avevo dato neanche un bacio, dopo la confessione a mia madre bacio, mi libero, e incontro Stefano”. Ciabatti non molla “Presentazione di Stefano in famiglia?” ma stavolta è Stefano a raccontare “A Polizzi Generosa (paese di Domenico ndr), ricordo il portone di legno. La porta della sartoria. Domenico che suona il campanello, uno di quei vecchi campanelli bianchi. L’attesa. La porta che si apre e compare il padre”. (tutta l’intervista su corriere.it)

Naturalmente no, non ci aspettavamo da Ciabatti-pagata-dal-Corriere-pagato-da-DolceGabbana un’intervista che inchiodasse gli stessi alle mille malefatte, ma soprattutto male-dette (nel senso di dette male) intemperanze, certo incompatibili con la vocazione post-progressista queer-oriented di Ciabatti. Insomma, Dolce e Gabbana sono quelli che tolsero la pubblicità ai giornali quando qualche giornalista (per esempio Natalia Aspesi) s’azzardava a criticare un pizzo magari troppo barocco di un qualche corsetto lasciato sfilare sulla passerella del Metropol (magnifico ex-cinema di Viale Piave a Milano ora trasformato in altrettanto magnifico tempio di sfilate D&G): possiamo forse pensare che Dolce e Gabbana pagherebbero il Corriere per farsi inchiodare da Ciabatti? Non siamo così ingenui. Possiamo immaginare che a Ciabatti interessi inchiodare Dolce e Gabbana alle boutade reazionarie, per quanto lontane dall’idea di emancipazione femminile narrata da Ciabatti con la vita e l’opera letteraria? Ma non è neanche questo! Anzi, qui si spera che Ciabatti non perda tempo con inchieste per sollecitare i Dolce sui bambini artificiali o i Gabbana sui cinesi bullizzati. E del resto, i due si sono già scusati di tutto, hanno ritratto, come sempre fanno, con l’abilità di chi riesce a non stare mai fermo: “gettare la bomba politicamente non corretta soltanto per uscire sui giornali, così da vendere i vestiti, e quindi poi pentirsi per uscire nuovamente sui giornali” ci suggerisce un influente caporedattore moda di un giornale inglese. “Loro sono furbi, ma capita che gli scappi la lingua di mano e fanno disastri” commenta uno stylist del più grande mensile di moda al mondo. Che poi, non è propriamente neanche così. L’antipatia di tutto il comparto moda per i Dolce e Gabbana, è l’antipatia dell’establishment per gli intemperanti non assimilabili. E cosa può incuriosire una scrittrice intemperante come Ciabatti, se non un siffatto duo? Però: la prossima volta, Ciabatti, raccontaci di più!

Domenico Dolce si scusa per i “bambini sintetici”

Dolce e Gabbana si scusano con il popolo cinese

 

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