Perché leggiamo? Per non essere Sangiuliano

Premio Strega 2023: il teatrino increscioso e l’inadeguatezza totale del ministro della cultura italiano.

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Spiace pensare che il dibattito intorno ai romanzi finalisti al Premio Strega 2023 sia stato completamente insabbiato dall’inadeguatezza di Gennaro Sangiuliano, il ministro della Cultura che durante la serata di proclamazione del più importante riconoscimento letterario italiano ha dimostrato di faticare a ricoprire sia il ruolo istituzionale di giurato d’eccezione sia – e questo è ancora più grave – quello di autorità governativa e portavoce della filiera culturale del nostro paese.

Facciamo qualche passo indietro: il 6 luglio a Roma, al Ninfeo di Villa Giulia, si è tenuta la finale del Premio Strega, che quest’anno è stato assegnato postumo ad Ada D’Adamo e al suo Come d‘Aria (Elliot Edizioni), un acclamatissimo memoir che incrocia il tema del materno a quello della malattia e della disabilità. In gara anche Rosella Postorino, Andrea Canobbio, Maria Grazia Calandrone e Romana Petri. La serata, come da recente tradizione, è stata trasmessa in diretta su Rai Tre e condotta con grande intelligenza e savoir faire da Geppi Cucciari. Tra gli ospiti, anche il nostro ministro della cultura che siede di diritto tra le fila della giuria. Incalzato da Cucciari, Sangiuliano lascia intendere di non aver letto i libri in gara e di aver votato a scatola chiusa. Tutti ridono, la tagliente Cucciari lo smaschera e lui si nasconde dietro un sorriso di diniego. Com’è prassi nell’era dell’indignazione social, su Twitter scatta lo scandalo e nei giorni a venire si producono meme a non finire. Arriva la risposta di Sangiuliano e segue il solito tam tam mediatico tra chi lo attacca e chi lo difende. Il siparietto del ministro è increscioso: se Cucciari non fosse così puntuale e divertente nel suo ruolo, la scena sarebbe solo patetica.

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Sebbene Sangiuliano sia indifendibile sotto ogni punto di vista, la cosa più grave di tutta la sua partecipazione non è l’ammissione inconsapevole di negligenza, bensì il tenore della sua retorica. Sangiuliano non è il primo a non leggere i libri che valuta (ve lo assicuro!), non è il primo e non sarà l’ultimo. Chi lavora nell’industria culturale (ma non solo) sa come funziona spesso questa faccenda delle giurie. È triste? Tanto. Stupisce? Niente affatto. Così come non stupisce l’atteggiamento apparentemente naïf con il quale Sangiuliano autodenuncia la sua impreparazione. Dico apparentemente, anche se non vorrei. Vorrei credere davvero si tratti di ingenuità, vorrei poter pensare seriamente che Sangiuliano sia uno sprovveduto, ma temo non sia così. Dietro a quella nonchalance e alla leggerezza che accompagna l’inettitudine non credo si celi una postura ingenua, ma al contrario una tempra arrogante, la protervia della persona più potente nella stanza, la sfrontatezza tutta meloniana di chi sa essere di intoccabile (al massimo sbeffeggiato sui social, sì, ma a livello sistemico e istituzionale sempre privilegiato). Quella che è innegabile, come dicevamo poco fa, è la sua inadeguatezza totale, l’incapacità impunita di essere all’altezza del luogo, delle circostanze e del proprio ruolo. Se interrogato di letteratura, Sangiuliano risponde parlando di norme economiche legate ai musei e quando gli vengono chiesti chiarimenti intorno ai temi dell’arte, risponde chiamando in causa i libri e il cinema.  A proposito di libri, dice di dovere tutto a Oswald Spengler e al suo Il tramonto dell’occidente e afferma di avere appena terminato la lettura di Confessioni di una maschera, il capolavoro di Mishima che è un ritratto inesorabile della non-vita al quale si costringe un giovane omosessuale, consapevole di non poter essere accettato dal mondo che abita. Verrebbe da chiedersi cos’abbia capito davvero Sangiuliano di quel romanzo, se abbia colto il senso profondo del mascheramento citato nel titolo, soprattutto se abbia avuto anche un solo timidissimo sussulto davanti alle pagine più commoventi. Almeno un rimpianto, dico, un ripensamento, almeno un istante di ragionevolezza, un briciolo di senso di colpa. Niente.

Prima di congedarsi, Sangiuliano ci tiene a specificare che leggere è importante, importante davvero. Leggere è fondamentale, dice, perché fa vivere dei “momenti esistenziali”. Leggere è bello, aggiunge, perché le storie sono capaci di prenderti e di portarti via, di farti riflettere. Ed eccola qua, la più grave delle assurdità pronunciate da Sangiuliano a Villa Giulia, la più insensata tra le insensatezze. È questa retorica vacua e qualunquista il più grande problema dell’intervento del ministro. Questo discorso così farfallesco e zuccheroso è lontanissimo dalla realtà e fallisce sotto ogni punto di vista. Non si presta a riflessioni astratte sul senso e sul potere della letteratura né si offre a un’analisi attenta del mercato editoriale italiano. Anche in questo caso: niente. Lungi da me pensare che Rai Tre sia la circostanza migliore per affrontare verticalmente questioni tecniche e spesso, almeno apparentemente, difficili da afferrare. Quello che possiamo auspicare (almeno auspicare, non ce lo aspettiamo, ma ci speriamo) è che colui che dovrebbe rappresentare la nostra industria culturale sia capace almeno di parole attente. Non lungimiranti eh, ma almeno attente ai contesti e alle contingenze, alle emergenze e alle specificità di una filiera quasi inaccessibile e impoverita, oltre che, come si diceva, complessa da comprendere.

Mille altre cose, più efficaci, avremmo potuto ascoltare da un palco così importante e dalla voce di un ministro della Repubblica. E, invece, niente. Un’occasione sprecata, l’ennesima. Avremmo potuto ascoltare, per esempio, un appello alla lettura più deciso, più solido e realistico. Al posto di un panegirico sommario, una frase ben assestata – anche una soltanto, davvero – sulla lettura intesa come motore di un’industria, come carburante di un’impresa che dovremmo iniziare a prendere in considerazione, imparare a interpretare o provare almeno a capire. Ovvio è che non basterebbero un paio di frasi né cento discorsi a rimpolpare il pubblico dei lettori italiani. Ovvio è che quello che servirebbe sarebbe un intervento politico capillare accompagnato da un’educazione culturale precisa e sensibile. Però in un contesto come quello della diretta del Premio Strega, che almeno timidamente prova ad aprirsi a un pubblico più generalista e avvezzo a mezzi di intrattenimento diversi dal libro, sarebbe stata utile una presa di posizione più consapevole. L’unico appunto politico e concreto della serata lo fa Cucciari (con la solita ironia lucida e amarissima) dando la parola a Viola Patalano, una giovane studentessa che dichiara di avere un sogno: fare la editor. Cucciari la guarda, le stringe la mano e le dice: «beh, auguri», lasciando intendere quanto sia difficile la strada di chi vuole avvicinarsi al mondo del libro.

Al posto di chiamare in causa quei “momenti esistenziali” che ha citato e che nulla hanno a che vedere con i moments of being di Virginia Woolf (ahinoi!), Sangiuliano avrebbe potuto dire che leggere significa occuparsi della realtà. È questo che fa la letteratura: indaga il reale, l’esistenza, la nostra appartenenza al mondo. Avrebbe potuto dire che leggere significa comprendere il potere infinito della parola scritta, che riesce non solo a rappresentare ogni cosa – il concreto e l’astratto; il presente ma anche il futuro e anche il passato; il materiale e l’immateriale – ma anche a immaginare altri mondi, altre cose che ancora non esistono, che forse arriveranno e forse no. In un periodo storico come questo, sempre in bilico tra il progresso e la fine definitiva, Sangiuliano avrebbe potuto dire che la letteratura ci insegna la pratica dell’immortalità attraverso l’immaginazione. Leggere è vivere e accogliere in sé l’immaginario ed è solo facendo esperienza dell’immaginario che l’essere umano può sfidare la morte, trovare nuove strade, scappatoie e alternative per dirsi ancora in vita anche di fronte all’Apocalisse. Addirittura, la lettura è importante perché riguarda quell’orizzonte che cerchiamo tutti: la felicità. La letteratura può rendere più felici (o meno infelici), perché è in rapporto diretto con la coscienza personale e collettiva. Leggere è entrare in comunione con gli altri, è capire di non essere soli, di essere piccolissimi e importanti. Tutto questo non lo dico solo io, io mi limito a trascriverlo in un linguaggio che mi è proprio, ma dietro ci sono le riflessioni ben più raffinate di critici letterari come Todorov, Compagnon e Barenghi. Dall’alto del suo ruolo, per tutti i motivi che abbiamo appena sciorinato, Sangiuliano avrebbe potuto dire anche solo una cosa: che leggere è un gesto civile, una postura anche politica. Tutto questo non vuole assolutamente sminuire l’esperienza di chi nei libri cerca un facile intrattenimento o un trastullo passeggero, anzi vuole rafforzarla e desacralizzare la narrazione – molto vicina alla retorica del ministro – che associa i libri a un altrove irraggiungibile abitato da creature strambe e aliene, che abitano le pagine e non le strade del mondo. Non c’è niente di più respingente, non c’è niente di più culturalmente pericoloso di un discorso così spiccio, così povero e parziale.

Da impiegato culturale e da lavoratore della filiera editoriale, avrei personalmente apprezzato dal ministro Sangiuliano un pensiero, una riflessione anche frugale dedicata a chi crea cultura nel silenzio assordante di un sistema che sottopaga milioni di persone. Lo avrei apprezzato, lo avremmo apprezzato, ma non ci avremmo sperato. Sangiuliano è il perfetto rappresentante di una classe politica miope e meschina, furba e manigolda, che punta a quel tamburo di latta che è la pancia collettiva, svuotando ogni parola di significato e ripetendo un canovaccio di frasi concilianti e inutili, fintamente spontanee e abilmente gigione. Sangiuliano è il perfetto portavoce di un governo protofascista come il nostro.

 

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