“Monster”, i bambini e l’amore a Cannes 2023

Il film di Hiokazu Kore-Eda è una storia sull'amore in ogni sua forma (e non solo).

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A Cannes 2023 si parla già di qualche capolavoro: tra la parabola camp e saffica di May December, la burrasca emotiva del turco About Dry Glasses, e i cowboy gay di Pedro Almodovar, Monster (Kaibutsu) è il nuovo contendente alla Palma d’Oro. Qui tutti i film queer di Cannes 2023 >Qui tutti i film queer di Cannes 2023 >

Accolto con una standing ovation di oltre sei minuti lo scorso mercoledì, il nuovo film del regista giapponese Hirokazu Kore’eda, si presenta come un innocente equivoco che parte dalla necessità di comunicare qualcosa di più grande. I disagi indicibili di due bambini davanti ad adulti che travisano, puntano il dito, e peggiorano le cose.

È una storia divisa in tre atti che segue più personaggi e si apre come una matrioska scena dopo scena,  rivelandoci che nulla è davvero come sembra: dal piccolo Minato (Kurokawa Soya), bambino di dieci anni che si comporta sempre più strano davanti la mamma Nori (Ando Sakura) al signor Hori (Nagayama Eita) professore all’apparenza violento: perché Minato si è tagliato i capelli da solo ed è tornato senza una scarpa? Chi è il bullo? Lui, l’insegnante, o la scuola?

Ogni recensione conferma che Monster è un film che richiede pazienza, perché non vuole darci subito ogni risposta. Nei tre atti la stessa storia ci viene raccontata e (ri)proposta attraverso nuovi punti di vista, e cambiando prospettiva ne scopriamo i dettagli, le contraddizioni, e doppie verità. Se le apparenze ingannano, il film si prende il tempo di dare complessità e cuore ad ogni personaggio, rivelandoci che a seconda di chi guarda chiunque può essere ‘colpevole’ o ‘innocente’.

Monster è soprattutto la storia della nascita di un sentimento, quello tra Minato e il piccolo Yori, tormentato da un padre che impone la propria ‘mascolinità’ su di lui.
È un’amicizia ma forse qualcosa di più, un tenero segreto che non può essere svelato ad alta voce e confonde chiunque guarda all’esterno.

Paragonato a Close (film che un anno fa aveva commosso il Festival con una storia simile) a differenza del film di Lukas Dhont, Monster non promette tragedie, ma esamina con immensa umanità come la repressione può colpire chi la vive e tutte le persone che lo circondano, nel disperato tentativo di trovare un ‘mostro’ e accusarlo a tutti i costi.

Per rappresentare la sua storia, Hirokazu Kore’Eda ha dichiarato di aver consultato organizzazioni che supportano giovani LGBTQIA+, spiegando che non ci sono molti film giapponesi che affrontano queste tematiche. Ma dopo aver letto la sceneggiatura (scritta da Yuki Sakamoto) ha scelto di non voler raccontare il film attraverso quell’unica angolazione: “I sentimenti che si accendono in questi bambini a volte sono espressi violentemente verso altre persone, o talvolta i bambini si rivoltano contro se stessi” spiega il regista “È la nascita delle emozioni, dei sentimenti. È difficile esprimere a parole ciò che si prova (…) Il film mostra come questi bambini cercano di superare questa situazione”.

Pur affidandosi a degli esperti, il regista sottolinea che la sessualità o l’identità di genere non sono il focus principale di Monster: “Questi bambini sono in un’età dove l’identità sessuale non è forse ancora del tutto sviluppata, non ne sono ancora così consapevoli” dichiara al Festival “Ho pensato di lavorare più sui sentimenti e il dolore che provi per quel caro amico, quella persona che ti capisce, e da cui ti allontani creando una distanza”.

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