Il Mondiale 2030 in Arabia Saudita? Dopo il Qatar, l’ipotesi di un altra Coppa del Mondo Sporca di sangue

L'ipotesi di una Coppa del Mondo in Arabia Saudita nel 2030 è sempre più compresa: la situazione dei diritti umani, qui, è peggio che in Qatar.

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qatar 2022 mondial di calcio tifosi lgbtq+
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I Mondiali in Qatar svoltisi a fine dell’anno appena trascorso sono stati un disastro su tutti i fronti: dall’ecatombe di operai impiegati nella costruzione dei lussuosi stadi ospitanti – trattati come schiavi importati dai paesi confinanti e che hanno pagato con il sangue la propria disperata ricerca di una vita migliore – al vituperio continuo verso la comunità LGBTQIA+, intensificatosi alle soglie del primo calcio d’inizio.

L’ignavia della FIFA non è passata inosservata, attirando un’attenzione perlopiù negativa a livello globale e scatenando le ire delle organizzazioni per i diritti umani – indignati e sconcertati davanti alla leggerezza con cui il colosso del calcio ha ignorato gli appelli degli attivisti.

Un’ipocrisia che potrebbe, purtroppo, ripetersi: l’ipotesi dell’assegnazione del prossimo Mondiale, quello che si terrà nel 2030, a non altri che l’Arabia Saudita, è sempre più concreta. Un altro paese in cui i diritti umani sono facilmente calpestabili, e non solo quelli della comunità LGBTQIA+.

Proprio come il Qatar, infatti, anche l’Arabia Saudita si è macchiata – e si macchia tutt’oggi – di orribili violazioni dei diritti umani in tutti gli ambiti, forse dimostrando una situazione anche peggiore di quella del Qatar.

E dopo l’ultima dichiarazione di Gianni Infantino, che ha definito l’ultima edizione della Coppa del Mondo “la più bella di sempre, è improbabile aspettarsi alcuno scrupolo morale dall’attuale gestione FIFA. Ebbene, è il momento di alzare nuovamente la voce per impedire un nuovo scempio.

Perché il calcio – come ogni sport – può diventare un veicolo di valori e di coesione, se utilizzato nella maniera giusta, ed è ingiusto pensare che questo strumento possa venire ancora una volta sprecato, piegato alla convenienza economica e utilizzato per “sportwashing”.

La situazione dei diritti LGBTQIA+ in Arabia Saudita

La situazione dei diritti LGBT in Arabia Saudita è caratterizzata da una totale mancanza di riconoscimento e accettazione.

L’omosessualità, il transgenderismo e qualsiasi forma di espressione sessuale o di genere che si discosti dalle norme stabilite dal governo è considerata illegale e punibile con il carcere, le pene corporali e, in alcuni casi, persino con la morte.

Le persone LGBT in Arabia Saudita devono affrontare un’estrema discriminazione dovuta allo stigma sociale, che spesso porta al rifiuto da parte di familiari e amici. Questo rende incredibilmente difficile per loro stringere relazioni significative o proseguire gli studi e la carriera.

Inoltre, l’omosessualità è considerata un segno di immoralità che deve essere punito secondo la legge islamica. Per questo motivo, essere identificati come LGBT può portare a pene detentive fino a 10 anni, a seconda della gravità del reato. Le persone transgender sono spesso confuse con gli omosessuali e, se scoperte, rischiano pene simili.

Inoltre, non esistono leggi che proteggano le persone dalla discriminazione a causa del loro genere o orientamento sessuale, per cui i membri della comunità LGBT sono ancora vulnerabili ai crimini d’odio e alla violenza.

Se il Mondiale 2030 verrà assegnato all’Arabia Saudita anche qui – come in Qatar – potrebbe riscontrarsi una crescente ondata di violenze istituzionali con l’avvicinarsi della data fatidica, in una sorta di “pulizia morale” volta cancellare e insabbiare l’esistenza della comunità LGBTQIA+ in vista dell’arrivo dei turisti all’evento.

Una storia destinata a ripetersi, se non si interviene in tempo.

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