“Ci siamo battuti per includere atletə transgender nel rugby”: intervista a Libera Rugby

In vista della Bingham Cup che si terrà a Roma nel 2024, il portavoce Gianmarco Forcella ci spiega l'importanza delle realtà amatoriali per una più diffusa cultura dell'inclusione.

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Possiamo permettercelo un mondo dello sport inclusivo? Libera Rugby ci promette di sì.

Alla faccia delle tristi derive degli ultimi anni – dalle polemiche sulla campionessa di nuoto Lia Thomas, ai commenti transfobici della tennista Martina Navratilova, fino al regolamento della World Rugby che insieme a FIFA e World Athletics, hanno escluso le atlete trans dalle gare agonistiche – Libera Rugby cambia le carte in tavola.

Dal 2013, il loro obiettivo è sempre stato quello di riscrivere la realtà e offrire un diversivo a quel sistema escludente e misogino a cui non vogliamo abituarci: fuori e dentro il campo sportivo. Possibilmente con l’obiettivo di fornire l’esempio anche fuori le realtà non amatoriali.

 

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Il prossimo anno ce lo ricorderanno con la Bingham Cup, primo torneo commemorativo della International Gay Rugby (IGR). Fondata nel 2000 – e prendendo nome da Mark Bingham, campione del rugby apertamente gay che l’11 Settembre fu tra l3 passegger3 ad opporsi al volo dirottato dall’United 93 – il torneo farà tappa a Roma, dal 23 al 26 Maggio 2024,  in collaborazione con Libera Rugby Club – insieme al patrocinio di Fir, Unar, Roma Capitale, Coni e Sport e Salute – permetterà anche allə atletə transgender (e non) di partecipare.

Un’occasione per mostrare un alto lato del nostro paese, e confermare che il mondo dello sport può finalmente essere safe space.

Ce ne ha parlato meglio, di questo e molto altro, Gianmarco Forcella, portavoce ufficiale di Libera Rugby.

Come ti sei avvicinato a Libera Rugby e cosa ha significato per la tua formazione personale e professionale?

In realtà è successo per puro caso. Mi sono avvicinato tramite un amico, ma gravito intorno al mondo del rugby da oltre 15 anni. Sapevo di questa realtà, ma non avevo mai avuto modo di entrarci a contatto. Mi è stato chiesto di collaborare, e da allora sono responsabile della comunicazione. In questi anni abbiamo fatto tanti progetti, ci siamo divertiti tanto, e ricevuto non poche soddisfazioni. Sono molto orgoglioso che nel 2021 la Federazione Italiana Rugby ha stabilito nel regolamento una clausola anti-omobitransfobia, e mi piace pensare che sia successo anche grazie al nostro lavoro, che ha permesso di sensibilizzare di più la federazione. Libera mi ha e ci ha permesso di portare all’interno del mondo sportivo tematiche care alla comunità, che, senza farne parte, sarebbero difficili da esplorare.

Sapresti spiegare ai nostri lettori cosa è Bingham Cup e perché è così importante che faccia tappa anche nel nostro paese?

La Bingham Cup non è solo una festa, ma un’occasione. Perché ci permette di sensibilizzare l’opinione pubblica sulle tematiche di sport inclusivo, e allo stesso tempo sulla realtà rugbistica.

Ci siamo battuti sin dall’inizio per andare contro il regolamento di World Rugby che solo qualche anno fa ha escluso le atlete trans, includendo nella nostra squadra tante atlete transgender. In secondo luogo, vogliamo dare all’estero un’immagine diversa della comunità LGBTQIA+ in Italia, programmando tantissime attività nel corso della manifestazione, che permetteranno a Roma come all’Italia in generale, di sensibilizzare l’opinione pubblica nazionale su tematiche di sport inclusivo ancora oggi poco conosciute.

 

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Negli ultimi anni lə atletə trans sono statə presə di mira nel mondo dello sport, ed è diventato un dibattito che, alla conversazione costruttiva, preferisce legittimare la transfobia e marginalizzare una comunità già ampiamente marginalizzata. Dalla tua posizione, e in vista di un ambiente sportivo sempre più inclusivo, qual è il tuo parere?

È un tema complesso. Le varie federazioni internazionali stanno applicando diversi divieti alle persone transgender (nello specifico donne transgender), perché secondo alcune ricerche generiche parrebbe che dopo o durante la transizione potrebbero avere dei vantaggi fisici. Al contempo, esistono anche tanti altri studi scientifici che dimostrano l’esatta controprova, confermando che sia durante, sia dopo la transizione, molte atlete non hanno nessun vantaggio o svantaggio.

Diciamo che i vantaggi fisici possiamo riscontrarli anche tra atlete cisgender,  quindi mi sembra un movente che lascia un po’ il tempo che trova, no?

Esatto. Piuttosto, bisognerebbe prestare un’attenzione maggiore alla salute dellə atletə transgender, che va sicuramente tutelata – specie durante la transizione. Nelle realtà sportive che abbiamo conosciuto, pochissimi hanno avuto modo di esperire tutto questo, e se non ci entri a contatto, non ne sai mai abbastanza. Noi siamo stati più fortunati: nel 2018 abbiamo avuto un’atleta transgender, che oggi si è trasferita all’estero, ma ci ha permesso di comprendere di più l’argomento e le sue reali problematiche. Abbiamo lavorato tanto assieme, tra percorsi differenziati a seconda del soggetto o spogliatoi separati, in caso di necessita particolari. Questo è il lavoro che bisogna portare avanti: permettere a chiunque di sentirsi a proprio agio e tenere conto di ogni esigenza. La Bingham Cup credo sarà un’occasione anche in questo: perché è vero che il regolamento di World Rugby si riferisce solo all’alto livello (come ad esempio, la coppa del mondo o il torneo delle sei nazioni). Ma pur applicato solo in quei livelli, si riflette automaticamente anche nelle realtà amatoriali. Ci siamo confrontati con più associazioni del territorio, raccolto più feedback possibili per migliorare la situazione, e penso questo sarà il primo vero banco di prova per lo sport. Perché se parliamo di sport inclusivo, vietare alle persone transgender di giocare è assurdo e non si può sentire.

Nell’immaginario comune, è spesso facile associare il rugby agli sport ‘da maschi’ nella forma più stereotipata del termine. Ma realtà come le vostre confermano che anche in questi ambienti, esistono nuovi modi di guardarla e viverla questa mascolinità, in maniera più accogliente rispetto a quei cliché a cui ci hanno abituati. Che ne pensi a riguardo?

Personalmente penso che associare l’immagine di un certo tipo di personalità o fisico ad una qualsiasi disciplina sportiva, sia sbagliato. Perché significa generalizzare le singolarità di ognuno, il che è impossibile. Penso facciano molta scuola le gemellate di Libera Rugby americane, dove ci sono squadre composte solo da drag queen che non hanno il fisico o l’apparenza del ‘classico’ giocatore, o squadre composte solo da persone transgender. Questo solo per citarti qualche esempio, ma ne potrei farne tantissimi. Credo che il mondo dello sport in generale deve essere inclusivo, ma è un compito che non deve partire solo da noi, ma da tutte le associazioni sportive. È fondamentale che ogni soggettività riesca a sentirsi a casa, perché alla fine è questo che permette ad ognuno di noi di rimanere in un posto e sentirci bene.

Cosa possono aspettarsi lə atletə da una realtà come Libera Rugby, e cosa diresti a chi vuole partecipare alle selezioni per motivarlə a superare insicurezze o paure di vario tipo (in particolare lə più giovani)?

Direi di farlo perché è un’occasione che fa entrare in un posto sicuro, dove essere voi stessə, incontrare persone che hanno vissuto il vostro stesso percorso di vita, e fare anche del sociale. Vi permette di lasciare un segno che rimane dentro di voi, come un’esperienza importante che aiuta anche a crescere. Lo sport è sempre un’opportunità per arricchire il proprio bagaglio culturale sportivo, e non abbiate paura di entrare in questa realtà e sentirvi a disagio. Sappiate che qui potete imparare qualcosa di nuovo e dare il massimo per raggiungere l’obiettivo.

 

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